Il misteri del Castello di Loches, dove fu imprigionato Ludovico il Moro

Il Castello di Loches ha mille anni di storia: la fortezza, la cella affrescata di Ludovico il Moro e i suoi misteri

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Serena De Filippi

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Su uno sperone di roccia, sopra la valle dell’Indre, c’è una cittadella fortificata che ha attraversato molti secoli di storia francese. Loches rientra tra i castelli della Loira, ma ha un carattere tutto suo, severo e affascinante insieme. Qui, in veste di ospiti, ci sono state Giovanna d’Arco e Anna di Bretagna, e tra queste mura Ludovico il Moro ha consumato i suoi ultimi anni, lasciando tracce della sua prigionia sulle pareti della cella. Dietro la bellezza della pietra si nasconde un passato cupo, in cui non mancano dei segreti e veri e propri misteri.

La storia del Castello di Loches

All’inizio ci fu il mastio, il nucleo più antico voluto da Folco III Nerra nei primi decenni dell’XI secolo, una massa verticale di pietra che ancora oggi dà a Loches il suo aspetto tanto caratteristico (e indubbiamente dalle influenze stilistiche severe). Il torrione resta ancora oggi tra quelli meglio conservati che si possano vedere, testimone di un’epoca in cui l’architettura serviva prima di tutto a difendersi.

Cittadella di Loches
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Cittadella di Loches

Loches ha una storia a sé: cerchiamo di immaginarla come un cantiere lungo cinquecento anni. Ogni secolo aggiunse il suo pezzo: la cinta muraria, le torri sporgenti, la casa del governatore, poi il barbacane e la nuova torre rotonda, che a lungo portò il nome di Luigi XI. Un accumulo di strutture che racconta il passaggio dal Medioevo guerresco a un’idea più raffinata di potere.

La fortezza fu contesa durante le lotte tra Plantageneti e Capetingi. Filippo Augusto la conquistò nel 1205; nel 1249, con Luigi IX, Loches entrò definitivamente nel Rominio reale. Da lì Loches divenne una macchina militare imponente, e insieme una residenza amata dai sovrani.

Il suo momento più luminoso è stato legato indubbiamente a Carlo VII: qui arrivò Giovanna d’Arco dopo Orléans e sempre qui il re legò una parte della propria vita privata alla presenza di Agnese Sorel. Tra il Quattrocento e il Cinquecento la residenza si fece più raffinata, fino all’oratorio di Anna di Bretagna, piccolo ambiente gotico. Quando però il castello venne trasformato in prigione di Stato, arrivò un capitolo buio: la cittadella ospitò diversi detenuti e continuò a fare da carcere fino agli anni Venti del Novecento. Solo negli anni Cinquanta il sito aprì finalmente al pubblico.

Lo stile

Tra i vari castelli, Loches rimane affascinante perché, in un unico luogo, possiamo ritrovare due anime architettoniche lontane. Da un lato la forza cupa del mastio romanico, tra pietra e volumi massicci, che aveva l’unico compito di intimidire e difendere. Dall’altro l’eleganza tardogotica della residenza reale, affacciata a nord dello sperone, dove le finestre si allargano e la decorazione prende il sopravvento sulla difesa.

Il Logis Royal, costruito a partire dalla fine del Trecento, racconta proprio questo cambio di passo: nato come dimora signorile, si arricchì nei secoli di sale di rappresentanza e dettagli preziosi. L’oratorio di Anna di Bretagna, minuscolo e cesellato, resta l’esempio più alto di questa ricerca di bellezza, con la pietra lavorata fino a sembrare merletto.

Poco lontano, la collegiata di Saint-Ours rende l’insieme ancora diverso, con le insolite torri piramidali che svettano sopra i tetti. Passeggiare per le vie in salita della città bassa fino alla fortezza è come attraversare mille anni di storia e di stili, dal romanico più severo al gotico più leggero.

La cella di Ludovico il Moro

Nelle viscere della Torre Martelet si nasconde la stanza che rende Loches un luogo unico. Ludovico Sforza arrivò a Loches dopo la caduta politica e militare che lo consegnò ai francesi. Qui trascorse gli ultimi anni, dal 1504 al 1508, lontano dalla Milano che aveva governato e protetto anche come mecenate di Leonardo. Catturato dai francesi a Novara nel 1500 dopo il tradimento dei suoi mercenari svizzeri, passò per diverse prigioni prima di arrivare a Loches e tra queste mura rimase fino alla sua morte, nel maggio del 1508.

Gli edifici del Donjon
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Gli edifici del Donjon

Le fonti raccontano che il Duca chiese come unico conforto una copia della Divina Commedia. Passò gli anni della prigionia a decorarne le pareti, trasformando la sua gabbia in un diario dipinto. La cella conserva ancora le tracce della sua prigionia: un piccolo universo di segni, immagini, motti e simboli con cui il Duca provò a lasciare una forma di sé sulla pietra.

Quei segni raccontano un uomo sconfitto che continua a parlare per emblemi: l’immagine di sé in armatura, i riferimenti al nome Sforza, i simboli religiosi, le frasi sulla pazienza e sulla fortuna. Anche Dante entra in quella stanza, attraverso parole che trasformano la memoria del tempo felice in una condanna.

I misteri

Come molti castelli, Loches non è immune alle ombre e ai misteri. La storia di Agnese Sorel, per esempio: la sua morte, avvenuta in giovane età, è stata a lungo circondata da domande, ed è stata riletta in tempi recenti attraverso alcune analisi sul corpo, che hanno rafforzato l’ipotesi di un avvelenamento. La sua tomba in alabastro bianchissimo, riportata nel 2005 nella collegiata di Saint-Ours dopo una lunga serie di spostamenti, continua ad attirare visitatori incuriositi dal suo destino spezzato.

Nella torre rotonda, chiamata anche Tour Neuve, si conserva inoltre la cosiddetta sala del duello. Sulle quattro pareti è presente una fascia scolpita nella seconda metà del Cinquecento, con tredici personaggi armati e un Calvario: un insieme ancora oggi non del tutto spiegato.

Ricordiamo anche la storia di Henriette-Julie de Murat, scrittrice esiliata a Loches all’inizio del Settecento dopo uno scandalo che aveva travolto la sua reputazione. Provò a fuggire travestendosi da uomo, venne ripresa, rinchiusa altrove e infine riportata proprio qui. Un altro nome che si aggiunge alla lunga lista di chi, tra queste mura, ha lasciato un pezzo della propria vita.