Polmonite da coronavirus Sars2-CoV-2019: quanto è pericolosa e come si cura

Polmonite da coronavirus: come riconoscere i sintomi e quali sono cure e trattamenti a seconda della gravità

Federico Mereta Giornalista Scientifico

I numeri parlano chiaro. Almeno otto persone su dieci superano senza particolari difficoltà l’infezione da coronavirus Sars2-CoV-2019 e l’attenzione si deve concentrare sul restante 20 per cento delle persone che l’hanno contratta. Per molti di loro, pur se la reazione al virus può interessare anche altri organi, è la polmonite. Ma perché viene? E come si affronta?

Una reazione eccessiva dell’organismo

Tecnicamente la forma di polmonite viene definita interstiziale e anche in questa circostanza la guarigione avviene in modo completo, dopo il necessario trattamento.

L’infiammazione, legata non direttamente al virus ma piuttosto alla reazione del sistema immunitario, interessa l’area del polmone in cui avvengono gli scambi tra aria e gas.

L’aria che entra infatti scende dalle alte vie respiratorie attraverso la trachea, un grande tubo che si trova nel torace. Poi, come una linea ferroviaria che giunge in prossimità della stazione principale, la trachea si suddivide nei bronchi, i “binari” del respiro.

Questi diventano sempre più piccoli, fino ad arrivare alla “centrale operativa” del polmone, quella dove avvengono gli “scambi” che ci permettono di vivere. Si tratta di un piccolo “sacco” pieno d’aria, che si chiama alveolo. In questo sacchetto giungono non solo le più piccole diramazioni delle vie del respiro, ma anche i capillari del sangue. E proprio negli alveoli avviene il “miracolo”.

Le pareti di queste strutture sono infatti tanto sottili da far passare i gas che arrivano dall’esterno e sono trasportati dal sangue. L’alveolo – nel corpo umano ce ne sono circa 300 milioni – svolge costantemente la sua funzione fondamentale. Prende il gas del sangue e lo manda verso l’esterno, per farlo eliminare con la respirazione. E si “impossessa” dell’aria ricca di ossigeno (mediamente circa il 20% dell’aria che respiriamo è fatto di ossigeno), che verrà poi distribuito ai globuli rossi e quindi andrà ad alimentare tutto l’organismo.

La maggior parte dell’ossigeno infatti viene caricato sulle molecole di emoglobina, gli speciali “vagoncini” che, all’interno dei globuli rossi, hanno il compito di portarlo fin nelle zona più lontane del corpo. In caso di grave infiammazione polmonare, come avviene nella polmonite interstiziale, questo meccanismo ovviamente si altera. Con evidenti ripercussioni sulla salute generale dell’organismo, oltre che sull’apparato respiratorio.

Ovviamente non tutti i casi sono ugualmente seri: la gravità del quadro dipende dall’interessamento più o meno ampio del tessuto polmonare. Quanto meno questo è coinvolto, tanto maggiore è la possibilità di superare più rapidamente, e senza grandi stress, il problema.

Sintomi e trattamenti

Rispetto alla classiche manifestazioni dell’infezione da coronavirus Sars2-CoV-2019, cioè febbre, tosse e leggeri disturbi respiratori, quando il quadro porta alla polmonite si accentuano le difficoltà di respiro e possono comparire dolori al torace.

Ovviamente il trattamento varia di caso in caso e non è ovviamente mirato solo al virus, che può indurre danni diretti soprattutto all’inizio quanto piuttosto alle conseguenze che la risposta difensiva comporta. Infatti la polmonite può essere legata ad una risposta abnorme delle difese dell’organismo che non si limita solamente alle zone in cui si replica al virus ma si diffonde. E con la sua potenza può danneggiare anche il tessuto polmonare sano.

Sul fronte delle cure, come spesso accade in malattie di questo tipo, il tempo rappresenta l’elemento chiave per giungere alla guarigione. Non bisogna avere fretta quando c’è una polmonite. Poi, in base alla serietà del singolo quadro e al coinvolgimento più o meno massiccio dei polmoni, si possono avere supporti diversi: si va dalla semplice somministrazione dell’ossigeno-terapia fino all’intubazione, che permette in pratica di vicariare con una macchina, all’interno di una terapia intensiva, la normale funzione polmonare.

Nei casi più gravi infine si può arrivare all’impiego dell’ECMO: questa è una tecnica di circolazione extracorporea, da impiegare solamente in situazioni davvero complesse. La sigla ECMO sta per Extracorporeal Membrane Oxygenation. Con questa apparecchiatura la funzione dei polmoni viene sostituita da un dispositivo che, drenando parte del sangue circolante del paziente dall’atrio destro, lo ossigena, rimuove l’anidride carbonica e lo reinfonde direttamente nelle arterie

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