Parti cesarei, la denuncia del ministero: troppi e ingiustificati. E i NAS indagano

Una posizione anomala del feto. Questo il giustificativo per il numero eccessivo di parti cesarei praticati nel nostro Paese. Il 43% di troppo, a quanto risulta da uno studio condotto dal ministero della Salute e Agenas, l’agenzia sanitaria delle Regioni. E’ emerso che il ricorso eccessivo a parto cesareo si verifica soprattutto nelle regioni del Sud Italia e che spesso in ospedale si modifica la documentazione sanitaria. Parti cesarei inutili, giustificati attraverso schede di dimissione non veritiere, che citano una "posizione anomala del feto" non menzionata nella cartella clinica e quindi probabilmente inesistente: un modo per spiegare a posteriori una pratica chirurgica intrapresa senza motivazioni sanitarie.

Dal ministero segnalano come la chirurgia elettiva al termine della gravidanza comporti "rischi maggiori per la madre e per il neonato rispetto al parto vaginale". Rispetto a una donna che partorisce naturalmente, una donna sottoposta a cesareo ha un rischio triplo di decesso a causa di complicanze anestesiologiche e la probabilità di rottura dell’utero è di 42 volte superiore.

Il Ministero della Salute ha deciso di indagare perché ben il 29% dei parti è un cesareo in Italia. In pratica, del mezzo milione circa di bambini che nascon in Italia ogni anno, quasi un terzo è generato da un parto cesareo, mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità fissa il numero al 15%, la metà. Nel 1980 i parti cesarei erano l’11% del totale, per lievitare nel 1990 al 28% fino ad arrivare al 38,2%.

Il punto di partenza dello studio sono stati i dati molto diversi tra una realtà locale e l’altra proprio per quanto riguarda l’incidenza della "posizione anomala del feto", condizione associata all’intervento chirurgico in maternità. In alcuni ospedali i casi di "posizione anomala del feto" passano addirittura dal 7% della media al 50%. 

La ricerca dei si è basata su un controllo a campione fatto su oltre 1.100 cartelle raccolte dai Nas nelle sale parto di tutte le Regioni e ha rilevato che molte informazioni non corrispondono tra scheda di dimissione e cartella clinica: "Un problema importante su tutto il territorio nazionale", rilevano al ministero. Anche là dove non c’è un’alta incidenza di cesarei ci sono comunque problemi di chiarezza dei documenti ospedalieri. Cartelle e schede di dimissioni risultano non coerenti tra loro nel 44% dei casi in Lombardia e nel Lazio, nel 78% in Sicilia, nel 56% in Puglia e nel 46% in Calabria. Vanno benissimo invece Veneto e Liguria, dove non c’è alcuna differenza tra i due documenti, nonché Val d’Aosta e provincia autonoma di Trento.

Non solo, in dodici regioni lo studio ha rilevato un numero enorme di cartelle cliniche "vuote", nelle quali manca del tutto la documentazione che giustifichi il ricorso al parto cesareo per posizione anomala del feto, intervento la cui esecuzione è però confermata nella scheda di dimissione ospedaliera della paziente.

Pronta la risposta dell’Assessorato alla Sanita’ della Regione Lombardia: "I parti cesarei in Lombardia sono il 27% del totale, una percentuale al di sotto della media nazionale’. Inoltre, da diversi anni il rimborso riconosciuto alle strutture per il parto naturale e per il parto cesareo e’ stato equiparato per cui non puo’ esserci alcun motivo economico che spinga a effettuare un maggior numero di parti cesarei". 

Sempre secondo la rcicerca, in assenza di giustificazioni, oltre il 43% dei parti cesarei praticati è risultato quindi "non necessario": "Se questi dati provvisori fossero confermati al termine dell’indagine – ha detto il ministro della Salute, Renato Balduzzi – si potrebbe dire che il Servizio sanitario nazionale sprecherebbe 80/85 milioni di euro l’anno per degli interventi non giustificati". Dal punto di vista dei costi, infine, un ricovero ospedaliero con degenza superiore a un giorno costa al sistema sanitario 1.300 euro se si tratta di parto naturale, 2.450 se si tratta di cesareo. In molti casi, la differenza è una spesa inutile.

Balduzzi parla di “comportamenti opportunistici”: Carlo Perucci della Agenas ha infatti sottolineato come le strutture ospedaliere percepiscano dalle Regioni un rimborso aggiuntivo di 1.139 euro per ciascun parto cesareo oltre a quello previsto per il parto naturale, 1.318,64 euro.

Sul piano penale, infine, i NAS ipotizzano che dietro il fenonemo siano configurabili dei reati specifici: "Dalle lesioni personali gravi alla truffa" ha spiegato Cosimo Piccinno, comandante generale dei Nas dei carabinieri "Questi i reati ipotizzabili per la non corrispondenza dei dati relativi alla diagnosi per parto cesareo rilevata tra cartelle cliniche e schede di dimissioni ospedaliere in varie strutture italiane". Le cartelle cliniche saranno trasmesse alle procure competenti perchè si potrebbero ipotizzare reati che vanno dalle lesioni personali gravi, alla truffa a carico del SSN, al falso in atto pubblico.
 

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