Prurito addio, esiste l’interruttore nel cervello per spegnerlo

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Eleonora Lorusso

Giornalista, esperta di salute e benessere

Milanese di nascita, ligure di adozione, ha vissuto negli USA. Scrive di salute, benessere e scienza. Nel tempo libero ama correre, nuotare, leggere e viaggiare

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Il prurito di cui soffre chi ha dermatite, eczema o psoriasi potrebbe avere le ore contate. Merito di uno studio che ha indagato il meccanismo che porta a grattarsi. Nello specifico una ricerca, condotta dall’Università Cattolica di Lovanio, in Belgio, ha scoperto una molecola in grado di spegnere il segnale che il sistema nervoso porta al cervello, alla base dell’istinto di reagire al prurito. La scoperta “parla” anche un po’ italiano, dal momento che a guidare il team di scienziati è la ricercatrice Roberta Gualdani.

Scoperto l’interruttore che spegne il prurito

Si chiama TRPV4 ed è la molecola che agisce come un vero e proprio “interruttore” del prurito: permetterebbe, infatti, di silenziare lo stimolo che porta a grattarsi quando si avverte prurito. La molecola non è del tutto al mondo scientifico: finora si sapeva che appartiene a una famiglia di canali ionici, ossia proteine di una membrana, che permettendo il passaggio di ioni come sodio, potassio, calcio e cloro, in un meccanismo fondamentale per generare segnali elettrici. Per esempio, sono coinvolti nella contrazione muscolare o in comunicazioni tra cellule, come nel caso risposte a stimoli fisici o chimici. La loro azione è centrale, ad esempio, nel rilevare la sensazione di caldo e freddo, o la pressione, inviando poi segnali al cervello, che a sua volta invia la risposta. È quanto avviene anche nel caso del prurito ed è per questo che i ricercatori hanno voluto approfondire il meccanismo in cui è coinvolta anche la molecola TRPV4, per capire se possa agire anche nel frenare l’azione di grattarsi in risposta a una sensazione di prurito.

Lo studio che ha analizzato come “spegnere” il prurito

I ricercatori hanno quindi preso un campione di topi geneticamente modificati e con prurito cronico, dunque in una condizione patologica analoga a quella che si verifica anche nelle persone con dermatite atopica. Hanno prima analizzato i ratti privi di TRPV4 nei neuroni sensoriali, osservando che si grattavano meno di quelli che invece avevano la molecola; poi hanno rilevato anche ogni singolo episodio di grattamento aveva una durata maggiore nel tempo rispetto alla media. Tra le conclusioni dei ricercatori c’è anche una considerazione importante: TRPV4 non si limita a creare una sensazione di prurito, ma contribuisce ad attivare un segnale di risposta negativo, a midollo spinale e cervello: significa che indica quando smettere di grattarsi, perché questa azione ha offerto sollievo.

Una molecola che interrompe il grattamento

In realtà il processo di induzione allo stimolo di grattarsi o di sospendere questa azione è ancora più complesso, come rilevato dai ricercatori: lo studio, infatti, mostra che mentre nelle cellule della pelle il canale ionico potrebbe contribuire a innescare le sensazioni di prurito, nei neuroni sembrerebbe contribuire a controllare e limitare lo stimolo a grattarsi. “Significa che bloccare in modo generalizzato TRPV4 potrebbe non essere la soluzione”, ha quindi spiegato Gualdani, aggiungendo: “Le terapie future potrebbero dover essere molto più mirate, agendo magari solo sulla pelle, senza interferire con i meccanismi neuronali che ci dicono quando smettere di grattarci”. Come dire che l’interruttore, se spento in modo generalizzato e totale, potrebbe avere anche effetti negativi sui recettori della pelle.

Perché la scoperta è importante

La scoperta rappresenta comunque una novità e ha aperto la strada a ulteriori accertamenti. Come sottolineato in occasione del 70esimo Congresso annuale della Società Biofisica, infatti, quanto emerso dalle analisi di laboratorio potrà contribuire a mettere a punto nuove terapie contro il prurito cronico, che caratterizza malattie come dermatite, eczema e psoriasi. Si tratta di patologie che colpiscono diverse fasce di popolazione, compresa quella pediatrica. Basti pensare che la sola dermatite atopica è la più comune malattia infiammatoria della pelle e interessa “il 15-20% dei bambini, dà prurito talvolta così intenso da impedire di studiare, dormire, concentrarsi. Solo un terzo di queste forme esordisce in età adulta, mentre i due terzi sono una scomoda ‘eredità’ dell’infanzia. Nel bambino va trattata subito perché bloccarla significa, in molti casi, evitare l’esordio di allergie e asma”, come ricorda la Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse (SIDeMaST).

Dermatite atopica, la diffusione

In realtà negli ultimi anni è emerso che ne soffrono anche molti adulti: un’indagine internazionale che ha coinvolto anche l’Italia, ha evidenziato nel nostro paese un’incidenza di dermatite atopica fino all’8 % degli over 18. La ricerca, pubblicata dalla rivista Allergy e condotta da un team internazionale di specialisti tra i quali Prof. Giampiero Girolomoni, ha indicato come proprio l’Italia sia il paese dove si registra la maggior incidenza di dermatite atopica negli adulti: l’8,1% degli intervistati ammette di soffrirne, a fronte di una media del 4,9% emersa dalla totalità del campione, come spiega ancora SIDeMaST sul proprio sito.

Eczemi e psoriasi: una speranza per nuovi trattamenti

La possibilità di poter indagare ulteriormente il ruolo della molecola “interruttore” del prurito riaccende le speranze dei pazienti con eczemi e psoriasi, perché possano arrivare presto nuove terapie. Nel caso della psoriasi, ad esempio, “non esiste al momento una cura definitiva, ma alcune opzioni terapeutiche possono attenuare i sintomi e migliorare l’aspetto della pelle, fermando la proliferazione accelerata delle cellule cutanee e rimuovendo le squame. Il trattamento può prevedere una terapia topica, con creme e unguenti, o sistemica, con farmaci somministrati per via orale o per iniezione; inoltre, possono essere indicate la fototerapia, che consiste nell’esposizione della pelle a radiazioni UV, o la balneoterapia, cioè trattamenti con acque termali”, come sottolinea l’Auxologico IRCCS.