Covid-19, perché non si deve smettere il trattamento con gli antidepressivi

Il trattamento con gli antidepressivi non va smesso: durante il periodo di Covid-19, molti stanno combattendo contro la depressione

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Federico Mereta

Giornalista Scientifico

Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

Si sa. In periodo di Covid-19, la psiche soffre. E chi già era in trattamento per la depressione, non deve certo smettere le cure indicate dallo specialista. Non solo perché è necessario comunque continuare a contrastare il male oscuro secondo le prescrizioni, ma anche perché gli antidepressivi più comuni potrebbero addirittura avere un’azione protettiva dagli eventi gravi in caso di infezione da virus Sars-CoV-2. A farlo ipotizzare sono le informazioni che vengono da due ampi studi internazionali su Jama Network Open e The Lancet Global Health, analizzati dagli esperti riuniti per il congresso nazionale della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia.

Perché le cure devono proseguire

Gli studi hanno indagato soprattutto gli effetti di due principi attivi, fluoxetina e fluvoxetina, ed entrambi si sono rivelati in grado di ridurre fino al 28% la mortalità in pazienti con depressione e Covid-19, fluvoxetina è stata addirittura sperimentata come terapia anti-Covid in pazienti contagiati ma senza la patologia psichiatrica, mostrando una diminuzione del 30% del rischio di ricoveri in ospedale. Il ‘segreto’ di questi antidepressivi potrebbe celarsi nella loro capacità antinfiammatoria: l’uso di SSRI si associa a un calo significativo di marcatori infiammatori a livello sia cerebrale sia periferico e ciò potrebbe impedire la comparsa della “tempesta citochinica” che è associata a un decorso più grave dell’infezione.

Inoltre, per alcuni antidepressivi potrebbero esistere anche effetti antivirali diretti. “Questi dati sono importanti prima di tutto perché le persone con depressione devono essere considerate soggetti fragili, se contagiati da Sars-CoV-2: sappiamo che i pazienti con disagio psichico hanno un rischio più elevato di andare incontro a esiti peggiori e anche a mortalità in caso di infezione”, spiega Claudio Mencacci, co-presidente della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia e direttore emerito di neuroscienze e salute mentale all’ASST Fatebenefratelli Sacco di Milano.

“I dati di un ampio studio su oltre 3400 adulti con diagnosi di depressione in terapia con fluoxetina o fluvoxamina, pubblicati di recente su JAMA Network Open, mostrano che a confronto con persone dalle stesse caratteristiche non trattate con antidepressivi il rischio relativo di decesso è inferiore del 24-28%. Un dato positivo che dimostra una volta di più quanto sia importante la terapia della patologia psichiatrica, che oggi si scopre avere anche una “marcia in più”: l’incremento dell’impiego di antidepressivi che si sta registrando, in parte legato all’aumento assai rilevante di diagnosi di depressione dall’inizio della pandemia a oggi, potrebbe perciò non essere una cattiva notizia: è essenziale riconoscere e trattare in maniera adeguata i pazienti con depressione, perché le cure possono anche proteggerli dalle conseguenze gravi dell’infezione”.

Possibile un’azione antinfiammatoria

L’infiammazione abnorme indotta dal virus Sars-CoV-2, la scienza lo da dimostrato è all’origine di molte delle complicanze legate all’infezione. Su questo fronte i farmaci SSRI (particolare famniglia di terapie farmacologiche per la depressione) potrebbero addirittura diventare una terapia per il Covid-19. E’ solo un’ipotesi, va detto. Ma a sostenerla c’è uno studio pubblicato di recente su The Lancet Global Health, per il quale circa 1500 pazienti positivi a Sars-CoV-2 con oltre 50 anni o ad alto rischio di un decorso più grave dell’infezione sono stati randomizzati a ricevere un placebo o fluvoxamina per 10 giorni.

L’antidepressivo ha ridotto del 30% il rischio di ricovero, con un effetto talmente positivo da portare alla sospensione anticipata della sperimentazione. “Dati molto incoraggianti che potrebbero essere spiegati grazie all’effetto antinfiammatorio che è stato dimostrato per gli SSRI”, commenta Matteo Balestrieri, co-presidente della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia e professore ordinario di Psichiatria all’Università di Udine.

“Si è infatti osservato che nei pazienti con depressione questi farmaci riducono i livelli di citochine pro-infiammatorie come l’interleuchina 4, l’interleuchina 6 e l’interleuchina 10, sia a livello plasmatico che nel cervello: l’effetto potrebbe avere una ripercussione positiva nei soggetti infettati da SARS-CoV-2 perché potrebbe ridurre il rischio della ‘tempesta citochinica’ responsabile dell’aggravamento delle condizioni dei pazienti e dei danni d’organo che portano al decesso. Esiste anche l’ipotesi che gli SSRI abbiano un’azione antivirale diretta, ma al di là dei meccanismi alla base del fenomeno questi dati confermano l’importanza di trattare in maniera adeguata i pazienti con depressione, ancora di più in pandemia: le persone con un disturbo depressivo hanno un rischio più elevato di ammalarsi di Covid-19 e una probabilità maggiore di esiti negativi una volta contagiati, perciò una corretta diagnosi e ancor più una corretta terapia sono oggi imprescindibili dando la preferenza, laddove possibile, agli SSRI”.