Stress, perché ne soffriamo e come si affronta

L'eccessiva tensione emotiva, se prolungata, diventa nociva per l'organismo: come si manifesta, a che età e come curarla

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Federico Mereta

Giornalista Scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

Una reazione del tutto normale. Quando di fronte a noi si presenta un ostacolo, l’organismo si attiva per superarlo. Se è un fenomeno di breve durata, ovviamente, non crea problemi. Ma alla lunga, diventa nocivo per l’organismo. Così prima la pandemia, che per fortuna ora sta allentando la morsa, ed ora il conflitto che stiamo vivendo a distanza diventano elementi che possono certo peggiorare la situazione, dando luogo ad una serie di disturbi legati proprio all’eccessiva tensione emotiva.

Tra i più comuni ci sono cefalea, riferita dal 48% delle persone, ansia, nervosismo, irritabilità (42,8%), tensioni muscolari (39,6%) e disturbi del sonno (32,2%), di cui sono soprattutto le donne a soffrire maggiormente. Come se non bastasse, il problema non sembra interessare solamente gli adulti. Quasi sei persone su dieci pensano che proprio i giovani siano la fascia di popolazione che ha risentito maggiormente delle conseguenze della pandemia. A segnalare queste percentuali è una ricerca condotta da Human Highway per Assosalute.

Un problema a tutte le età

Secondo  Piero Barbanti, docente di Neurologia presso l’Università IRCCS San Raffaele di Roma, all’inizio della pandemia con le prime chiusure, due anni fa, c’era una tensione emotiva di carattere positivo nella popolazione. “La situazione emergenziale scoppiata improvvisamente ci ha fatto percepire il pericolo ed è stato proprio questo sentore di allarme a permetterci di sostenere due mesi di chiusura forzata e di riuscire a creare un nuovo equilibrio funzionale e utile senza rendercene conto e senza lamentarci – segnala l’esperto.”

Quando poi, nelle successive fasi della pandemia, l’entità del pericolo è scesa e lo spavento è diminuito la situazione è cambiata. “È venuto alla luce, invece, uno stress negativo da Covid-19, poiché è comparsa la valutazione soggettiva del possibile protrarsi a lungo termine delle limitazioni e dei rischi, che ha fatto emergere una ruminazione psicologica, un sentimento di sfiducia e allarme cronico – riprende Barbanti.

È anche aumentato il burnout, ovvero l’esaurimento psicofisico del soggetto legato al lavoro, perché, alle normali situazioni che lo determinano, si sono aggiunte modalità lavorative stressanti come il lavoro agile, il telelavoro e la mancanza delle relazioni umane tangibili, compresi quei momenti di pausa che accompagnano la normalità di una giornata di lavoro, come il caffè al bar con i colleghi. Questo ha provocato l’aumento di sintomi come insonnia, ansia, depressione negli adulti che, in alcuni casi, per contrastare tali disturbi, si sono rifugiati nell’abuso di alcol e caffè”.

Dall’indagine emerge che quasi 6 intervistati su 10 segnalano come gli adolescenti tra i 13 e i 18 anni siano la fascia più colpita. Per il 70% degli italiani poi, anche i bambini più piccoli, sebbene con livelli di stress e ansia meno evidenti degli adolescenti, non sono usciti indenni dalla pandemia.

“Seppur i ragazzi manifestino lo stress in occasioni e modalità differenti rispetto agli adulti, le loro reazioni includono irritabilità, impulsività, irrequietezza, nervosismo, disturbi del sonno e dell’alimentazione – riprende Barbanti. La mancanza di socialità durante la pandemia (DAD, abolizione delle pratiche sportive di gruppo per i non agonisti) ha influito profondamente sullo sviluppo della personalità dei più piccoli e di conseguenza sull’incidenza di disturbi legati allo stress”.

I consigli per vivere meglio

A tutte le età, come si può affrontare questa situazione?  Stando all’indagine il consiglio del medico (soprattutto tra gli over 65) e il ricorso ai farmaci di automedicazione (tipico nelle fasce centrali della popolazione) sono i due comportamenti più diffusi tra gli intervistati, in linea con il trend rilevato nella seconda ondata della pandemia (rispettivamente il 36,8% e il 33,5%).

Seguono il consiglio del farmacista (16,3%), il ricorso al web (13,7%) e il consiglio di amici e parenti (8,7%), comportamenti sempre meno diffusi con l’aumentare dell’età.  In crescita, rispetto al 2020, la percentuale di coloro che non chiedono consiglio a nessuno e non fanno nulla per alleviare i sintomi, che aumenta dall’11,6% al 21,1%, a evidenziare che, passata la fase più difficile della pandemia, anche la determinazione e l’attenzione con cui si curano i disturbi da stress ha perso di intensità.

Lo stress può invece essere affrontato “conoscendolo, e poi facendo un atto di buona volontà, modificando, di conseguenza, lo stile di vita e approcciando l’automedicazione – segnala Barbanti.”