C’è un’idea che circola da tempo, soprattutto online: la Gen Z avrebbe finalmente imparato a comunicare nel sesso, a chiedere ciò che desidera e a dire no senza sensi di colpa.
Forse è un pensiero che ci fa comodo, perché raccontare di una generazione più consapevole e libera, mette frecce all’arco di chi osteggia l’educazione sessuo-affettiva come educazione necessaria.
È appena stata diffusa un’indagine condotta da AstraRicerche per LELO su 1.009 donne italiane eterosessuali tra i 18 e i 65 anni, con esperienza sessuale attuale o pregressa, che racconta una storia più complessa di così.
Più che una maggiore disinvoltura nel parlare di sesso, emerge una maggiore consapevolezza dei propri desideri e bisogni.
Alcuni, come la stimolazione clitoridea e l’attenzione all’ambiente in cui avviene il rapporto, risultano più urgenti proprio per le 18-29enni.
Il dato trova spiegazione in alcune ricerche scientifiche internazionali che da anni osservano che essere la generazione più informata sulla sessualità non equivale automaticamente a essere quella più capace di comunicarla quando ci si trova davanti a una persona reale.
Indice
Le 18-29enni vogliono di più, ma fanno più fatica a dirlo
Tra i dati segmentati per età della ricerca di AstraRicerche, due saltano all’occhio.
Il primo riguarda la stimolazione clitoridea: trascurarla è un problema per il 69,8% delle intervistate nel campione complessivo, ma la percentuale sale al 74,6% tra le 18-29enni.
Il secondo riguarda l’ambiente: la qualità del luogo in cui avviene il rapporto pesa sulla piacevolezza dell’esperienza per il 50,3% del campione, con percentuali più elevate proprio tra le più giovani e nelle regioni del Sud.
Le ragazze, insomma, sembrano avere le idee più chiare su cosa funziona e cosa no. Il problema, semmai, è cosa succede tra il sapere e il dire.
La clitoride è rimasta a lungo ai margini della conoscenza medica ufficiale, non perché la sua funzione fosse poco rilevante, ma perché per secoli il sapere anatomico è stato scritto, insegnato e tramandato quasi esclusivamente da uomini.
Solo nel 1998 l’urologa australiana Helen O’Connell ha mappato per la prima volta l’intera struttura dell’organo, fino a quel momento omessa o descritta in modo impreciso nella maggior parte dei testi di anatomia.
È difficile non leggervi una continuità con un’idea molto più ampia, quella di una sessualità raccontata come prerogativa pulsionale maschile, mentre il desiderio femminile veniva relegato a eventualità secondaria, nonostante sia proprio il corpo delle donne, e non quello degli uomini, ad avere un organo dedicato unicamente al piacere.
Non sorprende allora che proprio le generazioni cresciute con maggiori informazioni sul piacere femminile mostrino aspettative più elevate rispetto alle generazioni precedenti. La novità non è il bisogno, ma la possibilità di riconoscerlo e nominarlo.
Uno studio del 2025 condotto da un team dell’Università di Granada, pubblicato sulla rivista Behavioral Sciences, ha indagato come il cosiddetto sexual double standard, cioè il doppio metro di giudizio che penalizza le donne sessualmente esplicite più degli uomini, convive nelle giovani donne con le più recenti norme di agency sessuale, quelle che incoraggiano a esprimere liberamente i propri desideri.
Il risultato è una tensione interna concreta: la minaccia alla reputazione personale influenza l’autovalutazione positiva, con punteggi più alti nella condizione di attività sessuale rispetto a quella di astinenza.
Le ragazze giovani sanno di avere il diritto di chiedere quello che vogliono, ma la paura del giudizio resta un freno reale, anche oggi, anche dopo anni di educazione sessuale assimilata sui social, ma non ancora insegnata a scuola.
Il paradosso della generazione più informata e più silenziosa
Le ragazze oggi crescono circondate da contenuti su consenso, comunicazione e piacere femminile, eppure questo non basta a renderle automaticamente più libere di dirlo a un o una partner reale, in un momento reale.
Una ricerca pubblicata su Archives of Sexual Behavior racconta che anche tra adolescenti la sicurezza nel rifiutare un rapporto non voluto o nell’iniziare uno desiderato non dipende tanto dall’età o da quanto si è informate, ma dal contesto, dalla qualità della relazione, da quanto ci si sente al sicuro con quella persona specifica.
Chiedere con chiarezza più tempo, più attenzione alla clitoride, un ambiente diverso, richiede di rompere lo stesso copione, e per chi ha meno anni di esperienza relazionale alle spalle questo sforzo pesa di più.
Mai come oggi le ragazze hanno avuto accesso a informazioni su consenso, orgasmo e piacere femminile.
Eppure sapere come dovrebbe funzionare una relazione sessuale non coincide necessariamente con sentirsi abbastanza al sicuro da negoziarla nella realtà.
L’OMS raccomanda un’educazione sessuo-affettiva strutturata fin dai 5 anni, proprio perché costruire relazioni sicure, in cui dire un bisogno non costi fatica o giudizio, richiede un percorso lungo, non un post visto per caso.
In Italia, però, quel percorso si è appena fatto più stretto: meno di un mese fa il Senato ha approvato in via definitiva il ddl Valditara sul consenso informato a scuola, che vieta del tutto qualsiasi attività sulla sessualità nelle scuole dell’infanzia e primarie, e nelle medie e superiori la subordina a un’autorizzazione scritta dei genitori.
Si chiede così a una generazione di arrivare già capace di comunicare ciò che vuole, mentre si restringe ulteriormente lo spazio educativo in cui poterlo imparare in modo strutturato, lasciando di fatto al web e alla pornografia il ruolo di unico interlocutore disponibile.
Si crea così una situazione apparentemente contraddittoria: le giovani donne conoscono meglio il proprio piacere, sanno identificare con maggiore precisione ciò che desiderano e ciò che non funziona, ma questo non significa che si sentano sempre libere di portarlo nella relazione.
La distanza tra consapevolezza e comunicazione viene confermata anche osservando l’uso dichiarato dei sex toys. Perché acquistare uno strumento pensato per il piacere è diventato sempre più semplice. Molto meno automatico è sentirsi a proprio agio nel proporlo a un partner.
Anche i sex toys hanno un’età
Se esiste un ambito in cui la maggiore consapevolezza sessuale delle nuove generazioni appare evidente, è probabilmente quello dei sex toys.
Negli ultimi anni questi strumenti sono usciti dalla dimensione del segreto o dell’imbarazzo per entrare sempre più spesso nelle conversazioni online, nei contenuti divulgativi e nelle discussioni sul benessere sessuale.
Una recente rassegna pubblicata sul Journal of Sex Research ha rilevato che i sex toys sono utilizzati più frequentemente dalle persone giovani.
Un dato che probabilmente riflette un cambiamento culturale oltre che pratico: oggi questi dispositivi sono più accessibili, più economici e acquistabili con molta più discrezione rispetto al passato.
Non è che le nuove generazioni abbiano scoperto qualcosa che prima non esisteva.
Hanno semplicemente meno ostacoli e meno stigma da superare per utilizzarlo.
Più sfumato, invece, il tema della condivisione in coppia.
Una ricerca condotta in Germania su oltre 1.700 persone eterosessuali ha rilevato che il 52% aveva utilizzato un sex toy durante un rapporto di coppia, mentre il 45% lo aveva usato in solitaria.
Numeri che suggeriscono come l’uso condiviso sia tutt’altro che raro, ma non ancora del tutto normalizzato.
Se incrociamo questi dati con quelli italiani, dove sono soprattutto le 18-29enni a dichiarare l’importanza della stimolazione clitoridea, emerge un quadro coerente: le giovani donne hanno oggi più strumenti pratici a disposizione per procurarsi piacere, da sole o in coppia, rispetto a qualunque generazione precedente.
Ma avere lo strumento e sentirsi libere di proporlo, nominarlo, chiederlo a un partner restano due piani diversi: il primo è già cambiato, il secondo, come visto, è ancora un terreno faticoso.
Forse il dato più incoraggiante della ricerca non è che le 18-29enni chiedano di più. È che sanno di poterlo fare.
La sfida, adesso, è costruire contesti relazionali in cui quel desiderio non debba più essere tradotto in coraggio.
Cosa cambia, davvero, se si impara a dirlo prima
Il punto più interessante che emerge incrociando i dati della ricerca con la letteratura scientifica non è “le giovani comunicano peggio delle adulte”, ma qualcosa di più utile: la comunicazione sessuale non è un talento innato, è una competenza relazionale che si costruisce con la pratica, l’esperienza e, soprattutto, con la sensazione di essere ascoltate quando si prova a esercitarla.
Le 18-29enni della ricerca AstraRicerche per LELO sanno benissimo cosa vogliono, lo dimostrano i dati più alti su stimolazione clitoridea e ambiente.
Il passo successivo, quello di dirlo senza calcolare in anticipo il rischio reputazionale o relazionale, resta il terreno su cui la differenza tra generazioni si fa più netta.
C’è però una riflessione che questi dati rendono inevitabile: se anche oggi, con tutta l’informazione disponibile, dire “fai più piano” o “voglio più attenzione qui” continua a richiedere coraggio, forse il problema non è (solo) generazionale.
È che continuiamo a chiedere alle donne, di qualunque età, di essere loro a trovare il momento e il modo giusto per dire. Continuiamo a insegnare alle donne come dire no.
Invece, dovremmo iniziare a insegnare agli uomini come creare le condizioni perché un no, un sì o un dubbio possano essere espressi senza timore.
Perché la comunicazione sessuale non è una responsabilità individuale: è una responsabilità condivisa.
Fonti bibliografiche
- Indagine AstraRicerche per LELO, “Quello che le donne non vogliono”, maggio 2026, campione di 1.009 donne italiane eterosessuali 18-65 anni
- Sánchez-Fuentes, M. M., et al., Sexual and Agency Norms: Effect on Young Women’s Self-Perception and Attitude Toward Sexual Consent, Behavioral Sciences, Università di Granada, 2025 – MDPI