Castel Trauttmansdorff, appena sopra Merano, in Alto Adige, è un castello dalla storia lunghissima, avvolto da giardini botanici che sono tra i più ammirati d’Europa, e legato a doppio filo a una delle figure più affascinanti e malinconiche del suo tempo: l’Imperatrice Elisabetta, la Sissi che tutti conosciamo. Fu proprio lei a scegliere questo angolo come rifugio, a passeggiare tra questi sentieri in cerca di pace.
Indice
La storia dei giardini di Castel Trauttmansdorff
La collina su cui sorge il castello ha una storia molto più antica dell’edificio che oggi ammiriamo; tornando indietro nel tempo, precisamente al 1300, in quel punto esisteva già una costruzione medievale, la Neuburg: è da quel nucleo fortificato che prende avvio l’intera vicenda del complesso.

Il nome che porta il castello arriva nel corso del Cinquecento. Fu allora che la famiglia Trauttmansdorff– una delle stirpi nobiliari austriache più antiche – legò il proprio destino a questa residenza, facendone un possedimento che sarebbe rimasto nelle sue mani per quasi mezzo millennio. Un record notevole, se ci pensate: pochissime dimore in Europa possono vantare una continuità familiare così lunga.
Non che sia sempre stato tutto rose e fiori. Ai primi del Settecento la famiglia lascia il castello, che comincia una lenta decadenza e per decenni resta abbandonato, ridotto quasi a un rudere. La rinascita arriverà soltanto nell’Ottocento. A scommettere di nuovo sulla dimora è stato il conte Josef von Trauttmansdorff. Dietro le mura sbrecciate vide qualcosa che valeva la pena salvare, e nel 1846 avviò i lavori che avrebbero riportato in vita il castello. Oltre all’intervento di recupero, decise anche di ingrandirlo.
Una parentesi curiosa arriva nel Novecento, con l’italianizzazione dei toponimi voluta dal fascismo: in quegli anni il castello venne indicato con il nome di “Castello di Nova“, un riferimento al torrente che scorre nelle vicinanze.
I giardini che oggi attirano visitatori da tutto il mondo hanno invece un’origine molto più recente. La loro apertura al pubblico come giardino botanico risale infatti al 2001. Da allora sono diventati una delle mete più amate dell’Alto Adige, un piccolo paradiso che cambia colore e profumo a ogni stagione.
Lo stile
La sua caratteristica più affascinante è proprio quella di non appartenere a un unico stile: è il frutto di interventi stratificati nel tempo, che hanno lasciato tracce differenti sulla stessa struttura. Richiami medievali, suggestioni romaniche, dettagli barocchi: tutto convive, senza cercare una coerenza forzata.
La facciata, in effetti, dà proprio l’idea di un edificio cresciuto per aggiunte successive. Le aperture non seguono uno schema regolare, i volumi fortificati si alternano a punti panoramici, e il gioco tra le coperture e le parti più difensive concede quell’aspetto un po’ irregolare ma pieno di fascino che rende il castello inconfondibile.
Dentro, poi, le sorprese non mancano. Nella sala principale lo sguardo viene naturalmente attirato verso l’alto, dove un soffitto affrescato introduce un gusto più teatrale, reso ancora più solenne dagli elementi decorativi che lo incorniciano. Le stanze imperiali hanno invece un carattere più vario, con finestre di forme diverse – alcune arrotondate, altre appuntite – che raccontano il passaggio da un linguaggio architettonico all’altro. Ma l’ambiente più prezioso di tutti è senza dubbio la sala degli affreschi, la più antica del castello: qui il Cinquecento è ancora perfettamente leggibile.
Il legame con Sissi
L’Imperatrice Elisabetta d’Austria amava profondamente Merano, e questo castello divenne per lei un rifugio speciale, quasi un’oasi personale lontana dagli obblighi di corte. Il primo arrivo risale al 1870. La sovrana raggiunse Merano attraverso la nuovissima linea ferroviaria del Brennero, e ufficialmente si presentò in gran riservatezza. La discrezione, però, era piuttosto relativa: come sempre accadeva per un’Imperatrice, con lei viaggiava un seguito imponente, oltre cento persone. Il motivo del viaggio, in ogni caso, era familiare più che mondano: la figlia più piccola, Maria Valeria (la figlia prediletta di Sissi), era di salute delicata, e Merano era stata scelta proprio per il suo clima mite e riparato. Con Sissi c’era anche l’altra figlia, Gisela, allora adolescente.

Quel soggiorno ebbe conseguenze inattese anche per Merano: il racconto innescò un vero e proprio fenomeno, perché nel giro di poco divenne una delle località termali più desiderate dall’aristocrazia europea, meta ambita di nobili e famiglie facoltose.
Le stanze riservate all’Imperatrice erano state arredate e sistemate su misura per lei. Pur essendo la Sovrana, Sissi ne usava soltanto alcune, ma erano le più belle di tutte, quelle affacciate sulla valle dell’Adige. Non mancavano nemmeno le comodità più avanzate dell’epoca: il castello venne dotato di un collegamento telegrafico per tenere l’Imperatrice in contatto costante con Vienna.
Il rapporto di Sissi con questo luogo, però, si tinge anche di dolore. Tornò a Trauttmansdorff nel 1889, e questo secondo soggiorno ebbe un tono ben diverso dal primo: arrivava dopo la tragedia di Mayerling, la morte del figlio Rodolfo, che aveva sconvolto per sempre la sua esistenza. Fu lei stessa a volere quel ritorno, spinta – come scrisse – dai “ricordi di tempi passati e più felici”.
Cosa si può vedere
Il castello conserva ancora gli ambienti legati a Elisabetta, e propone un percorso permanente che, attraverso documenti, oggetti personali e installazioni sonore, prova a restituire il suo universo più intimo, i suoi pensieri, il suo mondo.
È però nei giardini che il ricordo dell’imperatrice si fa quasi palpabile. Tra i punti più suggestivi c’è la terrazza legata alla memoria dell’Imperatrice, costruita attorno a un luogo che la tradizione associa alle sue soste preferite nei giardini; il punto che amava di più era all’ombra di un vecchio castagno.
C’è poi uno dei dettagli più teneri: i sentieri che l’Imperatrice volle per sé. Elisabetta amava camminare lontano dagli sguardi, in solitudine, e chiese che venissero realizzati percorsi appartati dove poter passeggiare in silenzio, immersa nel verde. Ancora oggi i visitatori ripercorrono quegli stessi tracciati all’interno del giardino botanico. Un modo per seguirne le orme, passo dopo passo, e ritrovare l’eco di una donna che qui riuscì per un po’ a essere semplicemente se stessa.