Il giorno che lo specchio tornò a sorridermi

Vi siete mai guardate allo specchio senza riconoscervi? Avete mai pianto davanti ad un vestito che non vi entrava più? Io sì e ve lo racconto

Irene Vella Giornalista televisiva

Vi siete mai guardate allo specchio senza riconoscervi? Avete mai pianto davanti ad un vestito che non vi entrava più? In questo ultimo anno mi è capitato più di una volta, ed ognuna di queste è impressa nella mia testa come un tatuaggio indelebile.

C’è stata quella in cui cercavo il vestito nero da mettere per un gala di cui io ero l’ospite d’onore, che non mi passava dal tronco, e allora mi sono raccontata che no, quell’abito non andava bene, troppo scollato, troppo corto, troppo nero, insomma troppo. Volevo risplendere quella sera, ma invece di illuminarmi, mi sono spenta, come tutte le volte in cui non riuscita a rientrare nei miei panni. Non è questione di superficialità, non significa nemmeno essere frivoli, significa solo camminare in scarpe che non sono tue, vedere il riflesso di un corpo che non ti appartiene, chiudere gli occhi e sognare di addormentarsi per svegliarsi un mese dopo, senza il peso della tua vita a buttarti giù.

Ho trovato la scusa nella malattia di mio marito, ho detto sì ad ingrassare, ho buttato strati di grasso tra me e la sua maledetta insufficienza renale, mi sono raccontata che se lui dimagriva perché il male se lo stava mangiando, io avrei raccolto i suoi chili e ne avrei fatto uno scudo. Per difenderlo, per difenderci, per difendermi.

Ho mangiato piatti di pasta infiniti, e poi dolci, e più la mia testa soffriva e la mia anima provava ad urlare, più mi chiudevo la bocca con il dolce poi il salato e poi di nuovo il dolce, in una girandola infinita di dolore. Ognuno di noi reagisce al dolore come può, c’è chi si annulla fino a scomparire, chi mangia per soffocarsi e chi ingoia cibo per zittire la sua voce interiore, fino a diventare sordi verso la proprio disperazione e muti nelle richieste d’aiuto.

Ho capito che il cibo è una maledetta puttana, una sirena di Ulisse, che prima ti sussurra dolcemente e dopo ti uccide, piano piano, non per tutti, ma per alcuni sì. E allora mi sono detta che non potevo amare il cibo più di me stessa, che il gelato non era più un apostrofo rosa tra la parola panna ed il gusto pistacchio, la carbonara non era più un premio, ma una dipendenza, al punto che non c’era più nemmeno differenza tra i cibi portati in tavola, l’importanza era dare da mangiare al mio dolore, farlo tacere. Una volta per tutte.

Forse è stato quando sono arrivata a pesare 102 chili, oppure quando mi sono ritrovata a fare la valigia piangendo, costretta ad indossare sempre le solite cose contro un armadio pieno di taglie improponibili, oppure quando finalmente ho capito che quello non poteva essere la soluzione a tutti i miei problemi. Lo ammetto, il cibo era diventato la mia droga, la mia eroina, il mio anestetico dei sentimenti, e forse lo sarà per sempre. Non si guarisce in pochi giorni da una dipendenza o da un amore malato come questo, però si può imparare a volersi bene. Ma ci vuole un complice, qualcuno che ti aiuti a rimetterti in piedi, qualcuno che capisca che tu mangi perché soffri, qualcuno che capisca che chi è grasso non sempre lo è per scelta, anzi diciamoci la verità, e smettiamo di nasconderci dietro un dito.

Spesso chi è in sovrappeso soffre come un cane, e ben vengano le campagne di accettazione, le curvy e le modelle plus size, io se sono sopravvissuta ai mie chili in più lo devo a persone come Ashley Graham che un giorno dal suo Instagram mi ha fatto capolino da un bikini strizzato, un corpo morbido e un sorriso contagioso, facendomi capire che sì, si poteva essere felici anche con qualche chilo in più. Ma la verità è che chi è obeso difficilmente sarà felice del suo aspetto, io so cosa voglia dire far finta di essere felice, indossare un sorriso d’ordinanza e morire dentro. Ti insegnano ad essere mamma, ti insegnano ad essere moglie. Ma nessuno ti insegna ad essere felice. Devi farlo da sola.

Ho imparato a mentire sorridendo. Il sorriso nasconde tutto. Anche l’inferno. Poi un giorno mi sono guardata dentro, ho lavato i piatti del pranzo e ho cercato di pulire tutto come a ripulirmi dentro, sono andata da Luigi (mio marito) ed ho pianto, tanto. Prima piano, poi sempre più forte e lui mi ha abbracciato così forte che tutti i pezzi rotti del mio cuore si sono aggiustati ed ha detto le parole magiche “io ci sono, io ti aiuterò. Permettimi di aiutarti.”

Perché la verità è anche questa, è più facile affogare nelle proprie dipendenze che permettere a qualcuno di aiutarti. Ed è stato allora che prima di partire per le due settimane di vacanze ho fatto scorta di pomodori e cibo sano, ma soprattutto ho deciso di fotografarmi in bikini con la data di quel giorno. È stato come mettere un punto, chiudere un cerchio che stava diventando un boa, togliendomi il respiro e la vita. Per la prima volta mi sono guardata per quella che ero, senza filtri, con le mie imperfezioni, i miei chili in più, la mia menopausa precoce e il mio punto vita inesistente, ma quello che ho visto non mi ha fatto paura, ho capito che ce la potevo fare, ed è così che ho iniziato.

Ho iniziato e finito talmente tante diete in vita mia che potrei definirmi un’esperta cum laude, così con mio marito che è allenatore abbiamo deciso un programma di remise en forme che partisse da un’alimentazione sana e un programma fitness alla portata delle mie articolazioni e del mio peso, delle lunghe camminate lungomare e del leggero stretching quotidiano. Niente di strano, abbiamo ridotto le porzioni, e aumentato l’attività fisica, che detta così sembra la scoperta dell’acqua calda, ma la realtà è che tutti noi sappiamo quello di cui il nostro organismo ha davvero bisogno, ma fino a quando non ti scatta quel meccanismo nella testa non cambierà mai nulla.

Noi siamo i peggiori carnefici di noi stessi. Ma anche gli unici salvatori. E così camminata dopo camminata, km dopo km, pomodoro dopo pomodoro, ho smesso di farmi mangiare dai miei demoni, ho visto mio marito rifiorire insieme a me, prendere colore bruciato da sole, mentre io mi asciugavo baciata dal mare, ed ho smesso di piangere davanti allo specchio. Ho riscoperto la voglia di mettermi un bikini e buttarmi nell’acqua, ho infilato un micro vestito con delle scarpe con il tacco e quello che ho visto mi è piaciuto, non perché fossi davvero così magra, semplicemente perché a tenermi la mano c’era lui, il mio amore grande. Ed è con questo spirito che ho postato sui canali social la foto del mio prima e del mio dopo (la vedete qui sotto, ndr.), è stato un esperimento sociale, una dimostrazione reale e tangibile di come la nostra testa faccia la differenza, di come le bilance siano bugiarde e di come un occhio benevole (il nostro) riesca ad essere più efficace di beveroni senza senso.


Se vi dicessi che tra la prima e la seconda foto ci sono solo tre chili di differenza, cosa pensereste? che ho modificato le foto? E invece no. Ho modificato la postura, la prima ha un’angolatura infelice, un coordinato che fa male agli occhi, un reggiseno che non rende giustizia alla mia quinta e un doppio mento che fa il resto. Nella seconda sono abbronzata, il bikini è grazioso e si adatta molto bene all’esplosività del mio corpo, mi sono data collo e aria da figa di legno, la consapevolezza di essere sulla strada giusta ha fatto il resto. Mi sono voluta bene.

Domenica di rientro dal mare mi peserò sulla mia bilancia e saprò effettivamente quanto ho perso, ma come dice il mio Mister, non ha importanza. L’importante è che riesca a rimettermi i vestiti, il reggiseno non sia più costretta a metterlo all’ultimo buco, le scarpe non mi stiano strette e non pianga guardandomi allo specchio. I panni che indosso comincio a sentirli i miei e la mattina faccio colazione con un cappuccino ed una brioche consapevole che si trasformerà in benzina per i dieci chilometri.

Ho postato questa foto perché orgogliosa di me stessa, del percorso intrapreso e della gioia ritrovata, non certo per vendermi o per vendere prodotti dimagranti. L’ho postata perché nella vita ci vuole coraggio, anche e soprattutto a mostrarsi per quello che si è e per quello che si vuole diventare. Tra la prima e la seconda foto non ci corrono molti giorni, ma ci sono due teste diverse, un po’ di consapevolezza in più, chilometri macinati, vasche di pomodori e una baracca sul mare. La prima foto ha la data, la seconda è di ieri. Sogno un giorno di arrivare a postarne una completamente priva del peso dei miei demoni. Perché è davvero così, la più grande storia d’amore che è necessario provare nella vita, è quella verso se stessi.

Ps. questo non è un addio, ma un arrivederci. Alla prossima foto.

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