Alcuni film irrompono sul grande schermo e ci costringono a fermarci, a fare un respiro profondo e guardare dove forse preferiremmo non posare lo sguardo. È quello che sta accadendo con Naza, il documentario firmato da Yuval Abraham e Rachel Szor.
Dopo l’accoglienza alla Mostra del Cinema di Venezia, dove è stato premiato con il Premio Speciale della Giuria e ha ricevuto 25 minuti di applausi, il film è arrivato nelle sale italiane conquistando subito il pubblico e debuttando al primo posto del box office. Ma che cos’ha questo titolo di così potente da far parlare tanto di sé?
“Naza”, di cosa parla
Per capire l’impatto del film bisogna partire dal suo titolo. Naza richiama l’espressione ebraica Nezek Agavi, utilizzata per indicare il “danno collaterale” e, nel contesto raccontato dal documentario, il numero previsto di vittime civili associato a un attacco.
La narrazione si sviluppa in un’atmosfera quasi sospesa, intima e notturna. I registi portano lo spettatore sui tetti illuminati di Tel Aviv, raccogliendo le testimonianze di 24 soldati e membri dell’intelligence israeliana. I loro volti sono oscurati e le voci alterate per proteggerne l’identità, mentre raccontano ciò che avrebbero visto e vissuto durante le operazioni a Gaza.
Al centro ci sono anche i sistemi tecnologici utilizzati nell’attività di intelligence e nell’individuazione dei bersagli, compresi strumenti basati sull’analisi automatizzata di grandi quantità di dati. Le testimonianze affrontano così il rapporto tra tecnologia, decisioni militari e vite civili, mostrando il modo in cui una guerra può essere osservata anche attraverso numeri, dati e schermi.
Il film si muove proprio in questo spazio: da una parte le testimonianze di chi quella macchina militare la conosce dall’interno, dall’altra le immagini di una Tel Aviv che continua a vivere la propria quotidianità sotto le luci della città.
La guerra vista attraverso uno schermo
Naza sposta lo sguardo oltre il campo di battaglia. Attraverso le storie raccontate dai suoi protagonisti, il documentario mette al centro una domanda che riguarda il rapporto tra tecnologia e responsabilità: cosa succede quando decisioni che possono avere conseguenze sulla vita delle persone passano anche attraverso dati, algoritmi e sistemi automatizzati?
Il film porta lo spettatore dentro una realtà in cui la distanza fisica dal campo di battaglia si accompagna a una distanza fatta di numeri e informazioni. La sofferenza può così apparire filtrata da uno schermo, mentre dietro ogni dato continuano a esserci persone e vite reali.
È proprio questo contrasto a rendere la visione particolarmente difficile: mentre sui tetti di Tel Aviv scorrono le testimonianze dei militari, la città continua la sua vita quotidiana. Una normalità che procede quasi parallelamente a ciò che accade a Gaza e che diventa, nel racconto dei registi, uno degli elementi più forti del film premiato a Venezia.
Naza porta sullo schermo una realtà difficile da guardare, ma che non può e non deve essere ignorata. Le parole dei protagonisti, il ruolo della tecnologia e quel contrasto così forte tra la quotidianità di Tel Aviv e ciò che accade a Gaza restano addosso anche dopo la fine del film. È un racconto che non cerca risposte semplici e che, proprio per questo, continua a far discutere anche una volta usciti dalla sala.