Alessandro Impagnatiello ha premeditato l’omicidio di Giulia Tramontano. Lo ha stabilito la Corte d’assise d’appello di Milano nel processo bis disposto dalla Cassazione. L’ex barman era già stato condannato all’ergastolo per aver ucciso la compagna, incinta di sette mesi. La pena resta invariata e si aggiungono tre mesi di isolamento diurno.
La decisione è arrivata il 26 ottobre, dopo un percorso giudiziario nel quale il riconoscimento della premeditazione era stato uno dei punti più controversi. L’aggravante era stata riconosciuta nella sentenza di primo grado, nel novembre 2024, e poi esclusa dalla Corte d’assise d’appello nel giugno 2025, pur confermando la condanna all’ergastolo.
Una scelta che aveva suscitato la rabbia dei familiari di Giulia. Sua sorella Chiara aveva ricordato le ricerche sul veleno compiute da Impagnatiello e i mesi in cui Giulia era stata avvelenata, contestando il mancato riconoscimento della premeditazione.
Nell’aprile 2026 la Cassazione, accogliendo il ricorso della procura generale, aveva disposto un nuovo giudizio d’appello su quel punto. Tra gli elementi da rivalutare, le ricerche online su sostanze letali e la somministrazione di veleno per topi a Giulia, iniziata nel dicembre 2022 e intensificata nelle settimane precedenti l’omicidio.
I giudici del primo appello avevano ritenuto che il veleno fosse stato utilizzato per provocare un aborto e che non vi fossero prove sufficienti per collocare il proposito di uccidere Giulia prima del giorno del delitto. La Corte d’assise d’appello, chiamata a pronunciarsi nuovamente, ha invece riconosciuto la premeditazione. Le motivazioni saranno depositate entro 45 giorni.
Giulia Tramontano aveva 29 anni e aspettava un bambino che si sarebbe chiamato Thiago. Il 27 maggio 2023 venne uccisa con 37 coltellate nella casa di Senago, nel Milanese, in cui viveva con Impagnatiello.
Quel giorno Giulia aveva incontrato una donna con cui il compagno aveva una relazione. Confrontando i loro racconti, le due avevano scoperto le bugie dell’uomo. Poche ore dopo, Impagnatiello uccise Giulia, cercò di occultarne il corpo e alimentò la messinscena della sua scomparsa. La famiglia la cercò per giorni, fino alla scoperta della verità.
Alla lettura della sentenza dell’appello bis i familiari di Giulia hanno applaudito. Chiara Tramontano si è detta grata alla giustizia per aver fatto il suo corso. Per la famiglia è arrivato il riconoscimento che aveva continuato a chiedere, mentre la condanna all’ergastolo era già stata confermata.
Penso a Giulia nei mesi in cui aspettava Thiago. Penso a quella casa, alla vita condivisa con il suo compagno, ai preparativi per l’arrivo di un bambino. E penso che, nello stesso periodo, l’uomo che viveva accanto a lei le stava somministrando del veleno.
È questo uno degli aspetti più sconvolgenti di questa vicenda: Giulia era in pericolo dentro la sua casa e quell’uomo era la persona con cui aveva scelto di costruire una famiglia.

Impagnatiello aveva una doppia vita. Mentiva a Giulia e all’altra donna con cui aveva una relazione. Quando le due si sono incontrate e hanno messo insieme le loro verità, le sue bugie sono venute fuori. Poche ore dopo, Giulia era morta. E con lei il bambino che portava in grembo.
Per la sua famiglia, sentir parlare di premeditazione conta. Conta perché non riguarda soltanto le 37 coltellate di quella sera, ma anche quello che è accaduto nei mesi precedenti: il veleno, le ricerche su Internet, il tempo durante il quale Giulia ha vissuto accanto al suo assassino senza sapere che cosa le stesse facendo.
L’ergastolo era già stato deciso, ma per i familiari era importante che venisse riconosciuta anche quell’aggravante. Hanno continuato a chiederlo e ora hanno ottenuto una risposta. Una risposta che non cancella niente di quello che è accaduto e non restituirà loro Giulia e Thiago.
Da quando ho scritto Era mia figlia mi capita spesso di parlare del dolore di chi resta. Ho ascoltato madri e padri, fratelli e sorelle raccontare il momento in cui la loro vita si è divisa in due: prima e dopo la morte della persona che amavano.
Li ho ascoltati parlare dei processi, dell’attesa di una sentenza, della necessità di avere giustizia. Ma anche delle cose più piccole: un compleanno che arriva, un posto vuoto a tavola, la voglia improvvisa di prendere il telefono e chiamare chi non risponderà più.
E ogni volta penso a una differenza. Io posso ascoltare quelle testimonianze, commuovermi, portarmele dentro. Poi, però, posso chiudere il computer, andare in cucina, abbracciare i miei figli, chiamare Luigi. Posso mettere quel dolore in pausa e tornare alla mia vita.
La famiglia di Giulia non può farlo. Sua madre e suo padre dovranno continuare a vivere senza la loro figlia, Chiara e suo fratello senza la loro sorella. E tutti loro dovranno fare i conti anche con l’assenza di Thiago, quel bambino che aspettavano e che non hanno potuto conoscere.
Questo non significa che non potranno più sorridere o trovare momenti di serenità. Significa che l’assenza di Giulia farà sempre parte della loro vita.
Noi continueremo a parlare di questa vicenda quando ci sarà una sentenza o una nuova notizia. Loro continueranno a sentirne il peso anche quando le telecamere saranno spente. Ed è anche di questo che dovremmo occuparci: di chi rimane, di quello che deve affrontare e della vita che prova a ricostruire dopo che qualcuno gliel’ha cambiata per sempre.