Superbatteri e resistenza agli antibiotici, perché fanno paura (e cosa possiamo fare)

L'Italia è ai vertici in Europa per i casi di infezioni batteriche. Buone regole d'igiene e la riduzione del consumo di antibiotici sono le prime misure da adottare

Federico Mereta

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Siamo ai vertici in Europa per i casi di infezioni batteriche resistenti agli antibiotici con un rischio particolare: da noi i “superbatteri” multiresistenti sono, almeno per alcuni di loro, veramente molti. Se in Europa ogni anno si stimano circa 670.000 infezioni da germi multiresistenti, quasi un terzo dei casi (200.000) si registrano in Italia. Stesse percentuali per quanto riguarda i decessi che sono circa 33.000 in Europa e 10.000 nel nostro Paese.

In particolare stando ai dati più recenti dell’European Center for Disease Prevention and Control (ECDC) siamo in testa alla classifica nella diffusione di Klebsiella pneumoniae resistente ai carbapenemi (CRE), vero esempio di super batterio killer.

Anche su altri profili di resistenza i numeri italiani sono allarmanti rispetto alla media europea, come per esempio con Pseudomonas aeruginosa Multiresistente, Enterobacteriaceae produttrici di beta lattamasi a spettro esteso, Stafilococco aureus Meticillino-resistente. Ed è di poche settimane fa il caso degli ospedali toscani dove si è registrato una puntata di infezione da New Delhi Metallo beta-lattamasi (NDM), che ha i connotati di una vera e propria epidemia da infezione microbica resistente agli antibiotici, con ben 36 decessi e oltre 100 pazienti colpiti.

Gli esperti spiegano i motivi del problema

Da Santa Margherita Ligure, gli esperti della SITA – Società Italiana di Terapia Antinfettiva – lanciano un appello in tutte le direzioni: ai medici, affinché rivedano i loro comportamenti prescrittivi; ai cittadini, affinché usino responsabilmente gli antibiotici; alle istituzioni, sollecitate a promuovere campagne di sensibilizzazione.

“Le ragioni di quanto sta accadendo sono diverse – spiega Matteo Bassetti, Direttore della Clinica Malattie Infettive del Policlinico San Martino di Genova e Presidente della SITA. All’interno delle strutture d’assistenza vi sono persone malate, spesso anziane e fragili, facilmente aggredibili dalle infezioni. La seconda ragione è che negli ospedali italiani viene trattata con antibiotici una percentuale di pazienti superiore a quella di altri Paesi europei. Il terzo problema è relativo alla non totale attivazione delle misure necessarie per evitare queste infezioni, come ad esempio l’uso appropriato dei guanti che servono a proteggere il paziente. Tutto questo rende urgente e necessarie iniziative di sensibilizzazione rivolte soprattutto ai cittadini: bisogna partire dalle scuole per insegnare a usare correttamente questi farmaci e spiegare il valore delle buone regole dell’igiene».

Consumiamo troppi antibiotici

L’Italia è tra i primi Paesi per consumo di antibiotici (27,8 dosi al giorno ogni 1.000 abitanti). Nel biennio 2016-2017, si è posizionato tra i primi paesi europei per l’utilizzo di antibiotici (44,5%), subito dopo Spagna (46,3%) e Grecia (55,6%), contro una percentuale decisamente più bassa in paesi come Inghilterra (37,4%) e Francia (19,7%).

“Ovviamente nell’insieme si tratta di dati allarmanti, sui quali bisogna assolutamente intervenire ma dimostrano che in Italia c’è una forte attenzione alla sorveglianza e che il nostro Paese non nasconde i propri dati e non nega le terapie ai pazienti che non hanno possibilità reali di guarigione, a massimo rischio di essere preda di microorganismi resistenti – spiega Pierluigi Viale, Direttore UO Malattie Infettive, Policlinico S. Orsola Malpighi, Bologna e Vicepresidente SITA. Il vero argomento di riflessione è il fatto che ci siano stati tanti casi concentrati in pochi ospedali, dato che impone una riflessione sull’Infection control. Probabilmente tanto quanto siamo attenti su tutti i discorsi correlati alla terapia, altrettanta attenzione dovremmo porre sulla questione della prevenzione”.

In questo, ognuno di noi può fare qualcosa lavandosi regolarmente le mani. Ma la prevenzione passa poi attraverso una corretta gestione della politica degli antibiotici: tempi di trattamento più brevi, meno terapie ridondanti, meno prescrizioni difensive, ottimizzazione delle posologie. Seguendo questi consigli si potrebbero evitare almeno trenta prescrizioni di antibiotici su cento fatte ogni giorno in un ospedale o in comunità.

Cinque regole per impiegare bene gli antibiotici

  1. L’antibiotico deve essere prescritto solamente dal medico e non assunto perché magari è rimasto nell’armadietto dei medicinali.
  2. La cura va fatta per tutto il periodo indicato e non solo fin quando rimangono la febbre e i disturbi.
  3. Interrompere il trattamento porta al rischio che non vengano eliminati tutti i microscopici nemici e che qualcuno di loro diventi resistente.
  4. Occorre gettare i farmaci scaduti o già aperti per un’infezione precedente: non tutti i farmaci hanno le stesse indicazioni e gli stessi obiettivi.
  5. Gli antibiotici sono attivi solo sui batteri. Quindi non fanno nulla contro i virus: non vanno impiegati per combattere l’influenza.

 

Federico Mereta

Federico Mereta Giornalista Scientifico Laureato in medicina e Chirurgia ho da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica. Raccontare la scienza e la salute è la mia passione, perchè credo che la conoscenza sia alla base di ogni nostra scelta. Ho collaborato e ancora scrivo per diverse testate, on e offline.

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