Epidemia di febbre del Nilo in Sardegna, i rischi e cosa dicono gli esperti

Una ventina i casi registrati sull’isola. Gli esperti invitano alla cautela, ma ricordano cosa occorre fare per limitare la proliferazione

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Eleonora Lorusso

Giornalista, esperta di salute e benessere

Milanese di nascita, ligure di adozione, ha vissuto negli USA. Scrive di salute, benessere e scienza. Nel tempo libero ama correre, nuotare, leggere e viaggiare

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Sono saliti a 18 i casi accertati di febbre del Nilo in Sardegna, dove c’è un focolaio della malattia. Gli ultimi due episodi, registrati nella provincia di Oristano, riguardano un uomo di più di 70 anni e un ultracinquantenne, che sono stati ricoverati all’ospedale San Martino della località sarda. Entrambi hanno sintomi compatibili con la West Nile, trasmessa dalla zanzara comune.

Cresce l’allarme per la Febbre del Nilo in Sardegna

Il Dipartimento di Prevenzione della Asl 5 di Oristano ha avviato le attività di profilassi e le indagini epidemiologiche, per individuare eventuali altri contagi e procedere con la disinfestazione dell’area di residenza delle persone infettate dal virus. Cresce, dunque, la preoccupazione di fronte all’aumentare delle segnalazioni. Il primo caso di West Nile risale al maggio scorso, quando un uomo di più di 60 anni era rimasto contagiato. Dopo poco anche una donna ultranovantenne aveva contratto la malattia in seguito alla quale era deceduta. A seguire le autorità avevano confermato un terzo caso, ancora in un ultrasessantenne, prima ricoverato in ospedale a Oristano, poi dimesso. Il quarto caso, invece, riguarda un cittadino che è tuttora in cura presso il nosocomio San Martino, insieme ad altre persone contagiate successivamente.

L’appello delle autorità sanitarie

“Invitiamo ancora una volta le cittadine e i cittadini, in particolare i soggetti fragili e anziani, a prevenire eventuali situazioni a rischio e a proteggersi dalle punture di questo insetto con tutti gli strumenti che ricordiamo: evitare i ristagni d’acqua, proteggersi con spray repellenti e abiti lunghi quando si è all’aperto, schermare la propria casa con zanzariere“, ha esortato la direttrice del dipartimento di Prevenzione dell’Asl locale, Maria Valentina Marras.

Preoccupazione anche a Cagliari

Ma il focolaio di Oristano non è l’unico che desta preoccupazione. Nelle scorse settimane il virus della febbre del Nilo è stato rintracciato anche in alcune zanzare nelle aree dell’Orto botanico di Cagliari e del cimitero di San Michele. “La positività riscontrata nelle zanzare conferma l’efficacia del sistema di sorveglianza attivo sul territorio. Allo stato attuale non sono stati segnalati casi umani correlati a questa positività e non vi sono motivi di particolare preoccupazione. La sorveglianza rappresenta uno strumento fondamentale di sanità pubblica perché permette di intervenire in modo tempestivo e mirato”, ha spiegato Bianca Maria Falchi, responsabile del Servizio di sanità animale della Asl 8 di Cagliari, dopo l’individuazione degli insetti avvenuta grazie al sistema di monitoraggio realizzato in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Sardegna e il Centro Antinsetti della Città metropolitana di Cagliari.

Cosa dicono gli esperti

Ma se le autorità locali invitano a tenere comportamenti che possano limitare la proliferazione delle zanzare che sono veicolo di trasmissione della Febbre del Nilo, una rassicurazione è giunta da Caterina Rizzo, professoressa ordinaria di Igiene e Medicina Preventiva all’Università di Pisa. Secondo l’esperta, non ci sono motivi di allarme riguardo ai casi di febbre del Nilo in Sardegna. Nonostante alcuni casi letali, con il decesso di persone che avevano contratto la malattia, la situazione sarebbe in linea con le stagioni precedenti. L’andamento dei contagi sarebbe sovrapponibile a quello delle stagioni degli anni scorsi e la malattia non presenterebbe una maggiore severità. L’invito resta comunque quello al rispetto delle misure di prevenzione più efficaci, come la protezione dalle punture di zanzara, l’uso di repellenti e l’installazione di zanzariere.

Perché la Febbre del Nilo è pericolosa

“La febbre West Nile (West Nile Fever) è una malattia provocata dal virus West Nile (West Nile Virus, Wnv), un virus della famiglia dei Flaviviridae isolato per la prima volta nel 1937 in Uganda, appunto nel distretto West Nile (da cui prende il nome). Il virus è diffuso in Africa, Asia occidentale, Europa, Australia e America”, spiega l’Istituto Superiore di Sanità sul portale Epicentro. “I serbatoi del virus sono gli uccelli selvatici e le zanzare (più frequentemente del tipo Culex), le cui punture sono il principale mezzo di trasmissione all’uomo”, chiarisce ancora l’ISS, mentre il ministero della Salute precisa che la Culex è “la zanzara comune presente dal tramonto all’alba, più attiva nel periodo tra la primavera e l’autunno”.

Come si trasmette la Febbre del Nilo

“La malattia non si trasmette da persona a persona e la maggior parte delle infezioni da WNV nell’uomo sono asintomatiche. In percentuale minore può comparire una sintomatologia simil-influenzale. Sintomi gravi si presentano in media in meno dell’1% delle persone infette (1 persona su 150) soprattutto negli anziani e nelle persone fragili. “Altri mezzi di infezione documentati, anche se molto più rari, sono trapianti di organi, trasfusioni di sangue e la trasmissione madre-feto in gravidanza. La febbre West Nile non si trasmette da persona a persona tramite il contatto con le persone infette. Il virus infetta anche altri mammiferi, soprattutto equini, ma in alcuni casi anche cani, gatti, conigli e altri”, spiegano ancora gli esperti dell’Istituto.

Dall’incubazione ai campanelli d’allarme

“Il periodo di incubazione dal momento della puntura della zanzara infetta varia fra 2 e 14 giorni, ma può essere anche di 21 giorni nei soggetti con deficit a carico del sistema immunitario. La maggior parte delle persone infette non mostra alcun sintomo. Fra i casi sintomatici, circa il 20% presenta sintomi leggeri: febbre, mal di testa, nausea, vomito, linfonodi ingrossati, sfoghi cutanei. Questi sintomi possono durare pochi giorni, in rari casi qualche settimana, e possono variare molto a seconda dell’età della persona. Nei bambini è più frequente una febbre leggera, nei giovani la sintomatologia è caratterizzata da febbre mediamente alta, arrossamento degli occhi, mal di testa e dolori muscolari. Negli anziani e nelle persone debilitate, invece, la sintomatologia può essere più grave”, chiarisce ancora l’ISS.

Quando preoccuparsi

I sintomi più gravi sono registrati mediamente in meno dell’1% delle persone infette (esattamente in 1 persona su 150), come spiegano gli esperti. Si tratta di “febbre alta, forti mal di testa, debolezza muscolare, disorientamento, tremori, disturbi alla vista, torpore, convulsioni, fino alla paralisi e al coma. Alcuni effetti neurologici possono essere permanenti. Nei casi più gravi (circa 1 su mille) il virus può causare un’encefalite letale”. La diagnosi avviene con test di laboratorio (Elisa o Immunofluorescenza) “effettuati su siero e, dove indicato, su fluido cerebrospinale, per la ricerca di anticorpi del tipo IgM. Questi anticorpi possono persistere per periodi anche molto lunghi nei soggetti malati (fino a un anno), pertanto la positività a questi test può indicare anche un’infezione pregressa”, chiarisce l’Istituto Superiore di Sanità.