L’autodromo di Monza, un secolo di architettura nel tempio della Formula Uno

Dal progetto del 1922 alla sopraelevata che aspetta un restauro, fino alle nuove tribune: l'architettura della pista di Monza non smette mai di cambiare

Foto di Christian Conovalu

Christian Conovalu

Esperto in Interior Design

Appassionato di interior design, ne ha fatto tema di studio spinto da sempre dalla creatività e dalla condivisione di pillole sull'abitare.

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Da oggi a domenica 6 settembre, il Gran Premio d’Italia riporta l’attenzione di tutto il mondo sulla pista di Monza. Ma se si toglie per un momento il rombo dei motori, l’autodromo racconta anche una storia che riguarda l’architettura e il progetto tanto quanto la velocità: un secolo di cantieri quasi mai interrotti, che proprio in questi mesi stanno ridisegnando ancora una volta l’aspetto del circuito.

Vista aerea ampia della tribuna di Monza con il Parco sullo sfondo
IPA
La tribuna storica si staglia contro il verde del Parco di Monza, con la città sullo sfondo

Un progetto nato in 110 giorni

L’autodromo fu voluto dall’Automobile Club di Milano nel gennaio 1922, per celebrare i 25 anni dell’associazione, e affidato all’architetto Alfredo Rosselli. Il progetto iniziale immaginava un tracciato a forma di otto lungo 14 chilometri, ma l’impatto sul Parco di Monza, allora Parco Reale, spinse le autorità a bloccare i lavori appena iniziati per motivi di tutela artistica e paesaggistica: nacque così, ridimensionato a circa 10 chilometri, il circuito che sfruttava in parte strade già esistenti nel parco.

Il cantiere, aperto il 15 maggio, coinvolse 3.500 operai, 200 carri, 30 autocarri e persino una ferrovia provvisoria lunga 5 chilometri per trasportare i materiali. Bastarono 110 giorni per completare l’opera: l’autodromo fu inaugurato il 3 settembre 1922, terzo circuito permanente al mondo dopo Brooklands, in Inghilterra, e Indianapolis, negli Stati Uniti. Il pubblico dell’epoca trovava posto in una tribuna d’onore da 3.000 posti e in sei tribune laterali da 1.000 posti ciascuna.

La parete vetrata inclinata della palazzina box dell'Autodromo di Monza vista dalla corsia dei box, con le tribune riflesse nel vetro
Unsplash
Il vetro inclinato verso la pista, pensato nel 1989 per evitare l’abbagliamento dei piloti, riflette oggi le tribune vuote e i cordoli tricolori della pit lane.

Nei decenni successivi Monza è diventata anche un piccolo laboratorio di innovazione stradale: il guard-rail, il trasponder che avrebbe poi dato origine al Telepass e l’asfalto drenante sono stati tutti sviluppati e testati proprio su questa pista.

La sopraelevata, un monumento in attesa di restauro

Nel 1955 fu costruito l’anello ad alta velocità, lungo 4.250 metri e conosciuto anche come il “catino di Monza”: due rettilinei e due curve semicircolari sopraelevate  con un raggio di 320 metri e una pendenza progressiva fino all’80% nella fascia superiore, calcolate per una velocità teorica massima di circa 285 km/h. A differenza del tracciato del 1922, le curve non poggiavano più su un terrapieno, ma su piloni e travi in cemento armato, con un guardrail in acciaio ancorato a pali di legno di noce annegati nella struttura, una soluzione arrivata dagli Stati Uniti che sarebbe poi stata adottata anche sulle autostrade italiane.

Curva della sopraelevata di Monza con cemento invecchiato e alberi ai bordi della pista
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La curva della sopraelevata, con le sue crepe e la vegetazione che avanza ai margini, in attesa del recupero conservativo

Le sollecitazioni della pista si rivelarono troppo severe per le monoposto di Formula 1 dell’epoca, e dopo un tragico incidente del 1961 la sopraelevata fu abbandonata dai Gran Premi, pur restando in uso per le gare di durata della Mille Chilometri fino al 1969. Da allora non ospita più competizioni regolari, ma non è nemmeno un rudere dimenticato: le sue curve tornano protagoniste in occasioni speciali, come le parate di supercar organizzate in occasione di eventi come il Milano Monza Motor Show, e restano uno degli scorci più fotografati e riconoscibili di tutto il complesso.

A fine luglio 2026 il Consiglio regionale della Lombardia ha approvato uno stanziamento destinato al Consorzio Villa Reale e Parco di Monza per il recupero conservativo delle sopraelevate, all’interno del più ampio piano di valorizzazione del complesso monumentale che unisce Villa Reale, Parco e Autodromo. Accanto al finanziamento, è stata anche proposta l’idea di un museo motoristico in realtà aumentata dedicato alla storia dell’autodromo: un progetto, questo, ancora privo di risorse e tempistiche.

Un cantiere che non si è mai davvero fermato

Nel 1989 l’autodromo si dotò di un nuovo complesso box, lungo quasi 200 metri: una struttura descritta all’epoca come ad alta tecnologia e di notevole leggerezza visiva, grazie a una grande parete vetrata inclinata verso la pista, pensata per evitare l’abbagliamento dei piloti, contenere il calore interno e migliorare la visibilità della corsia. L’allora presidente della FIA, Jean-Marie Balestre, lo definì un edificio realizzato con intelligenza, creatività e passione.

Nel 2024 è toccato alla pista: un cantiere da 21 milioni di euro ha portato a una nuova pavimentazione ad alte prestazioni su circa 78.000 metri quadrati, realizzata con materiali rigenerati e più sostenibili, oltre a un sistema di drenaggio pensato per resistere agli eventi atmosferici estremi. Sono stati demoliti e ricostruiti tre sottopassi, con un nuovo collegamento tra Porta Vedano e la curva Parabolica, per separare in modo netto il traffico pedonale da quello dei mezzi pesanti, mentre la Prima Variante è stata allargata su richiesta della FIA.

Render della nuova tribuna di Monza con monoposto di Formula 1 in pista
Studio Sportium
Vista dalla pista: le monoposto sfrecciano davanti alla nuova tribuna in fase di progetto

A questo cantiere si affianca ora il progetto delle nuove tribune, firmato dallo studio Sportium (Gruppo Progetto CMR), che immagina una copertura leggera e scenografica ispirata alla biomimesi: la forma richiama le ali aperte degli uccelli in volo, lo stesso principio che ha ispirato gli alettoni delle vetture da corsa, mentre la facciata a lamelle crea continuità visiva tra il parco e la pista. Il piano, da circa 40 milioni di euro, prevede anche un attico alberato con tetto apribile sopra la palazzina dei box, destinato al Paddock Club e ricoperto da pannelli fotovoltaici che, visti dall’alto, disegnano il profilo di una bandiera a scacchi, oltre al recupero della cascina e del fienile abbandonati nell’area del Serraglio, che diventeranno una nuova zona hospitality.

Render della nuova tribuna dell'autodromo di Monza con facciata a lamelle
Studio Sportium
Il render dello studio Sportium mostra la facciata a lamelle e la copertura ispirata alle ali aperte degli uccelli

Non è la prima volta che Monza guarda oltre la pista: da circa un decennio l’autodromo ospita già al proprio interno il Museo della Velocità, con cimeli e pezzi di storia automobilistica affiancati a mostre temporanee, mentre a inizio Duemila l’architetto svizzero Mario Botta aveva disegnato un autodromo-stadio con il verde protagonista, un progetto poi rimasto sulla carta.

Quando scatta il semaforo verde del Gran Premio, la maggior parte degli sguardi è puntata sulle monoposto. Ma tra box che cambiano volto, asfalti rifatti e una sopraelevata che si prepara a un nuovo restauro, Monza racconta da un secolo la storia di un progetto che non ha mai smesso di rinnovarsi.