Giulia Salemi, preoccupata per la crisi in Iran: “La mia famiglia vive lì, dobbiamo fare qualcosa”

In un'intervista Giulia Salemi, di origini iraniane, ci racconta l'apprensione per ciò che sta accadendo e la voglia di fare la differenza

Giulia Salemi ci racconta in una lunga intervista l’apprensione per l’Iran e per i suoi parenti che vivono nel paese dopo il blocco di Internet avvenuto nei giorni scorsi. Qualche settimana fa l’inizio delle proteste per l’aumento dei prezzi del carburante avevano coinciso con la chiusura del web. La maggior parte della popolazione lamentava l’impossibilità di utilizzare i social e di accedere a siti web.

Un tema di cui si è parlato poco, come ha svelato anche la stessa Salemi. Oggi Internet è quasi del tutto tornato in Iran, ma per Giulia sono stati giorni difficili visto che non riusciva a contattare i suoi parenti. “Io non ho saputo quasi nulla, i giornali ne hanno parlato poco – ci ha svelato -, comunque staccare Internet nel 2019 è una cosa gravissima perché impedisci ai ragazzi e alle famiglie di comunicare. In tantissimi ragazzi iraniani che vivono in Italia mi hanno scritto dicendo che non riusciamo a comunicare a casa da giorni”.

Classe 1993, Giulia Salemi è figlia di papà italiano e mamma iraniana. Sua madre Fariba Tehrani, che abbiamo imparato a conoscere grazie al Grande Fratello Vip, ha molti parenti in Iran con cui l’influencer ha un forte legame.

Madre Giulia Salemi

Giulia Salemi da piccola con la mamma

Da cosa nasce la protesta in Iran?

E’ nato tutto da un enorme rincaro del prezzo della benzina, circa il 50% in più. L’Iran non è un Paese dove esiste il ceto medio come in Italia: una piccola parte è ricca e tutti gli altri hanno serie difficoltà economiche. Il governo ha  giustificato questo rincaro sostenendo che avrebbe aiutato una serie di famiglie bisognose,  di fatto però le stesse famiglie che avrebbe dovuto aiutare sono quelle scese in piazza a protestare. Per reprimere la protesta hanno usato la violenza e pare – da fonti interne – che ci siano più di 300 morti e 15mila feriti. Ovviamente non vogliono si sappia  all’esterno e per questo motivo hanno censurato internet, anche per evitare che la rete sia uno strumento per coordinare le proteste.

Stai portando avanti e sostenendo questa lotta soprattutto attraverso i tuoi canali social: che tipo di reazioni hai avuto?

Molti ragazzi iraniani – anche studenti che vivono in Italia – mi hanno scritto per ringraziare e avere notizie. Anche molti italiani – per esempio tutte le mie fanpage – hanno condiviso gli appelli e alcuni hanno addirittura fatto volantinaggio per spiegare come potersi muovere.  Dall’altra parte però c’è stato anche tanto menefreghismo: quando c’è da uscire e divertirsi agli eventi son tutti pronti in prima linea, ma qui parliamo di una cosa molto più importante.

Cosa si può fare per agire? 

C’è un appello di Amnesty International che tutti possono sottoscrivere e io ho invitato i miei follower a farlo. A Milano e a Bologna i ragazzi iraniani hanno organizzato una protesta, ma purtroppo hanno ricevuto poche adesioni. Quello che mi ha deluso di più sono i miei colleghi influencer e i siti, che appena si parla di gossip sono lì pronti a postare e a condividere. Dovrebbero coinvolgere il loro seguito anche su questi temi d’importanza vitale.

Attualmente quali dei tuoi parenti si trovano in Iran? 

Tanti, ho lì diversi zii che sono tutti i fratelli e le sorelle di mia mamma. Oltretutto siamo riusciti a rintracciare la maggior parte, ma uno dei fratelli di mia mamma non siamo ancora riusciti a rintracciarlo, perché fa parte della popolazione iraniana che ancora non ha accesso a internet.

I tuoi parenti che sei riuscita a rintracciare, cosa ti hanno raccontato invece? 

Mi hanno confermato che la situazione non è delle migliori, soprattutto nei paesi più poveri. Ci sono repressioni, oltre che un sacco di arresti e sparizioni.

Senti Giulia, qual è il ruolo e l’importanza di un influencer in situazioni come queste? 

Parliamo tutto il giorno di moda, eventi, trucco, creme e sono la prima a farlo. Contemporaneamente però dobbiamo essere noi i primi a dare messaggi propositivi, a invogliare le persone a fare attività socialmente utili, a non incitare il cyberbullismo, anzi placarlo. Ho fatto un post l’altro giorno dove invito i ragazzi che hanno dei problemi di violenza, bullismo o disuguaglianza etnica o sociale a contattarmi: io mi metto in prima linea, mi rendo disponibile per aiutarli e mettermi in contatto con delle associazioni idonee per gestire i singoli casi. Spesso le persone hanno semplicemente paura della solitudine e finiscono per non denunciare. Per questo, ho deciso di utilizzare i miei social non solo per lavoro, ma anche per dare dei messaggi positivi verso la società e verso la mia generazione.

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