State a casa, se potete

Non è una gara si tratta di contenere un disastro se devo scegliere se stare richiusa in casa o rischiare la vita, sceglierò sempre la prima

Irene Vella Giornalista televisiva

Stamani mi ero ripromessa di fare un editoriale scherzoso, uno di quelli che mi vengono tanto bene, un commento a caldo sul GFVip, o sulla finale di Temptation Island, con un accorato appello a Speranza, ormai senza speranza, o una lista dei dieci motivi per cui sia giusto (anche) contattare gli influencer per promuovere l’utilizzo della mascherina e il distanziamento sociale, ma dopo le ultime notizie mi è sinceramente mancata la voglia.

Ieri sera ho ascoltato con attenzione il discorso del presidente della regione Campania, De Luca, e confesso di essermi messa a piangere, è stato un dolore sordo, nonostante la previsione di una nuova chiusura fosse nell’aria, eppure sentire quella frase: «Siamo ancora in tempo, oggi abbiamo una situazione pesante ma non siamo alla tragedia, però siamo a un passo dalla tragedia. Detto in maniera brutalmente chiara, io non voglio trovarmi di fronte qui da noi ai camion militari che portano centinaia di bare di persone decedute», mi ha sconquassato l’anima.

Ho ancora negli occhi quella scena a Bergamo, ho l’immagine di Papa Francesco da solo che prega in piazza San Pietro, ho nelle orecchie il rumore assordante delle sirene a ogni ora del giorno e della notte, delle videochiamate con i miei genitori a quattrocento chilometri di distanza, che non ho potuto riabbracciare per sei lunghi mesi. È tutto ancora così vicino che anche il solo ricordo fa male, una ferita mai richiusa, una paura solo accantonata, che torna prepotentemente nella vita di ognuno di noi. Dalle nostre parti si dice che è inutile chiudere la stalla quando i buoi sono scappati, ma si tratta di una pandemia mondiale e quindi, anche se di errori nella gestione sono stati fatti, bisogna ricorrere anche drasticamente perché non accada il peggio.

Bergamo, i camion militari trasportano le salme. Maggio 2020

Eppure nei miei social le persone, come nella vita reale si sono divise, come fosse un gioco, come fosse una gara a chi fa il post più d’effetto, portando a conferma della propria tesi virologi che a seconda della stagione, o del tempo, hanno cambiato il loro modus cogitandi. C’è chi d’estate ha fatto il funerale al virus, minimizzando la carica virale, e che adesso fa marcia indietro, chi ha detto che era tutto controllo, che saremmo stati preparati alla seconda ondata, perché ormai si era capito come agire, e come difendersi, e chi invece, ha sempre cercato di riportare la situazione a quella che realmente era, una fase di stallo in attesa dei mesi in cui, complice la stagione dei malanni invernali, il pericolo si sarebbe fatto grande.

Eppure questi ultimi sono stati tacciati di terrorismo, i giornali e i giornalisti che provano a raccontare, dati alla mano, l’andamento della pandemia sono stati minacciati e chiamati “conniventi del potere”. Sono nati i no Mask, i negazionisti del covid, persone che fregandosene del comune senso e bene civico, sono scesi in piazza senza mascherina inneggiando alla libertà, come se quel pezzo di leggera stoffa la minasse davvero, come se agire per arginare il virus non li riguardasse. Un mors tua, vita mea indecente. Non dimenticherò mai le parole di Daniela Martani: «Niente vaccini né mascherine, anche in natura i più deboli muoiono», come se nascere o diventare immunodepressi fosse una scelta.

Dopo il discorso di De Luca sono andata sotto il suo profilo Instagram e ho trovato minacce di morte, insulti, facinorosi inneggianti alla guerra sociale, che poi è davvero scaturita nella guerriglia urbana presente in tutte le testate giornalistiche della giornata odierna. Come se il problema fossero le sue parole, come se il solo fatto di prevedere un secondo, inevitabile, lockdown avesse tirato fuori tutta la cattiveria e l’aggressività repressa in questi mesi. Ci siamo già dimenticati i medici eroi, l’andrà tutto bene, ci siamo dimenticati della gioia alla riapertura dei bar, il primo caffè, il primo abbraccio a distanza, gli occhi che sorridevano.

Si sono allentati i freni, la paura è stata messa in un angolo dalla voglia di tornare alla vita di prima, con un unico, piccolo grande particolare. Fino a quando non ci sarà un vaccino, la vita che ci ricordiamo, quella vita fatta di labbra truccate e inarcate all’insù, non ci sarà. Ho visto crescere barricate tra chi ha il posto fisso e chi ha partita Iva, come se i primi dovessero sentirsi in colpa, e parlo da professionista che lavora con la ritenuta d’acconto, ho letto di persone che inneggiano alla rivolta sociale perché senza soldi non si mangia, e soprattutto perché siamo persone pensanti e in quanto tali, non dobbiamo accettare tutto quello che ci viene proposto, solo perché viene dal governo.

Permettetemi di dissentire. Chi ha sempre rispettato le distanze, chi si è sempre messo la mascherina, chi non ha invitato più di quattro persone a casa, chi ha ridotto gli spostamenti, e ha continuato a farlo anche durante l’estate, non lo ha fatto perché è un pecorone. Si chiama buonsenso. Il buonsenso di capire che una volta arrivata la stagione più fredda i virus influenzali si sarebbero accavallati ai malati di Covid, di capire che il mostro invisibile aveva solo preso una pausa di riflessione per tornare più forte di prima. Noi siamo i portatori, noi siamo i veicoli del Covid, se noi ci muoviamo senza attenersi alle regole di base siamo sempre .oi ad infettare chi magari si abbassa la mascherina per bere un caffè, noi portarlo a casa, non ci vuole un genio, e nemmeno un virologo per capirlo.

Qua non si tratta di una guerra tra chi ha il posto fisso e chi muore di fame, si tratta di arginare il rischio di far morire persone innocenti. Vogliamo parlare di una male gestione della situazione da parte di chi aveva il potere? Certo, indubbiamente ci sono stati errori enormi da parte di tutti, ma tornate indietro nel tempo, a quando si prospettava di non poter muoversi tra le regioni, le persone erano terrorizzate dal non poter fare le ferie, di non poter andare al mare, si è richiesto a gran voce la riapertura dei confini. Anche se era chiaro, e sotto gli occhi di tutti, quello che poi è accaduto. Il virus ha iniziato a girare, e mentre fino a maggio era rimasto confinato solo in alcune regioni, si è spostato di persona in persona, dalla Lombardia alla Puglia, dal Veneto alla Sardegna, dal Piemonte alla Sicilia, in un crescendo pericoloso. Quindi si è vero sono stati fatti degli sbagli enormi. Ci siamo fidati del buonsenso, ci siamo fidati delle persone, perché tutti avevano ancora negli occhi il ricordo delle strade vuote, dei negozi chiusi, degli ospedali pieni, delle sirene continue. Non è servito fidarsi, non è bastato affidarsi.

Con i soldi non compri la vita, con i soldi non si guarisce. Se non avessi i soldi per mangiare chiederei aiuto a chiunque, ovunque. Fino a quando non fosse possibile tornare a lavorare. La salute di mio marito, avendogli già donato un rene a suo tempo, non posso chiederla a nessuno. Lui come era non me lo ridarà nessuno. Se devo scegliere come campare preferisco non arrivare in fondo al mese ma essere sana. Qua non si tratta di chi sta meglio o di chi sta meno peggio, si tratta di contenere un disastro, e se devo scegliere se stare richiusa in casa o rischiare la vita, anche senza sicurezze economiche, sceglierò sempre la prima.

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State a casa, se potete