Storia di un amore più forte della malattia: Michi dona un rene a Diva

Quando Diva si ammala, Michela non ci pensa un attimo. Per l'insufficienza renale esiste una cura: il trapianto. Le avrebbe donato un suo rene.

Irene Vella Giornalista televisiva Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

Sarà che di queste storie non se ne ha mai abbastanza, sarà che conosco perfettamente i sentimenti espressi e provati da queste due meravigliose ragazze, ma io non vedevo l’ora di raccontarvi l’epilogo di questa favola d’amore di cui, noi di DiLei, ci eravamo già occupati qui  Per chi se la fosse persa faccio un breve riassunto. Cinque anni fa durante un viaggio in Messico, Diva ha dei fortissimi mal di testa e una volta tornata in Italia, dopo l’ennesima emicrania, viene accompagnata dalla sua compagna Michela al pronto soccorso di Bologna, con la pressione 120 su 220, e proprio lì scoprono un’anomalia della creatinina.
Dopo alcuni esami, un ricovero e una biopsia, scoprono che é affetta dalla sindrome di Berger, per un anno e mezzo prende il cortisone (terapia per “fermare “ il più a lungo possibile la malattia che si chiama schema Pozzi ) e funziona. La malattia si ferma, ma solo per poco, perché proprio durante il marzo del 2020, quello del lockdown mondiale, che ricominciano i mal di testa e la pressione alta. La nefrologia dell’ospedale S. Orsola di Bologna decide di ricoverarla e dopo alcuni esami e una seconda biopsia scopriamo che la malattia è tornata e la creatinina é salita in maniera irreversibile. La diagnosi e la cura arriva sulla testa di Diva e Michela come una spada di Damocle, dialisi e trapianto. Non esistono altri modi per uscire da questa malattia bastarda, l’insufficienza renale, lo so bene, e conosco perfettamente la sensazione di impotenza quando un dottore ti comunica che il tuo amore, il tuo principe, o la tua principessa azzurra, ne sono affetti.

Ti cade il mondo, una frazione di tempo, e niente sarà più come prima, perché questa è una malattia che ti mangia da dentro, pezzo dopo pezzo, centimetro dopo centimetro, ti leva la voglia di vivere, ti fa cadere in uno stato di letargia perenne, che tu combatti ogni minuto, a volte vincendo qualche ora di normalità, ma la maggior parte delle volte dovendo soccombere ai dolori che ti provoca. È così che arrivi alla decisione di donare un pezzo di te, è così che scegli consapevolmente di salvare chi ti sta accanto, perché se ami non c’è un attimo di tentennamento, non esistono dubbi, esiste solo il qui ed ora, esiste solo il facciamolo prima possibile e riprendiamoci la nostra vita.

Questo è stato il mio pensiero e queste sono le stesse riflessioni che hanno portato Michela a donare un suo rene a Diva, solo che nel loro caso c’è anche uno step ulteriore. Perché è la prima volta in Italia che una coppia di fatto omosessuale ha potuto farlo, e questo grazie alla legge Cirinnà che le considera a tutti gli effetti un nucleo familiare. Una vittoria sotto tutti i punti di vista. Perché questa non è “solo” una storia d’amore più forte della malattia, è anche una storia che segna ed insegna che davanti alla malattia o alla felicità non esiste genere, non esiste razza, non esistono sconti, e soprattutto nel 2021 (e aggiungerei per fortuna) non esistono più limiti legali al fatto che una lei possa donare alla sua lei.

Diva che ricordi hai del giorno in cui Michela ti ha comunicato la sua decisione?
Sapevo che la dialisi era l’unica strada da percorrere, quindi mi sono rassegnata e ho iniziato a fare gli esami per mettermi in lista d’attesa per il trapianto da cadavere, i tempi di attesa variano dai 6 mesi ai 4 anni. Un bel giorno Michela viene a casa e mi dice: “Non voglio che tu faccia nemmeno un giorno attaccata a quella macchina, voglio donarti un mio rene”. Io all’inizio ero assolutamente contraria, poi sia lei che la nostra nefrologa mi hanno convinta assicurandomi che si sarebbero presi cura di lei, e che sarebbe stata  controllata per sempre dal punto di vista medico. Naturalmente mi hanno anche spiegato che sarebbe stato un intervento sicuro . Quindi alla fine abbiamo deciso di intraprendere questo percorso insieme iniziando a fare tutte e due gli esami per verificare la nostra compatibilità, e nel dicembre dello stesso anno, cioè del 2020, il reparto ci ha inviato una mail in cui ci diceva che avevamo due gruppi sanguigni diversi ma che eravamo compatibili per un trapianto di rene. Siamo scoppiate di gioia.

Come è cambiata la vostra vita?
Da quel momento Michela ha cominciato a fare tutti gli esami per verificare il suo stato di salute.
Lei mi ha sempre accompagnato a tutti gli esami e alle visite e io ho sempre accompagnato lei. Eravamo sempre insieme.
Che periodo strano, ogni volta ad aspettare gli esiti col fiato sospeso, ogni volta gli esami andavano bene e noi facevamo un passo in avanti verso la meta: il trapianto.
Abbiamo iniziato anche una preparazione fisica molto intensa, andavamo a camminare tre volte a settimana su e giù per i colli bolognesi, per arrivare all’intervento in una forma fisica ottimale.
Un giorno eravamo in ospedale per un esame e la nostra case manager ci ha fermato e ci ha detto “abbiamo la data”: il 14 maggio.

Michela cosa ti ha spinto a donarle un rene e come ti senti adesso?
Naturalmente alla base di tutto c’è un grande, grandissimo amore. Poi, dopo aver visto tutte quelle persone in ospedale che facevano la dialisi, ho pensato che non volevo che quella tortura capitasse anche a lei. Non volevo che “perdesse” tutto quel tempo della sua vita. Tempo. Ho pensato che avrei potuto regalarle del tempo. Tempo per fare progetti, per stare assieme, per viaggiare, per vivere . Volevo donarle tutto questo. Non mi sono mai pentita della scelta che ho fatto, e se potessi lo rifarei altre 1000 volte. Vederla ora, felice, che sta bene, senza quella stanchezza che la malattia le portava, è meraviglioso.
Io adesso, a quattro mesi dall’intervento, mi sento benissimo, non prendo alcun farmaco , e faccio tutto quello che facevo prima. Anzi di più. Vado orgogliosa della mia cicatrice.

Quali sono i vostri progetti futuri?
Già prima dell’intervento io e Michela avevamo il progetto di aprire una gastronomia, poco prima di operarci abbiamo individuato a Bologna il posto giusto. Una settimana fa abbiamo inaugurato Il Battutino, il nostro sogno. Sono stati mesi difficili, ma molto intensi, anche perché i lavori del nostro negozio sono iniziati mentre eravamo in ospedale. Questo però ci ha permesso di concentrarci molto su questo progetto e pensare meno all’intervento.
Dopo neanche tre mesi eravamo già dentro al negozio a cucinare e a provare tutti i macchinari. Abbiamo lavorato anche nove, dieci ore al giorno e non eravamo stanche, e questo per me era una cosa incredibile anche perché prima dell’intervento io, a causa della mia malattia, dormivo anche 3/4 ore il pomeriggio, perché oramai i miei reni non filtravano più niente .
Ora siamo felici e contente e il nostro negozio sta andando molto bene.

Quanto è importante far conoscere la cultura della donazione?
È fondamentale. Io senza il trapianto non sarei qui, così felice e piena di vita, non mi sento stanca, e vedo il mondo a colori. Tutto questo ti fa capire quanto può essere stato importante il gesto di Michela nei miei confronti, di quanto mi abbia cambiato l’esistenza, anzi la verità è che ce l’ha cambiata ad entrambe in positivo. Cambiano i valori, le priorità. Per me lei è un super eroe, mi ha salvato la vita . Mi ha regalato la cosa più preziosa del mondo, il tempo.

Quali sono i momenti più belli che ti porterai dietro?
Il momento più bello in assoluto è stato il giorno prima. Michi è stata ricoverata nel mio reparto e le infermiere le hanno permesso di stare in stanza con me per tutto il tempo che voleva e abbiamo anche cenato insieme.
Poi però è seguito il momento più brutto, quando eravamo in attesa in una stanza e gli infermieri sono venuti a prendere prima lei, io ho cominciato a piangere e le ho preso la mano e non volevo lasciarla andare e lei mi tranquillizzava. Io ero disperata. Alla fine l’hanno messa su una barella e andando via mi ha salutato con la mano .
Poi non mi dimenticherò mai quando mi sono svegliata in terapia intensiva e una nostra amica infermiera  mi ha detto quelle parole “Michi sta bene e l’hanno già portata in camera “. Ecco basta, io ero a posto. Lei stava bene e io da quel momento potevo pensare a me . Poi è passato il chirurgo che ci ha operato e sorridendo mi dice “ la sua compagna le ha dato un bel Ferrarino”
Da quel giorno ogni momento, ogni istante passato insieme, ogni cosa che facciamo, per me è il momento più bello che c’è. Non capita tutti i giorni di incontrare un essere umano che metta in pericolo la propria vita, per salvare la tua.

 

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