Covid-19, il rischio per i malati respiratori cronici

Studi italiani mostrano che chi soffre di enfisema polmonare non è più a rischio di infezione da coronavirus. Ma bisogna seguire sempre le cure

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Il virus Sars-CoV-2, responsabile di Covid 19, può essere più grave nelle persone che soffrono di enfisema polmonare, una delle tipologie di presentazione della Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva (BPCO), quadro che interessa dal 6 all’8 per cento della popolazione ed è strettamente legata al vizio del fumo. Per questo è  fondamentale seguire con cura le terapie, oltre a rispettare le regole di distanziamento, per limitare i rischi.

Cosa dicono gli studi

I dati italiani dicono che chi soffriva di BPCO non ha avuto un maggior rischio di ammalarsi di infezione da coronavirus e che questa patologia non è stata una delle principali condizioni associate a mortalità nei malati. Questa situazione contrasta con i risultati di una ricerca condotta in Cina sulle comorbilità di 1590 pazienti con malattia da nuovo coronavirus dimostra che i casi severi presentavano più probabilità di avere la BPCO rispetto a quelli meno gravi (62.5 per cento vs 15.6 per cento) e che un numero significativamente maggiore di pazienti con BPCO è andato incontro a ricovero in terapia intensiva, a ventilazione invasiva o a decesso rispetto ai malati senza BPCO.

“L’apparato respiratorio rappresenta un target fondamentale quando si parla di Covid-19 e di persone con BPCO – segnala Francesco Blasi, Ordinario di Malattie dell’Apparato Respiratorio all’Università di Milano. Dall’esperienza che abbiamo vissuto, in ogni modo, pare proprio che i pazienti non avrebbero un maggior rischio di ammalarsi in forma grave: forse il fatto di seguire le terapie, visto che si tratta di una malattia cronica, potrebbe risultare protettivo nei confronti delle forme più gravi dell’infezione. Questa sensazione è stata confermata anche dai dati su circa 3000 pazienti deceduti resi noti dall’Istituto Superiore di Sanità”.

L’importante, quindi, come accade per la pressione arteriosa, è seguire le cure e, dal punto di vista del medico, personalizzare il trattamento. Occorre comunque ricordare che prima di tutto bisogna smettere di fumare, sia in prevenzione che sotto l’aspetto delle cure di questa condizione.

Una malattia da conoscere

Ma cos’è la BPCO? Si tratta di una malattia complessa ed eterogenea: complessa perché presenta diverse componenti con interazioni dinamiche non lineari, eterogenea perché non tutte queste componenti sono presenti in tutti i pazienti o nello stesso paziente in tutte le fasi della malattia.

Questa complessità spiega e giustifica la necessità di un approccio focalizzato a migliorare la valutazione, il trattamento e gli esiti. I singoli pazienti possono aver bisogno di approcci di trattamento differenti nei diversi stadi della malattia. L’importante, dunque, e non solo per i rischi legati al virus, è studiare per ogni paziente il trattamento più efficace.

Se nelle forme meno gravi, caratterizzate da un limitato rischio di esacerbazioni, cioè di aggravamenti acuti della cronicità, l’associazione di due farmaci ad azione antinfiammatoria e broncodilatatrice può essere sufficiente, nei pazienti che presentano più esacerbazioni appare fondamentale il trattamento di partenza con tre farmaci associati.

Grazie a questo approccio, come  conferma lo studio IMPACT, si può ridurre il rischio di morte per tutte le cause: il corpo infatti ha bisogno di ossigeno e se questo non è disponibile, come nel caso delle forme più serie, sono a rischio anche il cuore, l’albero circolatorio e altri distretti.

Cosa fare?

“Questi risultati dicono che la triplice terapia è quella che riduce maggiormente la mortalità per causa cardiovascolare,  respiratoria e correlata alla BPCO – spiega Girolamo Pelaia, direttore della Clinica Pneumologica Universitaria e della Scuola di Specializzazione in Malattie dell’Apparato Respiratorio dell’Università degli Studi di Catanzaro. Nello studio IMPACT il rischio di esacerbazioni che portano a ospedalizzazione è ridotto del 34 per cento sempre rispetto alla terapia a due farmaci broncodilatatori”.

L’importante, in ogni caso, è mirare per ogni persona la cura più corretta, in base al tipo di malattia e alla comparsa di aggravamenti che richiedono il ricovero.

“La cronicità della BPCO – aggiunge Blasi – mina nel tempo la qualità di vita dei pazienti, gradualmente compromessa dal persistere dei sintomi tipici e, nella sua progressione, dalla comparsa di riacutizzazioni, fenomeni che colpiscono circa il 30 per cento dei malati. La mancata risoluzione della sintomatologia, unita alla bassa aderenza e alla comparsa di riacutizzazioni, porta nel tempo i pazienti ad adottare un incremento della terapia. Questo studio dimostra chiaramente che grazie alla triplice terapia già in prima linea si può ottenere una riduzione del rischio di morte in questi malati”.

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