Che non si dica che siamo privi di intraprendenza. Lo Stato di Gapla è una micronazione che si trova tra Serbia e Croazia, fondata da alcuni appartenenti alla nostra generazione che promette digitalizzazione, inclusività e un’impronta innovativa.
Si tratta di un progetto a rischio, in quanto attualmente non è ancora stato riconosciuto. Ma l’intento di fondare uno Stato al passo con i tempi, c’è.
Indice
Che cos’è lo Stato di Gapla e perché ne stanno parlando tutti
Ci troviamo lungo il Danubio, al confine tra Serbia e Croazia. Un gruppo di ragazzi appartenenti alla Gen Z ha riprovato a fondare uno Stato.
Lo Stato di Gapla è una micronazione autoproclamata che si trova in un pezzo di “terra di nessuno”. Non è ancora stato riconosciuto, perciò per ora si tratta solo di un progetto online con una community che segue i lavori a distanza. Non è la prima volta che, nel piccolo appezzamento di terra sul Danubio, qualcuno tenta di fondare una nuova nazione: casi come Liberland e Verdis hannno incontrato problemi burocratici quasi subito e non hanno ottenuto il riconoscimento internazionale. Ma lo Stato di Gapla promette innovazione, digitalizzazione e soprattutto apertura mentale. I pilastri della nostra generazione.
Il progetto ha preso il via online nel 2019 e dispone già di una propria criptovaluta, passaporti e una bandiera ancora da piantare: blu, con una croce rossa e una stella gialla su un campo azzurro. Anche l’apparato governativo sembra essere già stato definito, come si vede dal sito web principale dello Stato. C’è la ministra delle Relazioni Pubbliche, Amalia Battle, che spalleggia il presidente, Hendrik Täks.
Il progetto è ancora tutto digitale e lo Stato di Gapla non è riconosciuto a livello internazionale. È a rischio, in quanto senza riconoscimento internazionale la nazione non ha lo status giuridico di Stato. Però chissà, magari tra qualche anno sulle mappe apparirà una nuova nazione creata appositamente per noi.
Lo Stato di Gapla: come e perché è nato il progetto
Lo Stato di Gapla è una novità rispetto ai tentativi precedenti di insediamento nel territorio sul Danubio. Lo scopo principale non è creare un vero e proprio Stato nuovo, quanto quello di sperimentare un modello di cittadinanza e appartenenza. Di dar vita a un luogo che offra servizi pensati proprio per la nostra generazione, dove l’innovazione, la sostenibilità e la dimensione digitale convivono. Secondo i fondatori, lo Stato di Gapla è la rappresentazione del nostro nuovo stile di vita. Vuole avere una governance che si adatti a noi: cittadini del mondo, non ci interessano più i confini nazionali tradizionali. Lo Stato diventa il luogo in cui persone da Paesi diversi possono incontrarsi e collaborare, dove il concetto di appartenenza non si svilupperà più in base al luogo fisico, ma in base a interessi, passioni e obiettivi comuni.
La community online resterebbe, ma con uno spazio in cui ritrovarsi periodicamente che rispecchi il futuro che ci immaginiamo di vivere. La famosa “terra di nessuno” è un’area che Serbia e Croazia si contendono da anni, e la nostra generazione ci ha visto il luogo perfetto per la nazione. Lo Stato di Gapla è un grande network state, ossia una nazione che nasce online ma che cerca di stabilire una presenza fisica.
L’idea è nata online ed è proprio tramite la digitalizzazione che il governo (non riconosciuto) del Paese sta portando avanti le operazioni burocratiche come la cittadinanza o la criptovaluta.
Perché Gapla è un progetto a rischio
La community online è forte ma gli ostacoli burocratici e logistici ci sono. Manca il riconoscimento internazionale: la micronazione Gapla non può collaborare o esercitare i poteri tipici degli Stati sovrani. I documenti che i fondatori dicono di aver già iniziato ad emettere non hanno alcun valore legale e non possono essere utilizzati per nessuna attività.
Lo spazio di terra designato fa parte di una disputa tra Serbia e Croazia da anni, per questo motivo le autorità locali non permettono a nessuno di impossessarsi della terra nullius, e la situazione mette ancora più a rischio il progetto dei giovani ideatori. È già capitato in passato con casi come Liberland e Verdis.
È un progetto davvero ambizioso, ma manca un sostegno economico e organizzativo per portare avanti l’idea di uno Stato a tutti gli effetti. Gapla forse nasce più come un grido silenzioso della nostra generazione che vuole uno spazio suo, al passo con i tempi e dove sentirsi a casa. L’obiettivo è creare un luogo in cui portare avanti liberamente gli ideali che sembrano combaciare con quelli della nostra generazione.

Cosa ci insegna lo Stato di Gapla sul nostro rapporto con la cittadinanza
Il progetto è interessante perché fa emergere una passione che molte di noi hanno intrinseca: vivere il mondo senza confini, in ogni sua sfaccettatura. Siamo l’ultima generazione che ha vissuto l’infanzia senza internet e quella che si è adattata a un cambio drastico con l’avvento dei social. Abbiamo una vita, community e routine sulle piattaforme digitali. Interagiamo ogni giorno con persone provenienti da ogni parte del mondo. Abbiamo viaggiato e studiato all’estero e lavoriamo in smart working.
Per noi, i concetti di legame con la propria terra e di cittadinanza stanno assumendo nuove sfumature. L’identità non la basiamo più solo sul nostro Paese di origine, ma sulle nostre abilità, valori e interessi. Spesso ci riconosciamo in community online dove si mischiano conoscenze del folklore di altre nazioni.
Il network state, come lo Stato di Gapla, è esattamente ciò, e sta attirando sempre più attenzione poiché potrebbe rappresentare una possibile opzione di cittadinanza digitale.
L’idea parte proprio dalla generazione del futuro: noi. Il senso di appartenenza si può sviluppare anche da una rete di persone connesse, non solo da un territorio delimitato da confini.
È chiaro che gli Stati tradizionali non scompariranno e tutto dipende ancora dalle istituzioni. Più che una nuova nazione, Gapla racconta il desiderio di ripensare il concetto di appartenenza. Che il progetto riesca oppure no, dimostra come una parte della Gen Z stia immaginando comunità basate non solo su un territorio, ma anche su valori condivisi, relazioni digitali e obiettivi comuni.