Ilaria Sula, ergastolo a Samson: le madri davanti alla verità

Sua madre cerca giustizia, quella di lui ha aiutato a cancellare le tracce. Una sentenza e il confine tra l’amore per un figlio e la complicità.

Foto di Irene Vella

Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

3 min di lettura

Chiedi a DiLei

Ilaria Sula, 22 anni, studiava Statistica a Roma, aveva una vita da costruire e aveva deciso di interrompere quella relazione. Il delitto risale al marzo 2025: secondo la ricostruzione dell’accusa accolta dai giudici, Samson aveva preparato l’aggressione nell’appartamento di via Homs, nel quartiere Africano. La colpì con tre coltellate al collo, poi nascose il corpo in una valigia e lo abbandonò in un dirupo nella zona di Capranica Prenestina. Il ritrovamento avvenne il 2 aprile, dopo una settimana di ricerche. La Procura ha respinto la versione del delitto d’impeto sostenuta dalla difesa. Negli atti figurano messaggi che documentavano il proposito di uccidere Ilaria se non fosse tornata con lui. Nelle repliche finali la pm Maria Perna ha sostenuto che Samson non abbia mostrato un autentico pentimento, continuando a considerare la morte della ragazza una punizione meritata. Il rifiuto di Ilaria, dunque, trasformato dall’assassino in una colpa da farle pagare.

Dopo l’omicidio intervenne anche la madre di Samson: aiutò il figlio a ripulire l’appartamento e a cancellare le tracce di sangue. Per concorso in occultamento di cadavere ha patteggiato due anni.
Un ruolo distinto dall’uccisione, ma che aggiunge alla vicenda un elemento sconvolgente: mentre una famiglia cercava Ilaria, un’altra persona contribuiva a nascondere ciò che le era successo. Anche sulla pena serve precisione: Samson è stato condannato per omicidio aggravato. Il nuovo delitto di femminicidio è entrato in vigore il 17 dicembre 2025, dopo l’uccisione di Ilaria: questa condanna non deriva dalla sua applicazione retroattiva. Mi colpisce quel momento successivo alla violenza. Quando il figlio ha già ucciso e davanti a sua madre si apre una scelta: accompagnarlo verso la responsabilità oppure aiutarlo a sottrarsi. Non riesco a smettere di pensare che, dall’altra parte di quella scelta, c’è una ragazza che qualcuno sta aspettando. Una madre che telefona, che domanda, che spera ancora di sentirsi dire che sua figlia sta tornando.

Nessuno può pretendere che una donna smetta di amare suo figlio perché è diventato un assassino. Ma quell’amore deve trovare un limite nei diritti della persona che lui ha ucciso. Puoi restargli accanto mentre confessa, mentre affronta il processo, mentre sconta la pena. Puoi continuare a riconoscerlo come figlio senza cancellare la figlia degli altri. È proprio lì che la responsabilità di un genitore diventa più difficile, e più necessaria.

Penso alle madri che devono entrare in tribunale per ascoltare come sono state uccise le loro figlie. Devono reggere i dettagli, le versioni degli imputati, le strategie difensive. Tornare alle udienze, aspettare il verdetto, sapere che potranno esserci altri gradi di giudizio. Chiedono che venga riconosciuto fino in fondo ciò che è accaduto. È il minimo che una società deve loro, eppure ottenerlo richiede una forza che nessuno dovrebbe essere costretto a trovare.

L’ergastolo pronunciato per Ilaria mi dà fiducia nella capacità della giustizia di riconoscere la gravità di questi delitti. Spero che quella responsabilità regga anche nei passaggi successivi. E spero che il carcere sia il luogo in cui chi ha ucciso cominci finalmente a comprendere la libertà che ha negato, la vita che ha distrutto. Chiamarlo errore sarebbe troppo poco: una ragazza è stata assassinata perché aveva scelto per sé.

Un condannato conserva una vita davanti, può ricevere una visita, parlare con sua madre, essere ancora abbracciato. Un eventuale ritorno a casa dipenderà dalla legge e dal suo percorso, non è una promessa. Per Ilaria, invece, nessun ritorno sarà possibile. Sua madre continuerà ad avere una figlia da amare senza poterla più stringere. È questa distanza, anche dopo una sentenza giusta, che nessuna pena potrà colmare.