Sars2-CoV-2019, quando avremo un vaccino anti-coronavirus

Inoculato al primo volontario un candidato vaccino contro il coronavirus. Sono decine i prototipi studiati

Federico Mereta Giornalista Scientifico

È una donna di 43 anni, madre di due figli, il primo volontario cui è stato inoculato un candidato vaccino protettivo per il coronavirus Sars2-CoV-2019. La somministrazione è avvenuta a Seattle, al Kaiser Permanente Washington Health Research Institute.

Il candidato vaccino in studio è stato messo a punto a tempi record da Moderna Inc. una start up americana, con la benedizione del National Institutes of Health. È un segnale importante per la ricerca, e non è ovviamente l’unico. Ma questo non significa che entro poco tempo avremo il vaccino in grado di difenderci. Ci vorrà almeno un anno o più per poter parlare di una disponibilità del vaccino su larga scala.

Non si può avere fretta

Non bisogna pensare che il vaccino possa arrivare in tempo per contrastare l’epidemia in corso. Non è corretto e non sarebbe verosimile, visti i tempi “tecnici” di studio e preparazione di un candidato vaccino che deve essere sperimentato prima di tutto in termini di sicurezza.

È quanto sta avvenendo ora, con una formula che verrà ripetuta moltissime volte per tutti i “prototipi” che la scienza metterà via via a disposizione, nei vari Paesi del mondo. Prima di tutto, infatti, bisogna fare in modo di comprendere se “l’obiettivo” che si introduce con la vaccinazione è quello giusto, ovvero si tratta di uno o più antigeni o parti del virus che sono in grado di stimolare una forte risposta immune dell’organismo, eventualmente poi riattivabile con un richiamo.

Per arrivare a questo risultato bisogna fare dei test di sicurezza, perché non si può correre il rischio di effetti collaterali seri dopo la vaccinazione, che sono quelli appunto in corso. Dopo, e solo dopo, possono partire gli studi clinici veri e propri di efficacia, nei quali si va a valutare quanto e come la somministrazione del candidato vaccino è in grado di stimolare la risposta anticorpale e di favorire la formazione di una “memoria” immunologica, ovvero di fare in modo che il sistema difensivo possa riattivare gli anticorpi nel momento in cui il corpo entra in contatto con il virus.

Il grande vantaggio, rispetto a qualche anno fa, è che praticamente il virus è stato “messo a nudo” nella sua componente genetica in pochissimo tempo e quindi in tutto il mondo si è iniziato a lavorare su diversi target potenzialmente aggredibili.

In ogni caso, solo dopo aver avuto risposte positive da questi studi si potrà pensare alla produzione di un vaccino, che ovviamente non sarà rapidissima.

Per questo, quindi, non bisogna dimenticare per adesso e per i prossimi mesi il valore delle possibilità di prevenzione dall’infezione che abbiamo a disposizione e che nascono soprattutto dalla nostra responsabilità. Curiamo l’igiene persone e manteniamo sempre presenti quelle regole di distanziamento che possono evitare la diffusione del virus e quindi un contagio diffuso ad un ampio numero di persone. Il vaccino, se e quando ci sarà entrerà in gioco solo dopo.

Non solo gli Usa al lavoro

Secondo gli ultimi dati, sono decine i candidati vaccini in studio in tutto il mondo. E le strade che la scienza sta percorrendo per stimolare un’efficace risposta difensiva da parte dell’organismo dopo la vaccinazione sono diverse e variegate.

Tutte hanno un loro razionale: si tratta solo di capire quale potrà essere la via migliore, più efficace e rapida per proteggere il maggior numero di persone in futuro. I progetti di ricerca vanno da una piattaforma che utilizza l’Rna messaggero fino all’impiego del Dna per creare geni sintetici ed a piattaforme che puntano a rendere più facilmente riconoscibili le proteine di superficie virali.

Senza parlare ovviamente delle “vecchie” tecniche che invece provano ad utilizzare un virus intero, o sue parti, completamente inattivato, quindi non in grado di replicarsi e provocare la malattia ma comunque capace di sensibilizzare il sistema difensivo e stimolare la produzione di anticorpi.

In Italia, ad esempio, Advent che fa parte di IRBM, a Pomezia, sta lavorando per mettere a punto un vero e proprio “cavallo di Troia” rappresentato da un adenovirus (pensate che sono i ceppi che causano molte forme di raffreddore) capace di trasportare gli antigeni del Sars2-CoV-2019 nell’organismo e presentarli all’apparato difensivo. Tante, quindi, sono le sperimentazioni in partenza o pronte al via. La speranza è arrivare ad una soluzione efficace, nel tempo più breve possibile. Nell’attesa, continuiamo a seguire le regole di igiene e proteggiamoci al meglio dal contagio.

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