Diciamo basta alla “grassofobia”

La "grassofobia" è la paura, il disprezzo e la discriminazione verso le persone grasse. Impariamo a conoscerla per metterla al bando

Irene Vella Giornalista televisiva Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

Qualche tempo fa in un articolo interessante ho letto questo incipit che mi è rimasto impresso: “essere obeso è, in un certo senso, come essere ammalato oppure vecchio: ti rendi conto di cosa significa realmente quando grasso ci diventi, proprio come quando all’improvviso ti ammali, oppure capisci di essere diventato vecchio.” Mi stavo documentando sulla “grassofobia”, un termine che potremmo riassumere nella paura, nel disprezzo e nella discriminazione verso le persone grasse.

Il grassofobico in pratica ha una percezione negativa del grasso, teme di diventarlo, stigmatizzando chi lo è, lasciandosi condizionare da una marea di pregiudizi secondo i quali le persone obese lo sarebbero per scelta, per pigrizia, per mancanza di forza di volontà e soprattutto associando la loro persona alla sporcizia, alla poca cura di sé e all’ingordigia.

In Francia già tre anni fa Gabrielle Deydier con la pubblicazione del bestseller “Non si nasce grassa” aveva scoperchiato il vaso di Pandora, bastano le prime cinque, sei righe, per entrare nel suo mondo. In un ristorante un bambino chiede alla sua mamma un dolce e quella gli risponde ad alta voce “mica vuoi finire come quella signora, vero?”. In ascensore dopo che sei entrata tutti ti guardano male perché occupi troppo spazio, al bar controllano quanti cornetti mangi per poi darsi di gomito e sottolineare che non dovresti proprio mangiare, che con le tue scorte potresti digiunare un mese, sopravvivendo.

Dal medico non va tanto meglio, perché per qualunque motivo tu decida di farti visitare, non importa nemmeno per quale dolore, ci sarà un riferimento al peso in eccesso, anche se magari le tue analisi sono perfette. E mi è tornata in mente la frase che ti rendi davvero conto di cosa significhi quella situazione, quando improvvisamente quella situazione la vivi, quando smetti di vivere il privilegio di essere magra. Il famoso “thin privilege“, riporto la definizione delle attiviste Chiara Meloni e Mara Mibelli, alias Belle di faccia su Instagram,  non è una colpa in sé, perché non è la singola persona magra  ad aver creato una società nella quale la magrezza è considerata migliore e preferibile. Tuttavia il magro beneficia e trae vantaggio, anche inconsapevolmente, da questo tipo di valori (Chi ha un corpo magro può comunque soffrire di problemi riguardanti la propria immagine corporea o subire body shaming o sentirsi inadeguato).

Quando ingrassi per una serie di problematiche, che vanno da disfunzioni metaboliche, menopausa o problemi psicologi, ci sarà sempre qualcuno che si prenderà la briga di farti la lezioncina sul come “basta chiudere la bocca e muovere il culo” per perdere peso, oppure sui social quando vorranno attaccarti ci sarà sempre l’offesa che scadrà sul personale, sulla forma del tuo corpo. E poi ci sono gli sguardi, quegli sguardi di disapprovazione per come ti vesti, quello che mangi, perché qualunque cosa tu faccia non andrà mai bene, perché sei tu a non andare bene per loro, tu e il grasso che ti porti addosso, se ne discostano come si fa come una malattia contagiosa e puntano il dito, facendoti sentire sbagliata, diversa, ingombrante, quasi suggerendoti di non uscire, di non mostrarti al pubblico, o di mostrarti poco, perché la ciccia quando “straborda” è maleducata, non chiede permesso, e allora devi nasconderla.

Laura Brioschi, dalla sua pagina Facebook

Per fortuna che negli ultimi anni sono nate le correnti del body positive e della fat acceptance, anche se in Italia quest’ultima non esiste e sulla prima è ancora indietro, per cercare di ripristinare un’ordine inclusivo e di dare il giusto peso alle parole.  Qualche passo in tal senso lo sta facendo Lara Lago, collega giornalista di Sky, che con la sua rubrica “caro corpo“, e ancora prima sui suoi social, dichiara guerra alla “grassofobia”, mettendoci la sua meravigliosa faccia, i suoi splendidi occhi azzurri, i suoi luminosi capelli blu e il suo unconventional positive body. Sottolineando come spesso basti spostare il punto di vista di chi guarda per trasformare quello che noi vediamo in un difetto, in un bellissimo pregio.

Un’altra influencer impegnata nella normalizzazione del corpo umano con il suo hashtag #curvyisnotacrime e il suo brand fashion inclusivo è Laura Brioschi, che ha raccontato la sua storia in un libro “noi siamo luce”, partendo dalla sua esperienza di modella per taglie forti, termine orrendo che veniva utilizzato per creare una linea di demarcazione profonda tra le modelle taglia 38 e le oversize, ma soprattutto per costringere le seconde a non sentirsi mai adeguate. Così a Laura viene chiesto di dimagrire e nel suo cammino incontra la bulimia, saranno anni durissimi, dai quali uscirà imparando però ad amarsi, ad amare ed insegnandolo agli altri. E sapete come? Mostrando foto e video delle loro imperfezioni, dalla cellulite alle smagliature, senza filtri.  Il messaggio arriva forte è chiaro. Non siamo noi ad avere un problema, non siamo noi quelle sbagliate, la felicità non è mai una questione di taglia.

È solo una questione di testa.

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