La notte tra il 31 dicembre 2025 e il primo gennaio 2026, nel cuore di Crans-Montana, il Le Constellation era pieno di ragazzi arrivati per festeggiare il nuovo anno. In pochi minuti la festa diventò una trappola.
Secondo la ricostruzione, le scintille di una candela pirotecnica su una bottiglia di champagne raggiunsero il soffitto del seminterrato, rivestito di schiuma fonoassorbente. Le fiamme corsero sopra le teste dei presenti. Cominciò la fuga: una scala stretta, vetri sfondati, ragazzi che cercavano di trascinarsi fuori a vicenda.
Il bilancio, inizialmente di 40 vittime, salì a 41 con la morte di un diciottenne svizzero. I feriti furono 115. Sei le vittime italiane: Sofia Prosperi, Chiara Costanzo, Achille Barosi, Giovanni Tamburi, Riccardo Minghetti ed Emanuele Galeppini.
L’inchiesta si è concentrata subito sulla sicurezza del locale e sulle responsabilità dei gestori, Jacques e Jessica Moretti, indagati per omicidio colposo, lesioni colpose e incendio colposo. Poi il perimetro si è allargato al Comune.
Al Constellation i controlli antincendio risultavano fermi dal 2020; a settembre le persone coinvolte nel procedimento erano 17, tra gestori, amministratori ed ex dipendenti comunali.
Agli atti è entrata anche una mail del 2019 che avrebbe segnalato il rischio della schiuma fonoassorbente. Una foto scattata da una superstite mostrerebbe inoltre una catena a chiudere un’uscita di sicurezza del piano interrato.
A nove mesi dalla strage, Jessica Moretti torna al centro della vicenda.
La proprietaria ha presentato una richiesta di indennità giornaliera per infortunio sul lavoro, legata alla perdita di guadagno causata dai danni alla salute successivi all’incendio.
La pratica è arrivata a Zurich, che ha chiesto alla Procura del Vallese un nulla osta procedurale per chiarire dove versare eventuali somme, visto il blocco dei conti dell’assicurata. La compagnia precisa che quel via libera riguarda soltanto la procedura ed è separato dalla valutazione sul diritto alla prestazione.
Fonti vicine a Zurich definiscono la richiesta infondata e riferiscono che la compagnia è pronta a resistere con gli strumenti legali a disposizione.
Dal dossier emerge un altro elemento: Jessica Moretti risultava già in malattia fino al 31 dicembre 2025 per un incidente avvenuto il 21 novembre. Hotela Assurance ha chiesto accesso agli atti per verificare il diritto alle indennità relative a quel periodo
Jessica resta sottoposta all’obbligo di firma e deve rimanere nella sua abitazione di Lens. Jacques Moretti è detenuto per un procedimento separato legato a una presunta aggressione alla moglie.
E poi arriva una parola: indennizzo. Ed è forse questa la parte più difficile da accettare di tutta questa storia.
Jessica Moretti può essere stata vittima di violenza all’interno del suo matrimonio. Se un uomo ha picchiato sua moglie, quella donna merita tutela, giustizia, protezione. Punto.
Essere vittima in una storia, però, non riscrive automaticamente tutte le altre.
Perché esiste anche la notte del 31 dicembre 2025.
E quella notte resterà per sempre nella vita di decine di famiglie.
Io quei giorni me li ricordo benissimo. Ero seduta a un tavolino con mio figlio, stavamo bevendo un caffè. Lo guardavo. Oggi ha 22 anni, praticamente l’età di molti dei ragazzi che erano al Constellation.
Sul telefono continuavano ad apparirmi le immagini dei genitori, genitori fermi negli aeroporti, genitori che aspettavano davanti all’ospedale, genitori che vedevano tornare a casa i propri figli dentro una bara.E io guardavo il mio.
Credo che ogni madre, ogni padre, abbia fatto almeno per un secondo la stessa cosa: abbia spostato mentalmente il volto di uno di quei ragazzi e ci abbia messo quello di suo figlio.
È questo che fanno le tragedie quando a morire sono i giovani. Entrano nelle nostre case.
Perché un figlio che muore lascia una sedia vuota a tavola. Lascia una camera che resta lì, con gli oggetti al loro posto. Lascia compleanni che continueranno ad arrivare ogni anno, soltanto che qualcuno non soffierà più sulle candeline. Lascia fotografie che a un certo punto diventano più vecchie della persona che ritraggono.
E lascia genitori che imparano una forma di sopravvivenza che nessun essere umano dovrebbe conoscere.
A Crans-Montana tutto questo pesa ancora di più per una ragione: quella strage poteva essere evitata. È questa la frase che continua a tornare.
I controlli. Le vie di fuga. I materiali. Gli allarmi. Tutto ciò che l’inchiesta sta ricostruendo serve a capire quante possibilità ci siano state, prima di quella notte, per fermare la catena che avrebbe portato alla morte di 41 persone.
Poi, nove mesi dopo, arriva la richiesta di un’indennità
Una richiesta prevista da procedure e assicurazioni, certo.
Saranno i soggetti competenti a stabilire se esista davvero quel diritto.
Ma esiste anche un altro piano, quello umano. Ed è lì che questa storia diventa difficile da digerire.
Perché mentre una proprietaria chiede che venga riconosciuto il danno subito alla propria salute e al proprio reddito, ci sono famiglie che hanno perso per sempre ciò che aveva per loro un valore incalcolabile.
Un figlio. Una figlia. E davanti a questo la parola “indennizzo” assume un suono quasi insopportabile.La giustizia stabilirà le responsabilità. Le assicurazioni stabiliranno chi abbia diritto a cosa.
A noi resta una certezza molto più semplice. Il 31 dicembre 2025 quarantuno persone sono entrate in un locale per festeggiare l’anno che cominciava. Quell’anno, per loro, non è mai cominciato.
E prima di parlare del danno economico di chi gestiva quel locale, io continuerei a guardare quelle quarantuno sedie vuote. Perché quelle sono il vero conto di Crans-Montana.