Milk daddy: chi sono i papà scandinavi che stanno a casa con i neonati

Li chiamano milk daddy, vivono in Europa del Nord e imparano a gestire casa e neonati grazie a congedi parentali virtuosi: ecco perché lì è possibile.

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Giorgia Marini

Parenting Specialist

Ex avvocato. Blogger, con la laurea sul campo in Problemi di Mammitudine. Da 6 anni scrivo di gravidanza, maternità ed infanzia, sul mio blog “Stato di Grazia a Chi?” e su altre testate online. Racconto la maternità con brio, garbo ed empatia.

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Passeggini spinti da uomini, marsupi con neonati e cappuccini bevuti lentamente dai padri, mentre il bambino dorme. Nei parchi e nei bar delle città scandinave è una scena normalissima, tanto che questi padri hanno persino un soprannome: milk daddy. Il termine nasce in Svezia, ma ormai viene usato per descrivere un fenomeno diffuso in tutta l’Europa del Nord: padri che, grazie ai lunghi congedi parentali, trascorrono mesi a casa con i loro figli appena nati.

Non si tratta solo di una moda o di un trend social. I milk daddy sono il risultato di decenni di politiche pubbliche e di un cambiamento culturale profondo che ha trasformato il modo in cui la paternità viene vissuta. Ma chi sono davvero questi papà? Cosa fanno? Perché nei Paesi scandinavi è possibile questo nuovo modello di genitorialità che da noi, in Italia, è solo una chimera? Ce lo siamo chiesto in questo articolo, con la speranza che, prima o poi, il papà esca dal suo angolino e faccia la sua parte senza essere stigmatizzato, deriso, chiamato mammo!

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Milk daddy: i congedi parentali nei Paesi del Nord Europa

Chi sono davvero i “milk daddy”

Il termine milk daddy è stato coniato per descrivere quei padri che trascorrono lunghi periodi di congedo parentale occupandosi direttamente dei neonati, immortalati in una scena tipica: papà con il passeggino o con il bambino nel marsupio, fermi al bar durante la pausa caffè, tra un biberon ed un cambio pannolino. Non ci è dato sapere se, davvero, in quelle sessioni tra cappuccini e brioche, si parli davvero di  pannolini, coliche e sonnellini o di sport! Ma di fatto la prima opzione diventa plausibile nel momento in cui, su di loro, ricadono le stesse criticità che viviamo noi abitualmente e da sempre.

Il fenomeno è davvero molto diffuso in città come Stoccolma o Oslo, ma dietro questa immagine c’è una trasformazione molto più profonda di quella che possiamo immaginare. Per gran parte del Novecento il modello familiare dominante era quello del padre lavoratore e della madre caregiver, lo sappiamo bene. Nei Paesi nordici, però, questo schema ha iniziato a cambiare negli anni 70, quando governi e movimenti sociali hanno iniziato a promuovere politiche di uguaglianza di genere anche nella cura dei figli.

La svolta più importante arriva nel 1974 in Svezia, quando il Paese introduce uno dei primi sistemi di congedo parentale neutro rispetto al genere: non più solo maternità, ma un periodo condiviso tra madre e padre.  Da allora la presenza dei padri nella cura dei figli è aumentata enormemente. In Svezia, ad esempio, oggi circa il 30% dei giorni di congedo parentale viene utilizzato dai padri, mentre negli anni Settanta era appena l’1%.

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Milk daddy: i congedi parentali nei Paesi del Nord Europa

Il segreto: congedi lunghi e “quota papà”

Il motivo principale per cui i milk daddy esistono è semplice: nei Paesi scandinavi i congedi parentali sono molto più lunghi e meglio pagati oltre ad un fattore di cui parleremo a breve. In Svezia, i genitori hanno diritto a 480 giorni di congedo parentale per ogni figlio, retribuiti in gran parte fino all’80% dello stipendio.

I giorni di congedo hanno queste peculiarità:

  1. metà spettano a ciascun genitore;
  2. una parte non può essere trasferita all’altro genitore.

Questo sistema è noto come father’s quota” o quota papà.  Ed è questo il fattore forse davvero determinante che garantisce l’efficacia del sistema scandinavo: se il padre non utilizza la sua parte di congedo, quei giorni vengono persi dalla famiglia. È il cosiddetto meccanismo “use it or lose it”.

Questo modello è stato introdotto per la prima volta nel 1993, diffondendosi gradualmente in tutti i  Paesi nordici.  Il risultato è stato evidente: sempre più uomini hanno iniziato a prendere congedi lunghi, cambiando radicalmente la cultura della paternità.

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Milk daddy: i congedi parentali nei Paesi del Nord Europa

Perché i milk daddy stanno cambiando l’idea di paternità

I milk daddy raccontano qualcosa di molto più importante: un nuovo modo di essere padri. Una cultura nella quale e per la quale la cura dei figli (da parte dei padri) non è più vista come un aiuto occasionale alla madre, ma come una responsabilità condivisa.

Questo modello ha diversi effetti positivi:

  • relazioni più strette tra padre e figlio;
  • maggiore parità tra uomini e donne;
  • minore penalizzazione lavorativa per le madri;
  • minore paura di fare figli.

I milk daddy sono il simbolo di una società che ha deciso di ridistribuire il tempo e la responsabilità della cura verso i figli.

Oggi nei Paesi nordici è considerato quasi strano il fenomeno contrario cioè quello di un padre che non prende congedo, che a quel punto viene visto come poco coinvolto nella famiglia. I vantaggi di questo tipo di rapporto, lo abbiamo detto,  sono innumerevoli non da ultimi quelli relativi alla costruzione della relazione con le figlie ed i figli.

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Milk daddy: i congedi parentali nei Paesi del Nord Europa

Congedo: i Paesi europei migliori e peggiori

In Europa le differenze tra i vari sistemi sono enormi, e lo sappiamo sulla nostra pelle! Ma, se ci interessano i numeri, eccoli.

I Paesi europei più avanzati

Tra i migliori sistemi, dal punto di vista dei congedi, troviamo:

  • la Svezia con 480 giorni di congedo condiviso;
  • L’Islanda con congedo quasi identico per madre e padre;
  • La Finlandia con congedi quasi uguali per entrambi i genitori;
  • La Spagna con circa 16-17 settimane pagate per ciascun genitore.

In questi Paesi la politica familiare punta chiaramente alla parità tra i genitori e quindi tra i generi in senso più generale. Non dimentichiamoci che questi congedi, a cascata, hanno il potere di influenzare tutti gli aspetti dell’uguaglianza.

I Paesi più indietro

Al contrario, alcune nazioni europee offrono molto meno sostegno ai padri ed ovviamente creano non pochi problemi alle famiglie e a noi donne.

Tra i peggiori sistemi per congedo parentale figurano:

  • Irlanda;
  • Svizzera;
  • Regno Unito;
  • Cipro;
  • Grecia.

Anche dove i congedi esistono, spesso sono brevi o mal pagati, quindi molti padri rinunciano a prenderli.

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Milk daddy: i congedi parentali nei Paesi del Nord Europa

Il caso italiano: leggi e limiti del congedo di paternità

In Italia il sistema è molto limitato. Con la Legge Fornero (Legge n. 92 del 2012) si prevedeva inizialmente solo un giorno di congedo obbligatorio per il padre alla nascita di un figlio. Negli anni successivi il numero di giorni è stato progressivamente aumentato in questo modo.

Il congedo di paternità, in Italia, negli anni:

  • 2013–2018: 1-4 giorni;
  • 2019: 5 giorni;
  • 2020: 7 giorni;
  • 2021-oggi: 10 giorni di congedo obbligatorio.

Il padre può inoltre utilizzare il congedo parentale facoltativo, ma con alcune limitazioni economiche. Inoltre, il congedo parentale in Italia, in conclusione, è pagato solo al 30% dello stipendio per buona parte del periodo. Questo rende difficile per molte famiglie permettersi che anche il padre resti a casa (considerando che esiste anche un certo gap gender del salario).

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Milk daddy: i congedi parentali nei Paesi del Nord Europa

Perché in Italia è ancora difficile diventare “milk daddy”

Il motivo per cui in Italia è raro vedere milk daddy non dipende solo dalle leggi, ma anche da fattori culturali ed economici. Del resto, tanto è raro che, quando i papà sono intercettati a fare la spesa con un neonato nel passeggino, ci si spertica tra commozione e complimenti, per la sua vena da martire. Al di là delle battute, visto che c’è poco da stare allegre, i motivi che impediscono una parità in famiglia sono i seguenti.

1. Congedi troppo brevi

Dieci giorni di congedo obbligatorio sono pochi.

2. Retribuzione bassa del congedo parentale

Il congedo parentale italiano è pagato solo in parte. Questo porta molte famiglie a scegliere che sia la madre – spesso con reddito più basso – a restare a casa.

3. Assenza della quota “use it or lose it”

Nei Paesi nordici una parte del congedo è riservata esclusivamente ai padri. Se non la utilizzano, viene persa.  In Italia invece il congedo parentale è in gran parte trasferibile tra i genitori. Questo significa che spesso viene utilizzato quasi esclusivamente dalle madri.

4. Cultura del lavoro

In molte aziende italiane prendere lunghi periodi di congedo è ancora visto con diffidenza, soprattutto per gli uomini. E qui si insinua quella pressione sulle donne che si vedono costrette ad abbandonare il lavoro per seguire i figli, in quanto per il padre sembra impossibile prendersi una pausa per fare altrettanto.