Cesare Rascel: “Papà era una star come Michael Jackson, non sarei mai stato alla sua altezza”

Cesare Rascel ricorda il padre Renato, azzardando un paragone con Michael Jackson e spiegando perché non ha mai seguito le sue orme

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Nicoletta Fersini

Giornalista, Content Editor, SEO Copywriter

Giornalista ed evocatrice di parole: appassionata di lifestyle, tv e attualità. Inguaribile curiosa, osserva il mondo. Spesso sorseggiando un calice di vino.

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Il peso di un cognome come il suo, inevitabilmente, lo ha portato a confrontarsi con un vero e proprio mito dello spettacolo italiano. Ma nella mente e nel cuore di Cesare Rascel, figlio dell’indimenticabile Renato, ci sono anche i ricordi in bianco e nero di un’infanzia trascorsa tra i camerini e il palcoscenico, al fianco di un padre che per lui ha persino organizzato una “fuga”.

Un vero mito “come Michael Jackson”

Per Cesare Rascel, autore e produttore di 53 anni, Renato era prima di tutto un padre, ma con la consapevolezza di essere al cospetto di un grande. “Non era un divo. Basso, con il baffetto e il nasone, incarnava l’uomo comune. Piaceva proprio per questo. Non aveva nessun complesso”, ha raccontato in un’intervista al Corriere della Sera.

Un piccolo uomo, ma solo di statura. Per il resto “papà all’epoca era una star come Michael Jackson“, ha ammesso, ricordando un episodio della sua infanzia: “Un giorno, avevo 8 anni, spostai la sua auto dal garage per giocare a tennis contro il muro. Levai il freno a mano, misi in folle e la spinsi in avanti. La macchina però prese velocità e andò a sbattere una decina di metri più in là, contro un albero. Si fracassò il fanale. E papà si arrabbiò moltissimo“. Ebbene, quella macchina era nientemeno che una Ferrari color melanzana, consegnatagli da Enzo Ferrari in persona.

Severissimo al lavoro, parlava quattro lingue ed era allergico all’incompetenza. I suoi spettacoli dovevano essere semplicemente perfetti: “Non sarei mai stato alla sua altezza. Ho provato, ma come attore non so’ bono, mi sono arreso. Però sto preparando una fiction su di lui”, ha spiegato Cesare Rascel perché non ha seguito le sue orme.

L’infanzia in teatro e la madre Giuditta

Crescere con Renato Rascel significava abitare letteralmente in teatro. I primi cinque anni della vita di Cesare sono stati un tour continuo: “Nel camion delle scenografie c’erano il mio letto e il comò presi da casa. Mi ricordo le mattine in hotel a leggere i libri per bambini e le sere in camerino con i giocattoli e la tata al seguito”, ha raccontato.

La vita della sua famiglia, a dirla tutta, sembrava uscita dalla sceneggiatura di un film. Cesare ha ricordato con ironia il momento della sua nascita, nel 1973, e lo stratagemma surreale usato dal padre per sfuggire all’assedio dei fotografi fuori dalla clinica: “Lui ebbe un’idea. Uscì da solo dall’ingresso principale, portandosi dietro i fotografi, mentre mamma [Giuditta Saltarini, ndr], con me in braccio, si allontanava dal retro a bordo di un carro funebre preso in affitto, fino a casa”.

Gli ultimi anni segnati dalla malattia

Gli ultimi anni sono stati segnati dalla malattia di Renato Rascel, un periodo difficile che Cesare e la madre Giuditta hanno affrontato con estremo riserbo: “Soffriva di Alzheimer. Non era più il leone che era sempre stato, era deperito anche fisicamente. Continuavano ad invitarlo in tv. Mamma, che è stata una grande donna, rifiutava per lui. Non era il caso. L’ultimo anno non parlava più. Per questo ho deciso di tenere un diario in cui annoto pensieri e concetti importanti per i miei figli – ne ho due, vivono negli Stati Uniti – così gli resterà sempre qualcosa di me. Quando papà è morto io avevo solo 17 anni, non ero stato un adolescente facile”.