Cosa si nasconde dietro una foto: perché i selfie con gli animali selvatici non vanno fatti

Selfie con animali selvatici: ecco perché toccarli, prenderli in braccio o avvicinarsi per una foto può danneggiarli, favorire il traffico illegale e mettere a rischio anche le persone

Foto di Marta Ruggiero

Marta Ruggiero

Giornalista pubblicista e videoreporter

Giornalista pubblicista, videoreporter, copywriter e content editor. Si occupa di attualità, economia, politica, intrattenimento, costume e società.

11 min di lettura

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  • I selfie con animali selvatici possono nascondere sfruttamento, stress e cattura, soprattutto quando il contatto fisico serve a ottenere l’immagine.
  • Studi scientifici e campagne di tutela mostrano che social network e turismo possono alimentare una filiera dannosa, con effetti anche sulla conservazione.
  • Riconoscere esperienze etiche significa preferire distanza, libertà di movimento e rispetto della fauna selvatica, evitando immagini che normalizzano l’abuso.

Una foto con un bradipo, un cucciolo di tigre, una scimmia o un elefante può sembrare soltanto un ricordo speciale di una vacanza. In realtà, dietro molti dei cosiddetti wildlife selfie si nasconde un problema molto più complesso: quello dello sfruttamento degli animali selvatici per il turismo e per i contenuti destinati ai social network.

Il principio da tenere a mente è semplice: un animale selvatico non dovrebbe mai essere trattato come un oggetto di scena. Se per ottenere lo scatto è necessario prenderlo, immobilizzarlo, attirarlo con il cibo, inseguirlo, toccarlo o costringerlo a stare vicino alle persone, quella fotografia può avere conseguenze sul suo benessere e, in alcuni casi, contribuire a un vero e proprio sistema di sfruttamento.

Il tema è stato affrontato anche dalla ricerca scientifica. Uno studio pubblicato nel 2023 su Plos One ha analizzato proprio il fenomeno dei selfie con gli elefanti, evidenziando come le attrazioni turistiche che consentono di toccare e interagire direttamente con animali selvatici possano avere conseguenze negative sul benessere degli individui e sulla conservazione delle popolazioni.

Il problema non è la fotografia, ma il modo in cui viene scattata

Fare un selfie con un animale selvatico non è di per sé sbagliato. Anzi, immagini realizzate responsabilmente possono contribuire a far conoscere la biodiversità e a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di proteggere le specie. La differenza fondamentale sta nella distanza e nel comportamento del fotografo.

Un animale osservato nel proprio ambiente, mentre mangia, si sposta, riposa o interagisce con altri individui, sta semplicemente vivendo la propria vita. Una persona che entra nel suo spazio per ottenere una fotografia, invece, modifica quella situazione.

Le linee guida di National Geographic per la fotografia della fauna selvatica indicano come principio fondamentale quello del “non nuocere”: non bisogna alterare l’habitat per ottenere una fotografia migliore, attirare l’attenzione dell’animale o interferire con i suoi comportamenti naturali. È inoltre necessario prestare particolare attenzione durante i periodi riproduttivi e riconoscere eventuali segnali di stress.

Per questo motivo, un’immagine in cui l’animale appare accanto alla persona non racconta necessariamente tutta la storia. Il momento immortalato dura pochi secondi, mentre le conseguenze dell’interazione possono essere molto più lunghe.

Cosa può succedere agli animali usati per i selfie

Uno dei casi più problematici dei selfie con gli animali selvatici riguarda gli esemplari che vengono catturati in natura per essere successivamente utilizzati come attrazioni turistiche.

L’organizzazione World Animal Protection ha documentato, soprattutto in alcune aree dell’Amazzonia, casi di bradipi, uccelli, caimani, anaconde e altri animali sottratti al loro ambiente naturale e utilizzati per permettere ai turisti di scattare fotografie ravvicinate.

In un’indagine condotta nel 2017 tra Manaus, in Brasile, e Puerto Alegría, in Perù, l’organizzazione ha riscontrato che gli esemplari venivano frequentemente maneggiati dai visitatori. Alcuni presentavano ferite o altri segni compatibili con condizioni di gestione inadeguate. L’indagine rilevò inoltre che molte delle specie coinvolte erano soggette a forme di protezione internazionale.

Il caso dei bradipi è particolarmente emblematico. Il loro aspetto apparentemente tranquillo e la loro capacità di rimanere immobili per lunghi periodi possono indurre le persone a pensare che siano animali adatti a essere tenuti in braccio. È una percezione ingannevole: il fatto che un animale non reagisca in modo evidente non significa che l’interazione sia positiva o che non stia vivendo una situazione di stress.

Gli animali selvatici hanno esigenze comportamentali, ambientali e sociali molto diverse da quelle degli animali domestici. Essere manipolati ripetutamente da sconosciuti, trasportati, esposti al rumore e costretti a rimanere in luoghi affollati può rappresentare una fonte di stress significativa.

Selfie allo zoo: perché non si fa

Dietro una foto apparentemente innocua può esserci una filiera

Uno degli aspetti più importanti da comprendere è che la fotografia è spesso soltanto l’ultimo anello di una catena. Il turista vede l’animale, paga per avvicinarsi e scatta un selfie. Non vede necessariamente ciò che è accaduto prima: da dove proviene l’animale, come è stato catturato, come viene mantenuto, cosa gli viene somministrato e quali tecniche vengono utilizzate per renderlo docile.

Le inchieste sul turismo con animali selvatici hanno evidenziato proprio questa distanza tra ciò che vede il visitatore e ciò che può accadere dietro le quinte. Sempre National Geographic ha documentato casi in cui animali selvatici utilizzati per incontri ravvicinati con i turisti vivevano in condizioni problematiche o venivano sottoposti a pratiche incompatibili con il loro comportamento naturale.

Questo è uno dei motivi per cui parole come “santuario”, “salvataggio” o “conservazione” non dovrebbero essere considerate automaticamente una garanzia. Una struttura può utilizzare un linguaggio rassicurante nella propria comunicazione, ma ciò che conta è come vengono realmente trattati gli animali.

Ecco perché gli esperti suggeriscono, per esempio, di osservare gli spazi a disposizione degli animali, la presenza di acqua, ripari e aree lontane dal pubblico e soprattutto di diffidare delle strutture che offrono un’elevata quantità di interazioni dirette con gli animali pur presentandosi come centri di conservazione.

Il selfie può alimentare la domanda

C’è poi un effetto meno immediato, ma fondamentale: ciò che viene pubblicato sui social può contribuire a rendere desiderabile un certo tipo di esperienza turistica. Una fotografia di una persona che tiene in braccio un animale selvatico può trasmettere implicitamente l’idea che quell’interazione sia normale, divertente e innocua. Chi vede l’immagine potrebbe voler replicare l’esperienza durante il proprio viaggio.

Uno studio pubblicato su Frontiers in Sustainable Tourism ha analizzato proprio il rapporto tra social media e turismo con animali. La ricerca ha riscontrato una maggiore presenza di selfie ravvicinati con gli animali selvatici nelle strutture con pratiche di conservazione e benessere meno favorevoli, mentre in quelle con migliori caratteristiche di welfare le immagini tendevano maggiormente a concentrarsi sull’animale e sul suo ambiente.

In altre parole, un selfie non è soltanto un ricordo personale. Una volta pubblicato, può diventare pubblicità involontaria per una determinata attività. La fotografia comunica infatti un messaggio: “Questo si può fare”. E più quell’immagine viene condivisa, più l’interazione può diventare desiderabile e redditizia.

Il fenomeno è cresciuto con i social network

L’esplosione dei social ha contribuito a trasformare gli incontri con la fauna selvatica in contenuti altamente condivisibili. World Animal Protection aveva rilevato, attraverso sistemi di ricerca delle immagini e analisi dei contenuti social, un aumento del 292% dei selfie con animali selvatici su Instagram tra il 2014 e il 2017. Nello stesso monitoraggio, oltre il 40% delle immagini individuate come selfie con animali selvatici mostrava interazioni considerate problematiche, come abbracciare, tenere in braccio o manipolare gli animali in modo inappropriato.

Il dato è storico e non deve essere interpretato come una fotografia dell’attuale quantità di contenuti presenti sui social. Mostra però quanto rapidamente il fenomeno sia cresciuto nella fase di massima espansione dei selfie e quanto la popolarità delle immagini possa incidere sulle pratiche turistiche.

Proprio in seguito alle campagne di sensibilizzazione, Instagram introdusse nel 2017 avvisi associati alla ricerca di alcuni hashtag relativi agli animali selvatici.

La ricerca scientifica ha però mostrato che gli avvisi da soli non sono sufficienti. Lo studio pubblicato su Plos One nel 2023 ha analizzato l’efficacia degli avvertimenti di Instagram prendendo gli elefanti come caso di studio.

Su 244 hashtag analizzati, l’avviso risultava attivato soltanto nel 2% dei casi esaminati e i ricercatori non hanno individuato un effetto coerente sulla tipologia o sulla popolarità dei post. Questo significa che la responsabilità non può essere delegata soltanto alle piattaforme. Anche il turista deve imparare a riconoscere le situazioni problematiche.

Un rischio anche per le persone

Evitare i selfie con animali selvatici non significa proteggere soltanto gli animali. Significa anche proteggere se stessi. Un esemplare di questo genere rimane imprevedibile. Il fatto che in una fotografia sembri tranquillo non significa che sia addomesticato, che si fidi della persona o che non possa reagire improvvisamente.

Un elefante può spaventarsi, un primate può mordere, un grande felino può attaccare e anche un animale apparentemente innocuo può reagire quando percepisce una minaccia o un’invasione del proprio spazio.

Le interazioni ravvicinate possono avere conseguenze anche molto gravi per le persone e per gli stessi animali. Alcuni incidenti documentati durante attività di osservazione della fauna sono avvenuti proprio mentre i visitatori cercavano di avvicinarsi per scattare fotografie.

La regola dovrebbe quindi essere molto semplice: se l’animale può raggiungerti facilmente, probabilmente sei troppo vicino.

Esiste anche un problema sanitario

Il contatto ravvicinato tra esseri umani e fauna selvatica comporta inoltre potenziali rischi sanitari. La Iucn ha evidenziato il rapporto tra turismo, salute e interazioni uomo-fauna, includendo esplicitamente i selfie con animali e le attività che prevedono di tenere in mano esemplari selvatici tra le situazioni che possono comportare un contatto ravvicinato con potenziali agenti patogeni. Gli animali selvatici possono essere portatori di microrganismi ai quali le persone non sono normalmente esposte; allo stesso tempo, anche gli esseri umani e gli animali domestici possono trasmettere patogeni alla fauna.

Il rischio di trasmissione di una malattia non significa che ogni incontro con un animale selvatico provochi automaticamente un problema sanitario. Significa però che il contatto fisico non necessario aumenta un’interfaccia che sarebbe meglio mantenere al minimo, soprattutto quando si parla di specie selvatiche.

Nel 2025 l’Iucn – International Union for Conservation of Nature – ha inoltre richiamato l’attenzione sulla necessità di integrare gli standard di benessere animale nelle politiche di turismo sostenibile, sottolineando i collegamenti tra pratiche turistiche inappropriate, sofferenza animale, alterazione degli ecosistemi e rischi zoonotici.

Come capire se un’esperienza con animali è davvero etica

Non tutte le forme di turismo naturalistico sono uguali. Osservare la fauna nel suo habitat può essere un’esperienza compatibile con la conservazione, soprattutto quando viene praticata attraverso operatori responsabili. Prima di prenotare un’attività è quindi utile porsi alcune domande:

  • L’animale vive nel proprio ambiente naturale?
  • Può allontanarsi liberamente dalle persone?
  • I visitatori possono toccarlo o prenderlo in braccio?
  • Viene attirato con cibo per ottenere fotografie?
  • Vengono utilizzati animali giovani perché più facili da controllare?
  • La struttura organizza spettacoli o attività innaturali?
  • Gli animali vengono incatenati, immobilizzati o sottoposti a manipolazioni frequenti?
  • L’attività parla molto di selfie, ma poco di conservazione e comportamento naturale?
  • È possibile osservare gli animali senza entrare in contatto con loro?

Se la risposta a queste domande fa emergere una forte componente di interazione fisica, è meglio rinunciare.

World Animal Protection, attraverso il suo Wildlife Selfie Code, ha indicato criteri molto semplici: una fotografia può essere considerata responsabile quando viene scattata a distanza di sicurezza, l’animale è libero di muoversi e si trova nel proprio ambiente naturale.

Non condividere immagini che normalizzano il contatto

C’è infine un ultimo comportamento che può fare la differenza: non contribuire alla normalizzazione del selfie con animali selvatici. Se una fotografia mostra una persona che tiene in braccio, cavalca o manipola un animale selvatico, condividerla senza contesto può involontariamente trasformarla in un modello da imitare.

Al contrario, pubblicare fotografie che mostrano gli animali nel loro ambiente, accompagnandole eventualmente con informazioni sulla specie e sulla sua conservazione, può utilizzare i social nella direzione opposta: non come vetrina dello sfruttamento, ma come strumento di educazione.

La ricerca sul turismo faunistico suggerisce infatti che i social media possono avere anche un ruolo positivo quando contribuiscono a diffondere messaggi di conservazione e comportamenti rispettosi.

Perché dietro un’immagine di pochi secondi può esserci un’intera filiera di cattura, commercio, addestramento, stress e sfruttamento. E rinunciare a quel selfie può essere un gesto molto più importante di quanto sembri: significa non alimentare la domanda e ricordare che la fauna selvatica vale molto più di una fotografia da pubblicare sui social.

Fonti bibliografiche

Elephant ‘selfies’: Evaluating the effectiveness of Instagram’s warning of the potential negative impacts of photo opportunities with wild animalsPlos One;

A user-generated content analysis of tourists at wildlife tourism attractionsFrontiers;

How to photograph wildlife ethicallyNational Geographic;

Instagram acts to stop animal crueltyWorld Animal Protection;

Image recognition software reveals impact of cruel wildlife selfies on social mediaWorld Animal Protection;

Iconic Amazonian wild animals are suffering for selfiesWorld Animal Protection