Sars2-Cov-19, attenzione alla coagulazione e alla trombosi

Forme gravi di infezione da coronavirus espongono di più al rischio di trombosi e tromboembolie. I sintomi premonitori non vanno sottovalutati

Federico Mereta

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Quando si verifica una tempesta, in mezzo al mare, bisogna cercare riparo e salvare la barca e le vite umane. Qualcosa di simile può accadere anche a chi si ammala in forma grave di Covid-19, e non solo per i polmoni.

Lo “sconquasso” che si crea per la risposta immunitaria può anche andare a peggiorare la situazione della coagulazione e quindi espone di più al rischio di trombosi e tromboembolie. Lo ricorda ALT – Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle malattie cardiovascolari – Onlus, mettendo in guardia chi ha problemi di circolazione ed offrendo una serie di indicazioni.

Il pericolo dell’embolia polmonare

L’embolia polmonare è la complicanza più grave di una trombosi che si forma in una vena, delle gambe, delle braccia, dell’addome, di qualunque parte del corpo. Questi due eventi sono infatti collegati strettamente.

Quando un trombo si forma in una vena, rilascia frammenti che diventano emboli che arrivano al polmone: in quella sede si può quindi creare un’embolia polmonare.

“Impariamo a chiamarla correttamente: tromboembolia polmonare – spiega la Presidente ALT Lidia Rota Vender. Conoscere la trombosi, sapere quali sono le situazioni a rischio, imparare a riconoscerne i sintomi premonitori senza sottovalutarli, modificare i fattori di rischio modificabili, significa prendersi cura della propria salute e diminuire la probabilità di un incontro ravvicinato sgradevole sempre per chiunque”.

L’infezione virale, in questo senso, diventa una sorta di “miccia” che accende il fuoco dell’infiammazione. E questo non accade solamente per il Sars-Cov2-19. Ogni qualvolta si sviluppa un’infezione o un processo infiammatorio infatti il sangue partecipa alla battaglia per la guarigione, aumentando la propria tendenza a coagulare: ma molto spesso forma trombi nelle arterie e nelle vene, in qualunque parte del corpo, causando complicanze molto gravi che contribuiscono alla morte del paziente.

“Il paziente aggredito dal virus, quando ovviamente la malattia è in forma severa, ha la febbre, è allettato, è povero di ossigeno perché i polmoni non lavorano, infiammati dalla polmonite – riprende l’esperta. La parte destra del cuore si sforza di spingere il sangue nel polmone ad ossigenarsi, ma trova resistenza in un sistema idraulico polmonare ridotto, occupato da emboli, sforzandosi si dilata, perde efficienza, si scompensa, va in aritmia e il paziente perde la vita”.

La prevenzione? Su misura

Le cause che predispongono alla tromboembolia venosa sono genetiche, come le mutazioni per trombofilia, oppure transitorie: ad esempio il rischio può aumentare dopo interventi chirurgici complessi, ricoveri ospedalieri, allettamento prolungato e febbre, gravidanza, parto, terapie ormonali, tumori, chemioterapia.

La polmonite e la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) e alcuni tipi di anemia su base ereditaria come l’anemia falciforme comportano inoltre un rischio particolarmente aumentato di embolia polmonare.

“Nel nostro Paese, – precisa la Rota Vender – le malattie da trombosi, nel loro insieme classificate come cardio e cerebrovascolari, colpiscono il doppio dei tumori, sono la prima causa di morte e di grave invalidità nella popolazione di età superiore ai 65 anni, ma possono essere evitate almeno in un caso su tre. Su 100 persone che perdono la vita oggi 44 sono state colpite da malattie di questo tipo, ma troppo pochi ancora conoscono la trombosi. Troppo spesso non viene sospettata, o viene sottovalutata, eppure può avere conseguenze molto gravi e invalidanti: lo sa bene chi è stato colpito”.

“Le linee guida prodotte a aggiornate periodicamente delle Società scientifiche ci insegnano a prevenire, sospettare, diagnosticare e curare la trombosi e l’embolia polmonare, ma sottolineano che ogni paziente, pur classificato in un gruppo, deve essere considerato per le proprie specificità, dovute alla genetica, alla storia personale, alla familiarità, ai fattori di rischio diversi e diversamente importanti presenti in ognuno di noi. Le linee guida ci forniscono il metodo e le indicazioni per la prevenzione e per la cura, ma è compito del medico adattare le indicazioni delle linee guida ad ogni singolo paziente tenendo conto delle singole peculiarità di ognuno: un abito fatto su misura per ciascuno”.

Federico Mereta

Federico Mereta Giornalista Scientifico Laureato in medicina e Chirurgia ho da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica. Raccontare la scienza e la salute è la mia passione, perchè credo che la conoscenza sia alla base di ogni nostra scelta. Ho collaborato e ancora scrivo per diverse testate, on e offline.

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