Bronchiectasie, cosa sono, come si manifestano, come si scoprono e come si affrontano

Le bronchiectasie sono una patologia infiammatoria cronica delle vie respiratorie. I sintomi più comuni sono tosse persistente e fiato corto

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Federico Mereta

Giornalista Scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

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Non si può parlare di una patologia di genere. Ma se si considerano le bronchiectasie non associate a fibrosi cistica (se si manifestano in presenza di questa condizione rappresentano in quadro specifico), sicuramente le statistiche dicono che le donne ne soffrono più degli uomini. E soprattutto dicono che non sempre queste condizioni vengono riconosciute per tempo. Al contrario, la diagnosi è spesso tardiva e questo porta a peggiorare il benessere delle vie respiratorie.

Per questo è importante conoscere le bronchiectasie. E parlare con il medico che può sospettare il quadro e fare gli accertamenti necessari, considerando che stiamo parlando della terza malattia cronica delle vie aeree più comune dopo l’asma e la BPCO.

Cosa succede in chi soffre di bronchiectasie

Le bronchiectasie rappresentano una patologia infiammatoria cronica e progressiva delle vie respiratorie. La presenza di queste alterazioni dei bronchi, le vie del respiro, comporta una dilatazione permanente e un ispessimento delle vie aeree, con accumulo di muco denso che tende a ristagnare e a favorire un circolo vizioso di infezioni, infiammazione e danni irreversibili al tessuto polmonare.

Il quadro si può manifestare con sintomi e segni seri, che vanno dalla tosse persistente con crepiti e sibili, la presenza di espettorato, affanno e fiato corto, il ripetersi di infezioni respiratorie, a volte la presenza di sangue nell’espettorato, ovvero l’emottisi.

Il problema è che questi fastidi non intervengono “una tantum” ma tendono a ripetersi e a riacutizzarsi. Le riacutizzazioni consistono in un peggioramento imprevedibile dei sintomi, superiore alla normale variazione giornaliera, che richiede una modifica del trattamento o la somministrazione di antibiotici.  Questi episodi durano in genere dalle 2 alle 4 settimane e sono associati a un significativo disagio fisico e psicologico. Inoltre, le riacutizzazioni sono associate a una riduzione della qualità della vita, a un peggioramento della funzionalità polmonare e a un aumento del rischio di future riacutizzazioni, ospedalizzazione e mortalità.

L’importanza della diagnosi precoce

“Le bronchiectasie determinano un carico clinico rilevante, fatto di tosse ed espettorazione cronica, infezioni ricorrenti e frequenti riacutizzazioni, spesso associate a infezione batterica cronica e infiammazione neutrofilica – spiega Stefano Aliberti, Professore Ordinario di Malattie dell’Apparato Respiratorio presso il Dipartimento di Scienze Biomediche di Humanitas University e Direttore dell’UO di Pneumologia di IRCCS Humanitas Research Hospital di Rozzano, Milano”.

Purtroppo, però queste condizioni a volte non vengono riconosciute per tempo pur se negli ultimi anni il numero di persone a cui vengono diagnosticate le bronchiectasie è aumentato in tutto il mondo, probabilmente a causa dell’invecchiamento della popolazione, dei progressi e dell’utilizzo delle tecniche di imaging e della maggiore consapevolezza della malattia tra gli specialisti clinici.

Nonostante la sua crescente prevalenza, la diagnosi di bronchiectasie richiede in genere anni, spesso più di un decennio, dopo l’insorgenza dei sintomi, il che potrebbe portare alla progressione della malattia e al peggioramento della prognosi dei pazienti.

Come si curano le bronchiectasie

Sebbene non siano ancora disponibili in Italia farmaci specificamente approvati per il trattamento delle bronchiectasie non associate a fibrosi cistica, i trattamenti attuali mirano ad alleviare i sintomi, curare l’infezione e ridurre l’impatto del danno polmonare strutturale.

Tuttavia, i pazienti spesso incontrano difficoltà nell’accesso alle cure, tra cui ritardi nella presa in carico con gli specialisti e un accesso limitato a una gestione multidisciplinare, che includa fisioterapia respiratoria specialistica e supporto psicologico.

“In questo contesto, il ruolo del team multidisciplinare dedicato è centrale in quanto consente di superare la frammentazione delle cure, migliorare l’appropriatezza terapeutica e garantire una presa in carico continuativa e personalizzata del paziente – fa sapere Aliberti”.

In genere è indispensabile l’impiego ripetuto e prolungato di antibiotici ma, al tempo stesso, una pressione antibiotica costante favorisce la selezione di ceppi batterici resistenti. La resistenza agli antibiotici non è quindi un fenomeno episodico, ma il risultato di un processo fisiopatologico strutturato, in cui infezione cronica, infiammazione persistente e utilizzo ripetuto di terapie antimicrobiche si alimentano reciprocamente.

L’esposizione continuativa agli antibiotici esercita una pressione selettiva che, nel tempo, favorisce la comparsa di ceppi batterici resistenti e riduce progressivamente l’efficacia delle opzioni terapeutiche disponibili poiché le alterazioni strutturali delle vie aeree e la persistenza dell’infezione creano le condizioni per una cronicizzazione del processo infiammatorio e infettivo.

Insomma: “le terapie attualmente disponibili mirano principalmente a contenere i sintomi, ridurre le riacutizzazioni e rallentare la progressione del danno, ma presentano limiti evidenti legati sia alla resistenza antibiotica sia agli effetti collaterali e alla sostenibilità del trattamento nel lungo periodo – fa sapere Francesco Blasi, Direttore del Dipartimento di Medicina Interna e Direttore della Pneumologia del Policlinico di Milano”.

Le innovazioni terapeutiche in corso di sviluppo introducono un cambio di paradigma, intervenendo direttamente sui meccanismi biologici che sostengono l’infiammazione cronica, anziché limitarsi al controllo dei sintomi. Questo nuovo modello permette di ridurre le riacutizzazioni e prevenire il progressivo peggioramento della funzionalità polmonare, rendendo il percorso di cura più sostenibile e accompagnando i pazienti con bronchiectasie non associate alla fibrosi cistica verso una migliore qualità e aspettativa di vita.

“La ricerca scientifica sta analizzando strategie più personalizzate basate su fenotipi, endotipi e microbioma, e biomarcatori predittivi di riacutizzazione – conclude Blasi. Questo cambiamento di paradigma potrebbe rappresentare un passo rilevante nel tentativo di ridurre la progressione della malattia e limitare il ricorso ripetuto agli antibiotici nel lungo termine”.

Le indicazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a scopo informativo e divulgativo e non intendono in alcun modo sostituire la consulenza medica con figure professionali specializzate. Si raccomanda quindi di rivolgersi al proprio medico curante prima di mettere in pratica qualsiasi indicazione riportata e/o per la prescrizione di terapie personalizzate.