“Sei bella di viso, ma dovresti dimagrire”: diario di un’ex obesa

Sapete cos’è la dismorfia corporea? È la percezione alterata del proprio corpo. Avviene nei soggetti anoressici, ma anche negli obesi. Oggi ve la racconto

Irene Vella Giornalista televisiva Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

Stamani mi sono messa a cercare delle mie foto a figura intera degli anni passati, ed è stato difficile trovarle. La verità è che quando sei grassa, e utilizzo questa parola consapevolmente visto che avevo un’obesità di primo livello, fai fatica a scattare delle immagini di te stessa, perché le fotografie non mentono, sono crude e per questo vere. Quando ho deciso di intraprendere il percorso della sleeve gastrectomy la psicologa nell’ultimo colloquio mi ha detto una frase che è stata impossibile dimenticare: “Mi raccomando fatti una fotografia almeno una volta al mese per visualizzare i progressi, perché spesso i nostri occhi non ci rimandano la giusta immagine di noi stessi.” Ho pensato che l’avrei fatto perché me lo aveva chiesto, ma onestamente la mia testa metteva in dubbio le sue parole. Ed invece dopo l’operazione ho capito quanto avesse ragione. Sapete cos’è la dismorfia corporea? È la percezione alterata del proprio corpo. Avviene nei soggetti anoressici, ma anche nelle persone obese. I primi tendono a vedersi grassi anche quando sono diventati l’ombra di se stessi, i secondi spesso non riescono a vedere realmente quella che è la loro condizione, si vedono cioè più magri di quelli che sono. Probabilmente è una forma di protezione, una captio benevolentiae dei propri occhi, nascondere una realtà che fa troppo male.

E allora ho cercato le mie foto, quelle di prima, e stentavo a riconoscermi, come era possibile che non mi vedessi? Ho chiesto anche alle mie amiche e a mio marito, e loro mi hanno confessato di non avermi mai vista così grossa, di non aver mai visto i miei chili in più, ma solo la mia anima, il mio modo di sorridere e di stare in compagnia. Ed allora ho capito quanto l’affetto verso una persona possa alterare la realtà, perché io non ero felice, io sorridevo e facevo le battute, ma rifuggivo gli specchi, piangevo di nascosto nel bagno, aprivo l’armadio e lo richiudevo, mi provavo i vestiti e non mi stava più niente, e mi rifiutavo di andare nei negozi, perché la verità è che nessuno ti perdona di essere grassa. Spesso nemmeno i commessi. Figuriamoci te stessa. Sapete quante volte mi sono sentita dire all’ingresso di un negozio “Mi scusi ma per la sua taglia non abbiamo nulla” senza nemmeno voler sapere se volevo fare un regalo, e a quel tempo avevo “solo” una quinta di seno, quando sono arrivata alla settima ho iniziato ad acquistare on line. Forse nessuno si immagina che dolore possa provare una persona quando degli sconosciuti si permettono di etichettare il loro corpo non conforme, facendola sentire sbagliata, rifiutata dal sistema moda, che concepisce la bellezza solo entro la taglia 46, come se la bellezza non potesse esistere oltre un certo peso.

Io non dimentico, non dimentico la sofferenza provata, non dimentico le frasi “peccato, pensare che hai un viso così bello, dovresti solo dimagrire“. Però la verità è che non dimentico nemmeno il fiatone che avevo dopo una rampa di scale, non dimentico che i miei 112 chili mi avevano portato ad avere la sindrome severa delle apnee notturne, in pratica nel sonno il mio corpo andava in sofferenza di ossigeno, e la saturazione scendeva, per questo, per non soffocare, dovevo dormire con la CPAP, un ventilatore medico che eroga un flusso d’aria continuo a pressione positiva costante, utilizzato per evitare le ostruzioni ed il collasso delle vie aeree superiori.

E sapete perché? Perché l’obesità è una malattia, le cui conseguenze magari non si vedono nell’immediato, quando hai venti o trent’anni, ma se a quella si aggiungono patologie come l’ipotiroidismo e il diabete, ecco che abbiamo un cocktail esplosivo per la nostra salute. Ma nessuno può arrogarsi il diritto di scegliere per noi, nessuno può bullizzare un altro per il suo aspetto fisico, perché le persone non sono la taglia che indossano, nessun medico grassofobico può decidere una diagnosi di un paziente in sovrappeso solo dopo averlo guardato, altrimenti non esisterebbero i percorsi di idoneità agli interventi di chirurgia bariatrica, e soprattutto se vengo da te per un problema ginecologico tu non puoi dirmi che devo dimagrire senza nemmeno avermi visitato.

Scrivo questo perché quando ho deciso di operarmi l’ho fatto in totale autonomia, senza l’appoggio familiare, che solo dopo la prima visita con il chirurgo, il dottor Sergio Carandina, ha iniziato a cambiare idea, nessuno mi ha mai fatta sentire sbagliata, sono io che mi ci sentivo, il sistema forse ha accelerato questo percorso di consapevolezza, ma quando a 50 anni non riesci più ad infilarti i collant, o se per chiuderti le scarpe hai bisogno di qualcuno che lo faccia per te, significa che il problema c’è, ed è reale. Non è più una questione estetica, diventa una questione di salute.

Sono passati cinque mesi e trenta chili dalla sleeve e l’unica domanda che riesco a farmi è: perché non mi sono decisa prima? E lo metto nero su bianco perché quello che ho raggiunto in questi centocinquanta giorni era a portata di mano, solo che non lo sapevo, e non immaginavo nemmeno di averne diritto. Non indosso più la CPAP per dormire, le apnee sono scomparse insieme alla mia settima di seno, che adesso si è assestata su una quinta, ed il peso non influisce più sullo sterno, riesco ad indossare le scarpe senza l’aiuto di nessuno, ed ho ritrovato il mio sorriso, perso nei meandri della malattia bastarda di mio marito, che pensavo di riuscire a sconfiggere con l’aiuto del cibo. Ma se non siamo i primi a volerci bene, nessuno lo farà per noi. Io non dimentico. Ma oggi ricomincio. Da me.

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