Congedo di paternità, un provvedimento che farebbe bene alle donne

Sono due le proposte di legge che puntano a estendere il congedo per i neopapà equiparandolo a quello delle madri: perché per le donne sarebbe una conquista

Estendere il congedo di paternità, per dare pari diritti ai genitori. È una proposta di cui si parla da tempo – forse anche troppo – ma che ancora fa fatica ad accettare e far diventare realtà. Eppure un provvedimento di questo tipo avrebbe una lunga serie di benefici, per gli uomini, ma forse soprattutto per le donne. Si tratterebbe di rendere davvero paritaria la genitorialità e le responsabilità che ne derivano, in un periodo – quello dei primi mesi del bambino – fondamentale per la famiglia nel suo complesso e, di conseguenza, per la società.

Perché si parla di congedo di paternità

Ma andiamo con ordine. Al momento ai neopapà sono concessi appena 10 giorni facoltativi dalla nascita del figlio, meno dei 15 giorni cui hanno diritto in caso di matrimonio e soprattutto meno dei 5 mesi retribuiti all’80 percento che invece spettano alla madre. Una disparità di trattamento piuttosto evidente, dalla quale emergono tante delle disuguaglianze che, a catena, rendono le donne “vittime” di un sistema in cui il peso della gestione della casa e del figlio è tutto sulle loro spalle, in un momento delicatissimo per la psiche, per la coppia e per il legame parentale. Non si tratta di luoghi comuni, ma di un dato di fatto, come confermano i dati Ipsos secondo cui, in Italia, il 74 per cento delle donne porta sulle spalle l’intero peso della gestione famigliare.

A questo si aggiunge la discriminazione sul lavoro, che vede la maternità come un vulnus, anziché un plus. Per questo da anni in Parlamento (un Parlamento che però – va detto – è a predominanza maschile) si cerca di bilanciare la situazione estendendo il periodo di congedo anche per i papà.

Congedo di paternità, le due proposte

In questo momento sul tavolo sono due le proposte. Una porta la firma di Giuditta Pini ed è un emendamento al Family Act, “una legge quadro che prevede un riordino dei congedi ed è dunque l’occasione per affrontare il tema di quelli dedicati ai papà”, spiega. L’idea è quella di chiedere al governo di estendere il congedo di paternità fino a 90 giorni.

L’altra proposta è il cosiddetto ddl Nannicini-Fedeli, dai nomi dei primi senatori che lo hanno firmato e prevede una serie di misure che possono essere così riassunte:

  • la parificazione dei congedi, con 5 mesi obbligatori retribuiti al 100 percento (e non più all’80) per entrambi i genitori;
  • Part-time e lavoro agile agevolati;
  • Ulteriori 6 mesi di congedi volontari ciascuno, fino ai 14 anni del figlio (oggi fino ai 12 anni), con indennità maggiorate.

“È un investimento sulle nuove generazioni, in linea con la clausola di condizionalità del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che garantisce maggiori finanziamenti alle realtà che favoriscono l’occupazione femminile e giovanile”, spiega Fedeli, che aggiunge: “Il problema è che, ancora nel 2021, tante aziende vedono la maternità come un costo e non come un investimento. Sbagliano: la maternità ha il valore di un master universitario. E ora deve diventarlo anche la paternità”.

I benefici, per mamme e papà

Inutile dire che se il ddl passasse i benefici non riguarderebbero solo i padri, ma anche le madri e la famiglia in generale (intendendo come famiglia anche quella omogenitoriale). Equiparare i congedi è già un primo passo verso l’uguaglianza di per sé, ma lo è ancora di più perché questo vorrebbe dire non lasciare sole le madri nel momento più delicato, quello in cui si ritrovano a casa, spesso sole, con il peso dell’intera gestione del figlio, mentre i padri sono al lavoro e si ritrovano quindi con molto meno tempo da dedicare.

Va da sé che se anche i padri potessero rimanere a casa per i cinque mesi successivi alla nascita, i compiti si dividerebbero con una riduzione dello stress per la madre e un maggior coinvolgimento degli uomini, che smetterebbero quindi di subire una sorta di discriminazione al contrario riguardo le loro capacità di accudimento. Non da meno, i bambini beneficerebbero dell’attenzione di entrambi i genitori nei primi mesi di vita.

Altro vantaggio riguarderebbe la condizione lavorativa. Troppe volte le donne hanno visto ridimensionare le loro carriere, le mansioni o gli stipendi perché hanno deciso di diventare madri. Nel 2020 l’occupazione femminile è precipitata e una donna su tre ha lasciato il posto di lavoro dopo la nascita di un figlio, per motivi che niente hanno a che vedere con una scelta libera e consapevole.

Spesso vengono spinte a lasciare il loro lavoro da datori che le mettono all’angolo perché iniziano a vederle più come un peso che come un’opportunità. Ancora più spesso lasciano perché non riescono a tenere insieme tutto, il lavoro, la gestione della casa e della famiglia, in un paese come l’Italia in cui il welfare da questo punto di vista è ancora molto indietro e in cui sono ancora i nonni a fare la differenza. In alcuni casi vengono addirittura discriminate in partenza, in sede di colloquio o al livello di stipendio, perché madri o perché intenzionate a diventarlo.

Signorina, lei è sposata? Ha figli? Pensa di volerne nei prossimi anni?“. Domande che esplicitano un pregiudizio di fondo (e che sono assolutamente illegali, va detto) e che ancora troppe donne si sentono porre in sede di colloquio perché si dà per scontato che con un figlio il lavoro rischi di passare in secondo piano.

Tutto questo non è più ammissibile. Non in una società che vuole definirsi civile, non nel 2021. Gli esempi virtuosi da cui prendere spunto esistono (per esempio la Spagna che già lo scorso gennaio ha approvato un provvedimento per equiparare i congedi di madri e padri) e non ci sono più scuse per ignorarli.

Un ulteriore beneficio laterale di un provvedimento di questo tipo potrebbe essere la risalita del tasso di natalità, in perenne discesa ormai da anni. Nel 2020, in Italia, nonostante i vari lockdown che hanno obbligato alla vicinanza coppie e famiglie, i nati sono stati appena 404 mila, 16 mila in meno rispetto al 2019, il 30 per cento in meno rispetto al 2018. Con un sistema che consenta a madri e padri di trascorrere insieme i primi cinque mesi di vita del bebè, di dividersi i compiti e di organizzare al meglio la cogenitorialità, i giovani potrebbero essere più incentivati ad avere figli, senza il timore di perdere il lavoro o di non poter fare ulteriori avanzamenti di carriera.

Si tratta di un primo passo, certo, ma da qualche parte bisogna pur iniziare.

 

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