Tornare alla normalità: è davvero questo quello che vogliamo?

E poi finalmente l'ho capito che le cose non torneranno alla normalità. Alcune cose non torneranno più e basta. Ma questo è davvero un dramma?

Sabina Petrazzuolo Lifestyle editor e storyteller Scrittrice e storyteller. Scovo emozioni e le trasformo in storie. Lifestyle blogger e autrice di 365 giorni, tutti i giorni, per essere felice

Immagino che prima di desiderare fortemente qualcosa bisognerebbe prima focalizzarla, comprenderla, delineare con precisione la forma di quella cosa. E invece il mio errore è sempre stato quello di sognare a occhi aperti un mondo troppo confuso affinché questo potesse palesarsi.

Ma ho continuato a farlo. E ricordo ancora quel momento, poi trasformatosi in giorni, settimane e mesi, in cui ho desiderato con tutte le mie forze di tornare alla normalità. Perché quella vita fatta di termini assenti che poi sono entrati prepotentemente nella nostra quotidianità, come lockdown, distanziamento sociale e Covid-19, per me era la normalità.

La stessa che probabilmente ho anche disprezzato. Perché a quei tempi mi sembra di non avere abbastanza tempo, abbastanza soldi, abbastanza spazi. Mi sembrava sempre di non avere niente e invece avevo tutto, fino a quel momento in cui come in un nastro inceppato che manda in loop sempre la stesso frame, la vita si è fermate in un punto esatto.

Per me, e per molti di noi immagino, quel punto era il 9 marzo, il giorno del primo lockdown. Dimenticarlo è impossibile. Mentre partiva l’esodo dalle regioni del nord verso quelle del sud e i supermercati si affollavano, il mio telefono squillava di continuo. Quello è stato il momento in cui mi sono fatta forte, e ho fatto finta di non avere paura, quando invece ne avevo tanta. Ho detto arrivederci ai miei genitori, al mio compagno e ai miei amici senza sapere quando avrei potuto riabbracciarli.

Ma poi ho iniziato a coltivare la speranza, complici quei canti condivisi con degli sconosciuti da finestre e balconi, come in un film. È stato bello, per un momento, ma anche quello è finito. La voglia di farcela ha lasciato posto alla stanchezza, alla rabbia e all’odio. E le persone hanno smesso di comprendersi. Così ecco un’altra guerra nella guerra.

Io sono rimasta a guardare e ad aspettare. L’ho fatto per giorni e per mesi che poi si sono trasformati in anni. Come quel nastro inceppato, così ero io. Con la speranza di poterlo riavvolgere da un momento all’altro e di poter tornare a vivere la vita di un tempo mentre il presente scivolava via. E non l’avevo capito che così facendo avevo rinunciato a vivere.

Quando penso al mio prossimo compleanno mi riprometto che le candeline che spegnerò quest’anno le stesse di due anni fa, per recuperare il tempo che non ho vissuto a causa della pandemia. In realtà mento perché la colpa è soprattutto mia. Perché alla mia età dovrei sapere che il mondo è cambiato tante volte, e la storia ci insegna che questo può succedere ancora. Ed è successo.

E fermarci a guardare non cambierà le cose, trovare un nuovo modo di vivere sì. Esattamente come succede con tutti quei cambiamenti che ci troviamo ad affrontare nel corso della nostra esistenza e che in un modo o nell’altro la stravolgono. Ma come per tutti i cambiamenti è evidente che ci sarà qualcuno che avrà paura, e quel qualcuno perderà tanto, forse troppo.

E poi finalmente l’ho capita la risoluzione dell’enigma. Le cose non torneranno alla normalità e alcune di queste non torneranno mai più. Ma questo è davvero un dramma?

In piena pandemia, su un muro di Hong Kong, è apparsa la scritta We won’t return to normality, because normality was the problem (Non vogliamo tornare alla normalità, perché la normalità era il problema), ed è certo che questa frase apre tanti nuovi scenari e riflessioni, altri quesiti che meritano una risposta. Ma mi sono detta che per questo c’è tempo. Meglio fare un passo alla volta.

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