Il Festival di Sanremo 2026 verrà probabilmente ricordato come l’edizione del romanticismo high-tech e dei cuori infranti a ritmo di cassa dritta. Eppure, nel bel mezzo di una kermesse che sembrava voler schivare i nodi più intricati dell’attualità, è arrivato Ermal Meta. Con la sua delicatezza, quasi in punta di piedi, il cantautore di origini albanesi ha squarciato il velo della “bolla” festivaliera, riportando l’Ariston a riflettere su ciò che accade oltre i confini del palcoscenico.
Una ninna nanna che toglie il sonno
Il brano presentato, dal titolo ingannevolmente rassicurante Stella stellina, ha acceso immediatamente il dibattito sui social e tra i critici del Dopofestival che l’hanno accolto dopo la gara. Se il titolo richiama la filastrocca che tutti abbiamo sussurrato almeno una volta, la struttura del pezzo è una “ninna nanna capovolta”.
Le sonorità non cullano, ma scuotono in una melodia potente con influenze latine e balcaniche che accompagna un testo crudo e poetico. È il racconto di un‘infanzia negata, di una tregua che non arriva mai. Ermal Meta non ha scelto la strada del proclama, ma quella della narrazione empatica com’è proprio del suo stile, trasformando una melodia familiare nel manifesto di una tragedia che riguarda tutti.
Il giallo del colletto, chi è Amal
A catturare l’attenzione del pubblico e dei fotografi non è stata solo l’esecuzione vocale impeccabile, ma un dettaglio visivo sul colletto della camicia dell’artista. Una parola sola, ricamata con estrema delicatezza: Amal.
Inizialmente la Rete si è divisa tra chi cercasse un riferimento privato e chi un messaggio in codice. La risposta è arrivata dallo stesso Meta e dai commenti a caldo dei giornalisti: Amal in arabo significa “speranza”, ma nel contesto di Sanremo 2026 è diventato un simbolo politico e umano. Il cantautore ha infatti dedicato l’esibizione alle bambine di Gaza, portando sul palco un nome che rappresenta migliaia di esistenze spezzate.
“La protagonista di ‘Stella stellina’ è una bambina senza nome, ma forse ha tutti i nomi: Aysha, Layla, Nour, Hind… figlie di nessuno, figlie di tutti”, ha spiegato l’artista sui suoi canali social, confermando l’intenzione di far apparire ogni sera un nome diverso cucito sul proprio abito, quasi a voler restituire un’identità a chi è diventato solo un numero nelle cronache di guerra.
La genesi del brano
L’aspetto più toccante di questo “caso” sanremese è di certo nell’ispirazione del brano. Non è nata da un editoriale o da un reportage di guerra, ma tra le mura domestiche. Ermal Meta ha raccontato come tutto sia partito dalla figlia Fortuna, di appena un anno e mezzo, che ha iniziato a ripetere i versi della celebre filastrocca.
Quel momento di purezza assoluta si è però scontrato con le immagini “sensibili” che scorrono quotidianamente sui nostri smartphone. Il contrasto tra la figlia che gioca e il volto di una sua coetanea tra le macerie ha spinto l’artista a scrivere il brano in appena mezz’ora. Una reazione viscerale che trasforma la musica in un atto di testimonianza, forse l’unico di questo Festival di Sanremo.
Anche la conduzione non è rimasta indifferente. Al termine dell’esibizione, Carlo Conti ha voluto sottolineare il peso specifico del brano, unendosi all’appello per una pace che appare ancora troppo lontana. Le parole di Conti (“Che i fiori siano solo per far festa e non sulle tombe dei bambini”) hanno suggellato quello che è, a tutti gli effetti, il momento più alto e impegnato di questo Sanremo 2026.