Giornata mondiale dell’Alzheimer 2026, a che punto sono le cure

La scienza continua a fare progressi, si studiano nuovi farmaci, ma resta il nodo del supporti a familiari e caregivers

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Eleonora Lorusso

Giornalista, esperta di salute e benessere

Milanese di nascita, ligure di adozione, ha vissuto negli USA. Scrive di salute, benessere e scienza. Nel tempo libero ama correre, nuotare, leggere e viaggiare

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È solo di pochi giorni fa la notizia dei test su un nuovo spray nasale contro l’Alzheimer, che lascia sperare in futuri trattamenti più efficaci contro la patologia. Ma per arrivare a poter contare su una terapia efficace e in grado di sconfiggere la malattia occorrono ancora volontari che partecipino alle ricerche, come sottolinea un report di Alzheimer Italia. Intanto alle condizioni dei pazienti si affiancano quelle di familiari e caregivers, a cui si rivolgono molte delle campagne di sensibilizzazione promosse in occasione della Giornata Mondiale dell’Alzheimer, che ricorre il 21 settembre.

I numeri dell’Alzheimer

In Italia sono circa 1,2 milioni le persone che convivono con una forma di demenza. Di queste circa 600.000 sono affette da Alzheimer, la forma più comune, anche se il numero è destinato ad aumentare: secondo le stime potrebbe superare 1,6 milioni entro il 2030 e circa 2,3 milioni entro il 2050, complice l’invecchiamento della popolazione.

Si tratta, però, di una malattia che non solo impatta sui pazienti, ma anche su familiari e caregivers, impegnati nell’assistenza, spesso da soli e senza i necessari supporti da parte degli enti sanitari, che quindi si trovano ad affrontare un carico non solo fisico, ma anche emotivo molto importante.

A che punto sono le cure

L’Alzheimer ha generalmente un esordio tardivo, trattandosi di una patologia degenerativa, ma alcuni sintomi possono comparire ben prima della diagnosi: si può trattare di problemi di memoria o alterazioni biologiche rilevabili anche nel sangue. Ad esempio, biomarcatori come p-tau217, modelli predittivi come INTERCEPTOR e nuovi strumenti diagnostici stanno permettendo di anticipare sempre di più il momento in cui la malattia può essere intercettata.

Sul fronte della cura, invece, le nuove frontiere sono rappresentate da alcuni anticorpi, come lecanemab e donanemab che si sono dimostrati piuttosto efficaci nel rallentare il declino in pazienti selezionati. Manca, però, la possibilità di fermare la malattia in senso assoluto.

La ricerca italiana sullo spray nasale

La ricerca, però, prosegue. Di recente si è parlato dei risultati di uno studio, che ha coinvolto ricercatori italiani ed è stato effettuato su un modello animale, che riguarda uno spray nasale. Si tratta della possibilità di rilasciare nel naso nanovescicole ottenute dalla placenta che sarebbero in grado di raggiungere l’ippocampo, ossia la regione del cervello fondamentale per la memoria e particolarmente vulnerabile in questa malattia.

Una volta nell’area deputata, potrebbero, contrastare la neuroinfiammazione che è alla base della patologia, proteggere la funzione dei neuroni e preservare dunque anche la memoria. Le vescicole, ricavate dalle cellule della membrana amniotica, avrebbero dato effetti positivi anche su neuroni umani in provetta.

Per questo i ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dell’Irccs Policlinico Gemelli di Roma e del Centro di ricerca “Menni” di Fondazione Poliambulanza di Brescia che hanno condotto la ricerca, hanno parlato di scoperta “molto promettente”, nonostante sia frutto di uno studio pre-clinico.

Occorrono anche nuovi volontari

Per condurre nuovi studi, però, occorrono anche volontari per effettuare ricerche. Come indica il rapporto 2026 presentato da Alzheimer Italia, servirebbero circa 55 mila partecipanti, solo per supportare gli studi attivi finora, mentre il numero delle persone da coinvolgere nelle selezioni complessive arriverebbe anche a 350 mila.

Il rischio, in mancanza di soggetti da coinvolgere, è di rallentare la ricerca. Da qui le campagne di sensibilizzazione in occasione del 21 settembre, Giornata mondiale dell’Alzheimer, che si inserisce nel World Alzheimer’s Month.

Quanti studi clinici sono in corso oggi

Come emerge dal report di ADI, al momento ci sono allo studio 158 farmaci in 192 studi clinici nel mondo. Come sottolineano gli esperti, per testare un farmaco sperimentale si deve procedere con studi clinici rigorosi, che richiedono l’individuazione di nuove molecole, ma anche di persone disponibili a partecipare alle sperimentazioni, e che abbiano i requisiti necessari a farlo.

L’importanza della diagnosi precoce

Un altro aspetto fondamentale è l’intervento precoce, nelle fasi iniziali della malattia. La diagnosi, infatti, rimane una delle principali criticità della risposta alla demenza, a livello globale. L’Alzheimer’s Disease Atlas, pubblicato da ADI nel 2026, stima che il 75% delle persone che vivono con demenza non abbia una diagnosi formale.

Eppure intercettare per tempo la patologia può permettere di accedere più rapidamente a informazioni utili, così come a servizi di supporto e forme di sostegno specifiche, insieme a trattamenti farmacologici in grado di rallentare il decorso delle demenze.

“Prima lo sai, di più puoi fare”

Da qui la scelta da parte di ADI di puntare la campagna 2026 sulla tempestività: “The Earlier You Know, The More You Can Do: A Dementia Diagnosis Matters”, infatti, è il nome dell’iniziativa di quest’anno, alla quale aderisce anche Alzheimer Italia.

Tra i dieci segnali indicati da ADI per individuare il prima possibile eventuali sintomi della malattia ci sono: la perdita di memoria, le difficoltà nello svolgimento di attività di routine quotidiane, i problemi di linguaggio, il disorientamento temporale e spaziale, la riduzione della capacità di giudizio, la difficoltà nel tenere traccia delle azioni o ricordo degli oggetti, il loro ritrovamento in luoghi insoliti, così come i cambiamenti dell’umore e del comportamento, le difficoltà nella comprensione delle informazioni visive e spaziali, e il progressivo isolamento e ritiro dalle attività lavorative o sociali.

Uno degli aspetti meno noti e discussi, infatti, riguarda la vergogna e lo stigma sociale che si accompagna alla malattie che porta anche a ridurre le interazioni sociali, creando un corto circuito negativo.