Tumori ginecologici, arrivare presto per curare al meglio

Conoscersi è fondamentale. Fare prevenzione altrettanto, con un percorso di visite con il ginecologo per poter svelare prima possibile se qualcosa non funziona per il meglio.

È questa la via per contrastare più efficacemente i tumori dell’ovaio e dell’endometrio uterino: si chiama diagnosi precoce, anche se purtroppo non sempre è possibile. Gli esperti spiegano comunque che prima si arriva e meglio è, per poter avere i migliori risultati dalle cure che sono sempre più “su misura” per ogni donna. Con la scienza che, progressivamente, mette a disposizione farmaci sempre più specifici ed efficaci, “costruiti” sulle caratteristiche delle cellule tumorali.

I segnali d’allarme per il tumore dell’endometrio

Occhio alle perdite di sangue dopo la menopausa, o comunque quando non sono “regolate” dal ciclo mestruale nel corso della vita fertile. Se si presentano, bisogna parlarne con il ginecologo: potrebbero essere un segnale d’allarme da non sottovalutare, in particolare nella fascia d’età tra i 50 e i 70. A volte, infatti, possono indicare la presenza di un tumore dell’endometrio, tipico della post-menopausa e più comune di quanto si creda, tanto da essere la quarta causa di tumore nelle donne. Attenzione particolare va inoltre prestata ai possibili fattori ereditari o addirittura genetici, come la sindrome di Lynch (molto nota per la correlazione con un maggior rischio di tumore al colon) aumenta significativamente il pericolo di sviluppare questa forma. In questo senso, ovviamente quando ci sono stati casi di malattia in famiglia o comunque se ci sono rischi specifici, è importante “mirare” direttamente la situazione con visite periodiche e controlli con l’ecografia transvaginale, per identificare presto eventuali lesioni. Sul fronte dei segni e dei sintomi, oltre alla perdita anomala di sangue tipica delle prime fasi di malattia quando il quadro avanza possono manifestarsi anche dolori nel basso addome e alla parte bassa della schiena e soprattutto il rigonfiamento dei linfonodi, le classiche “ghiandole”, in corrispondenza dell’inguine, che possono determinare anche gonfiore alle gambe.

Cure su misura per il tumore dell’endometrio

Il percorso diagnostico prevede che lo specialista proceda ad un’isteroscopia, che consente non solo di visualizzare direttamente dall’interno la mucosa dell’organo ma anche di prelevare piccoli campioni di tessuto che possono poi essere esaminati. Se il test si rivela positivo, poi, il curante può prescrivere specifici esami radiologici per valutare bene la situazione locale e a distanza, definendo l’ideale percorso di cura per ogni donna in base alle sue condizioni e alla diffusione della malattia. In genere nelle fasi iniziali e non solo si procede ad un intervento chirurgico di asportazione dell’utero, che si associa quasi sempre anche all’asportazione delle ovaie, delle tube e delle ghiandole linfatiche più prossime all’area. Poi, caso per caso, si può pensare anche a trattamenti di supporto, per ridurre i rischi che il tumore si ripresenti, che vanno da una radioterapia a volte anche molto localizzata fino alla chemioterapia mirata. Se invece, come purtroppo può accadere, la lesione viene riconosciuta quando è già in fase avanzata, il trattamento viene studiato utilizzando le diverse armi nelle mani dello specialista, compresi i farmaci più innovativi.

Il “silenzio” del tumore dell’ovaio

Oltre 5000 casi l’anno. E senza la possibilità di un esame efficace per lo screening. Alta prevalenza e difficoltà di riconoscerlo precocemente sono le due sfide da vincere nella sfida al tumore dell’ovaio, che purtroppo, nonostante esistano cure sempre più efficaci e “su misura”, con  la tempestività e la massima appropriatezza dell’intervento terapeutico può essere affrontato al meglio. Ma la diagnosi precoce è rara. E così il tumore ovarico in circa tre casi su quattro casi viene diagnosticato quando è già in stadio avanzato, perché la malattia inizialmente si accompagna a sintomi così aspecifici da essere confusi con malesseri meno gravi: dolori e gonfiore addominale persistente, la necessità di urinare spesso, fitte alla pancia, stipsi o difficoltà digestive, ma anche mancanza di appetito e la sensazione di essere subito sazie. Si tratta di campanelli d’allarme che se persistenti dovrebbero indurre la donna a parlarne con il ginecologo, che dovrebbe almeno considerare la possibilità di un tumore ovarico e sottoporre la paziente ad una visita ginecologica accurata e subito dopo ad un’ecografia transvaginale e addominale.

Terapie ad hoc

Il monito è chiaro: se compare un fastidio “nuovo” che si mantiene nel tempo a carico dell’addome parlatene con lo specialista che con un’ecografia può, seppur non sempre, individuare la massa. Se il tumore ovarico viene diagnosticato in stadio iniziale la possibilità di sopravvivenza a 5 anni è del 75-95 per cento mentre la percentuale scende al 25 per cento per tumori diagnosticati in stadio molto avanzato.  La diagnosi tempestiva cambia la prognosi perché consente una chirurgia ottimale che a sua volta influenza positivamente il dopo intervento. Negli stadi avanzati, la guarigione può essere raggiunta da circa il 30 per cento delle pazienti. Per l’altro 70 per cento, l’obiettivo si sposta sulla cronicizzazione della malattia: attraverso l’impiego dei farmaci più efficaci, si cerca di far convivere la paziente con il tumore il più a lungo possibile, assicurandole al tempo stesso la migliore qualità di vita. Su questo fronte importanti prospettive, oltre alle cure già disponibili dopo l’intervento chirurgico, vengono rappresentate dai PARP-inibitori, che possono essere somministrati per bocca e hanno indicazioni precise. E si inizia già a parlare anche di immunoterapia.

In collaborazione con GSK

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