Il caso di Christa Pike ha dell’incredibile, ai limiti del sovrannaturale: perché davvero non si giustifica, se non con una accurata spiegazione scientifica, la sopravvivenza di questa 50enne nel braccio della morte da 30 anni, da quando appena diciottenne massacrò in maniera cruenta una coetanea di cui era gelosa, con la complicità del suo fidanzto di allora, che però non aveva ancora compito 18 anni e per una manciata di mesi scampò la pena capitale. E sopravvissuta, contro ogni logica, a due iniezioni letali.
Christa ha passato la sua vita in carcere, in attesa di essere giustiziata e dopo tutti questi anni, dopo che la sentenza è stata più rimandata, l’incredibile: viene eseguita l’iniezione letale di Pentobarbital, ma qualcosa non funziona. Ne viene fatta un’altra, ma ancora Christa sopravvive, non ne vuole sapere di morire. I medici spiegheranno la dinamica fisica per la quale la donna sopravvive – il veleno fuoriesce dai vasi sanguigni, troppo sottili, e si disperde nel corpo – ma dal di fuori tutto questo sembra avere un che di sovrannaturale. Christa viene trasferita in ospedale, immediatamente sottoposta a cure salvavita (perché questo prevede la legge americana: prima ti uccidono, poi se qualcosa va storto fanno di tutto per mantenerti in vita), dicono che bisognerà vedere se si risveglierà, come si risveglierà, se avrà subito danni permanenti. Ma ancora una volta lei stupisce tutti: apre gli occhi, parla.
Christa aveva ucciso crudelmente, ma era stata a sua volta una vittima di abusi crudeli fin dalla nascita. Non conosce altro che violenze dal giorno in cui nasce a quello in cui a sua volta diventa carnefice. Abusi mai approfonditi al tempo del processo, che probabilmente oggi avrebbero influito sulla sentenza, determinandone una diversa: venuta al mondo con danni cerebrali causati dall’abuso di alcol della madre in gravidanza, tutta la sua infanzia stata segnata da instabilità e violenza, oltre che dalla noncuranza dei genitori che si separano quasi subito. Alle elementari finisce in cura psichiatrica per aver assunto una dose eccessiva di paracetamolo. Frequenta la scuola materna quando subisce il primo abuso sessuale, da parte del fidanzato della nonna. A 11 viene violentata fa un vicino di casa e dal fidanzato della madre. A 17 trascinata nel bosco e violentata da uno sconosciuto. La violenza viene denunciata, il colpevole mai trovato.
Tutta la sua adolescenza è problematica: a scuola salta le lezioni, scappa di casa più volte. Dentro il job corps (un programma governativo di formazione destinato ai giovani di basso reddito) di Knoxville, in Texas conosce Tadaryl Shipp, un ragazzo ossessionato dall’occulto e dal satanismo. Sarà la sua condanna a morte, prima ancora di quella effettiva: l’unione tra loro due, una mente ossessionata dall’occultismo e quella di Christa segnata da violenza e abusi, partorirà un crimine terribile: uccidono una coetanea, Colleen Slemmer, fracassandole il cranio con un pezzo di asfalto, conservandone un pezzo da mostrare ai compagni.
Christa è stata un mostro, ma molti mostri si erano accaniti prima su di lei. Christa Pike ha ucciso in maniera atroce, ma è stata anche una bambina che ha subito abusi indicibili. Che è stata allevata e nutrita attraverso un solo codice di violenza e disumanità, che ha poi inevitabilmente riproposto. Che ha passato tutta la sua vita in carcere, reclusa, perlopiù isolata: una vita-non vita ben prima dell’esecuzione. Quando è stata trasferita nel carcere di Nashville c’era solo un’altra donna nel braccio della morte. “La punizione più grande è stata quella di essere separata dalle persone e dal contatto umano“.
Christa era poco più di una bambina, soprattutto cerebralmente, quando ha compiuto il crimine. Secondo il Death Penalty Information Center, che cita nuovi studi sullo sviluppo cerebrale, la soglia d’età per la condanna a morte dovrebbe essere di 21 anni. Oggi, infatti, è estremamente raro che un ragazzo o una ragazza più giovani vengano condannati all’esecuzione. Ecco perché, negli ultimi anni, in molti si sono mossi per chiedere la commutazione della pena di Pike. Tra l’altro, l’avvocato d’ufficio federale Stephen Ferrell ha fatto notare come ad altri diciottenni condannati a morte nello Stato sia stata successivamente ridotta la pena.
In una nota allegata alla richiesta di grazia, Pike ha dichiarato: “Ero una ragazza di 18 anni con problemi mentali. Mi ci sono voluti anni anche solo per rendermi conto della gravità di ciò che avevo fatto. Ancor di più per accettare quante vite ho influenzato. Ho tolto la vita alla figlia, alla sorella, all’amica di qualcuno. Mi fa star male pensare di essere stata capace di commettere un crimine simile”.
Nei giorni precedenti l’esecuzione aveva dichiarato al New York Times: “Rivivo questa esecuzione ogni giorno nel mio cuore. Qualunque cosa accada il 30 settembre, questo non sarà più il mio inferno“. Un attimo prima dell’esecuzione, il 30 settembre, arriva lo stop all’esecuzione, ma subito dopo il via a procedere. Ma dopo le due iniziezioni il cuore di Christa continua a battere, e viene immediatamente trasferita in ospedale.
Ad oggi, il direttore del sistema penitenziario del Tennessee, Frank Strada, si è dimesso dopo la fallita esecuzione. Mentre il governatore del Tennessee Bill Lee ha sospeso tutte le prossime esecuzioni previste nel suo Stato e ha ordinato di aprire un’indagine sul fallito tentativo di esecuzione.
Adesso, come scrive il Corriere, ci sono altri due problemi da risolvere perché l’esito della fallita esecuzione rilancia interrogativi legali e etici anche negli Usa. “Il trattamento subito dalla Pike potrebbe rientrare nella definizione di «punizione inusuale e crudele» proibita dall’8° emendamento della Costituzione. Se poi la donna dovesse aver subito danni cerebrali, un nuovo tentativo di metterla a morte sarebbe illegale perché il condannato, per la legge Usa, deve essere consapevole della punizione a cui sta andando incontro”.
Intanto Christa continua ad aggrapparsi alla vita nonostante tutto e tutti. Come a voler dimostrare di aver già espiato abbastanza la sua pena qui sulla terra, o a ricordare che non sta agli esseri umani decidere quando e come doverla lasciare.