Mamma dopo la chemioterapia, cosa bisogna sapere

Adottare tecniche di preservazione della fertilità permette di diventare mamma anche dopo le cure per il tumore al seno

Federico Mereta Giornalista Scientifico

Oncofertilità. Se viene fatta diagnosi di un tumore in giovane età – per il seno ogni anno circa 3300 diagnosi sono fatte su donne con meno di 40 anni – informatevi sulle strutture che possono avere un centro destinato a questo obiettivo. Purtroppo non esiste una rete dei centri di oncofertilità, ma in ogni caso occorre sapere che grazie ad una serie di trattamenti oggi si può avere comunque una gravidanza serena, praticamente senza rischi per mamma e nascituro.

Lo dice una ricerca condotta sui dati di 39 studi, che fornisce la casistica più ampia al mondo di giovani donne con pregresso carcinoma mammario e successiva gravidanza. Sono state considerate 114.573 pazienti, di cui 7.500 hanno avuto un figlio. La ricerca è stata coordinata dalla Breast Unit dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino – Università di Genova.

Cosa bisogna fare

La possibilità di poter portare avanti una gravidanza anche dopo trattamenti di chemioterapia per tumore al seno esiste, ma purtroppo, come spiega Lucia Del Mastro, responsabile della Breast Unit del Centro genovese, molto spesso questa prospettiva non è conosciuta. “La percentuale di coloro che hanno almeno un figlio dopo la diagnosi di carcinoma mammario è tuttora molto bassa: solo il 3% tra le donne di età inferiore a 45 anni e l’8% se si considerano le under 35″ – fa sapere l’esperta.

“Le principali tecniche di preservazione della fertilità nella donna sono costituite dalla crioconservazione, cioè dal congelamento, degli ovociti o del tessuto ovarico e dall’utilizzo di farmaci (analoghi LH-RH) per proteggere e mettere a riposo le ovaie durante la chemioterapia. Possono essere applicate alla stessa paziente e hanno un tasso di successo relativamente elevato, con possibilità di concepire un bambino dopo la guarigione tra il 30 e il 50% a seconda dell’età della donna, dei trattamenti chemioterapici ricevuti e del numero di ovociti crioconservati.

Il prelievo degli ovociti è eseguito con una sonda ecografica, invece quello del tessuto ovarico è più complesso e richiede un intervento in laparoscopia. Il materiale biologico può rimanere crioconservato per anni ed essere utilizzato quando la paziente ha completato le cure oncologiche. Nella nostra esperienza, confermata anche dalla letteratura internazionale, quasi tutte le donne accettano il trattamento farmacologico con analoghi LH-RH, invece solo il 25% si sottopone al congelamento di ovociti o di tessuto ovarico, perché spesso la preoccupazione immediata per la malattia prevale su progetti di vita di lungo periodo”.

Cosa emerge dallo studio

“Nel 2020, in Italia, sono stati stimati quasi 55mila nuovi casi di tumore della mammella, il 6% riguarda donne under 40, pari a circa 3.300 diagnosi” – riprende ancora la Del Mastro. “I trattamenti antitumorali, in particolare la chemioterapia, possono compromettere la capacità riproduttiva. L’obiettivo dello studio era valutare la frequenza delle gravidanze al termine delle cure oncologiche, la salute di feti e neonati con le eventuali complicanze durante la gestazione e il parto, e la sicurezza materna in termini di sopravvivenza dopo il cancro.

È emerso che non vi è un aumento significativo del rischio di malformazioni congenite per il neonato né della maggior parte delle possibili complicazioni legate alla gestazione e al parto. E non è stato riscontrato nessun peggioramento della prognosi oncologica per le pazienti, in termini di ripresa della malattia. Il riscontro di un aumentato rischio di nascite sottopeso (+50%), di un ritardo di crescita intrauterina (+16%), di parto pre-termine (+45%) e con un cesareo (+14%), rispetto alle gravidanze nella popolazione generale, sottolinea l’importanza di seguire le gestanti con pregressa esposizione ai trattamenti oncologici con più attenzione”.

“Nel complesso” – conferma Fabio Puglisi, Direttore Dipartimento di Oncologia Medica dell’IRCCS Centro di Riferimento Oncologico di Aviano – “lo studio dimostra che la diagnosi di carcinoma mammario in giovane età non deve implicare una rinuncia al desiderio di maternità, che va discusso sin dal momento della scoperta della malattia, anche per offrire subito alla donna il percorso di preservazione della fertilità”.

I trattamenti utili anche in caso di mutazioni del gene “Jolie”

Il 5-7% dei casi di tumore della mammella è legato a fattori ereditari, il 50% dei quali riferibile proprio a una mutazione dei geni BRCA (circa 2.000 nuove diagnosi in Italia nel 2020). È stato dimostrato che anche per le donne colpite dalla neoplasia e portatrici di questa mutazione è possibile diventare madri in sicurezza. Finora mancavano dati su questa popolazione e il vuoto è stato colmato da un altro studio internazionale, pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Journal of Clinical Oncology.

“La ricerca ha coinvolto 30 centri da tutto il mondo e ha incluso 1.252 donne con carcinoma mammario prima dei 40 anni e mutazione dei geni BRCA” – spiega Matteo Lambertini, oncologo medico, ricercatore universitario presso l’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino e prima firma dello studio. “Negli oltre 8 anni di follow-up, 195 pazienti hanno avuto una gravidanza dopo il completamento delle cure oncologiche. Lo studio ha dimostrato chiaramente che avere un figlio è sicuro sia per la madre sia per i neonati. Non è stato osservato alcun peggioramento della prognosi per le pazienti che sono diventate madri. Inoltre, i tassi di complicanze della gravidanza e di anomalie congenite sono sovrapponibili a quelli della popolazione generale”.

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