Lucia Tilde Ingrosso è una giornalista e scrittrice che ha attraversato oltre venticinque anni di cambiamenti nel mondo dell’informazione e dell’editoria, mantenendo intatta una caratteristica sempre più rara: la capacità di reinventarsi senza perdere la propria identità professionale.
Ci conosciamo da molti anni e ho avuto modo di osservare da vicino il suo percorso, fatto di passione, disciplina e di una costante volontà di rimettersi in gioco. In un settore che cambia velocemente e che spesso impone pause forzate, Lucia ha continuato a credere nel valore delle storie, nella qualità della scrittura e nell’importanza di un giornalismo capace di approfondire e creare relazioni.
La sua esperienza racconta bene cosa significhi oggi fare questo mestiere: accettare le trasformazioni senza smettere di imparare, costruire reti autentiche e continuare a inseguire ciò che si ama fare, anche quando sarebbe più semplice fermarsi.
In questa intervista ripercorriamo il suo cammino umano e professionale, dagli inizi alla scrittura dei romanzi, fino alla sua visione del futuro del giornalismo e del ruolo delle nuove generazioni.
Lucia, partiamo dall’inizio. Chi è Lucia Tilde Ingrosso oggi e quando hai capito che la scrittura e il giornalismo non sarebbero stati solo un sogno, ma la tua strada?
Alle elementari. Appena ho imparato a scrivere, con una grafia orrenda peraltro, ho iniziato a buttare giù storielle. Poi ho cominciato a usare la macchina per scrivere Olivetti 32 di mio papà. Con un raccontino, ho vinto un concorso bandito dalla rivista per ragazzi “Il Giornalino”. Da lì ho capito che la scrittura poteva portarmi non solo gioia, ma anche qualcosa di concreto.
Hai attraversato molti anni di professione, cambiamenti editoriali e momenti difficili sia per il giornalismo sia per il mondo dei libri. Quanti “stop” hai incontrato lungo il percorso e cosa ti ha spinto ogni volta a non fermarti?
Come dico sempre agli allievi dei miei corsi di scrittura: non si fa lo scrittore, si è scrittore. Ogni libro è un viaggio diverso. A volte si vende bene, a volte si fanno incontri importanti. Ma ne vale sempre la pena. Con il mio romanzo meno popolare ho trovato una seconda mamma, per dire quanto è imprevedibile la vita di noi scrittori. E lo stesso vale per il giornalismo. Sono talenti, vocazioni, inclinazioni, passioni che non si possono mettere in panchina. Come giornalista sono stata molto fortunata: per oltre 25 anni ho lavorato nella redazione di un giornale bellissimo e utile, Millionaire, con colleghi fantastici. Ora collaboro per varie testate, sempre cercando di portare nei miei articoli professionalità, curiosità, valore.
Sei una donna che ha sempre continuato a inseguire i propri sogni, anche quando sarebbe stato più semplice rallentare. Quanto conta, secondo te, continuare a crederci quando le cose non vanno come avevi immaginato?
Naturalmente ci sono battute d’arresto, momenti di sconforto, delusioni. Ma la scrittura è come il calcio: dopo una sconfitta, dietro l’angolo c’è potenzialmente una vittoria. Con ogni libro si riparte da zero, e questo è il bello e il brutto. Certo non è un buon momento per l’editoria, ma io questo so fare bene: scrivere storie. Vere, come giornalista. Di fantasia, come scrittrice. È questo quello che mi piace, perciò più della meta finale – il successo di critica e di pubblico, la trasposizione cinematografica… – conta il viaggio. Per me scrivere è un atto creativo meraviglioso. Scrivere è vivere.
Tuo marito è anche lui uno scrittore. Quanto è importante, in una coppia, essere dalla stessa parte della barricata quando si condividono passioni, fragilità e incertezze di un lavoro creativo?
Con Giuliano Pavone condividiamo molti aspetti importanti e fra questi c’è sicuramente la centralità della scrittura. Ci aiutiamo, consigliamo, siamo il primo lettore uno dell’altro. A volte scriviamo insieme, ma sempre conservando i nostri spazi di autonomia. Entrambi abbiamo privilegiato lavori in grado di lasciarci spazio per la famiglia, la scrittura e le attività che amiamo. Facendo, certo, rinunce in termini di guadagni e carriera. Ma è una scelta che rifaremmo mille volte, perché noi possiamo rinunciare tranquillamente a una borsa firmata o a una cena fuori, ma non a una passeggiata insieme.

Come vedi oggi il futuro del giornalismo? È ancora possibile raccontare storie con profondità in un tempo che sembra chiedere solo velocità?
Ci sono delle competenze che restano, e resteranno sempre, essenziali. Penso al senso della notizia, alla capacità di scrivere bene, all’ascolto empatico. È ovvio che oggi non si può competere sulla velocità, perché ogni nuova notizia è disponibile ovunque in un secondo. La partita i giornalisti la giocano sul fronte, come dici bene anche tu, dell’approfondimento, del valore, del punto di vista. Oggi ha senso scrivere articoli utili, approfonditi, personali, di ispirazione. Non quattro parole buttate là per riempire uno spazio, in questo sappiamo che l’IA generativa è bravissima, ma testi davvero in grado di avere un impatto e, anche se in minima parte, rendere il mondo un posto un pochino migliore (o almeno più informato e consapevole).
Una cosa che ti riconoscono in molti è la capacità di fare rete: mettere in contatto persone, creare opportunità, aiutare senza aspettarsi nulla in cambio. Quanto è importante oggi la collaborazione tra colleghi?
Essenziale. Con Giuliano abbiamo scelto di frequentare solo le persone che ci piacciono davvero, a prescindere dal fatto se ci possono essere utili o meno. Ovviamente, è un lusso che si paga in termini di mancate opportunità. Ma, anche in questo caso, non ci siamo mai pentiti. Il fare rete in modo sincero, disinteressato e “caldo” è semplicemente figlio di questa decisione che sta alla base di tutto. A me sembra normale fare i complimenti a un collega per un successo o stargli vicino in un momento difficile. Penso che si tratti di educazione, prima ancora che di networking!
Credi nella collaborazione tra donne? Pensi che qualcosa stia cambiando davvero o siamo ancora troppo abituate a considerarci concorrenti invece che alleate?
La capacità di fare squadra e lavorare ben in team resta, secondo me, una prerogativa degli uomini. Una delle poche cose che noi ragazze dobbiamo ancora imparare dai ragazzi. Non so perché fra le donne sia più difficile collaborare e sostenersi. Per quanto mi riguarda, sono fortunata. Ho tante amiche, giornaliste e scrittrici, con cui negli anni abbiamo portato avanti progetti e collaborazioni. In ordine sparso cito le scrittrici Isa Grassano, Paola Varalli, Anna Allocca, Gabriella Genisi, Adele Marini… Ho un bellissimo rapporto, poi, con Silvia Messa e Tiziana Tripepi, mie colleghe a Millionaire. È anche merito loro se ho conservato fiducia e ottimismo in questi ultimi due anni, non certo facilissimi sul fronte giornalistico.
Dal tuo punto di vista, quanto è importante oggi costruire relazioni professionali basate sulla fiducia e sull’aiuto reciproco, soprattutto in un ambiente competitivo come quello editoriale e giornalistico?
È fondamentale. Non a caso ho scelto di entrare a far parte del Constructive Network, il primo network italiano di professionisti dell’informazione dedicato alla comunicazione costruttiva e al giornalismo delle soluzioni. La sua mission è quella di offrire nuove opportunità a giornalisti, blogger e comunicatori nonché aiutare il lettore a identificare i contenuti di qualità.
Se dovessi dare un consiglio a una ragazza che oggi sogna di scrivere o di fare la giornalista, quale sarebbe? E quale errore dovrebbe evitare?
Di iniziare subito, a partire da un profilo social, un blog, un sito personale. Oggi la Rete consente a tutti di esprimersi. Al netto di algoritmi non sempre trasparenti, i contenuti di qualità possono arrivare direttamente al pubblico e aiutare a costruire una propria community. L’errore da evitare è quello di condividere contenuti inutili, sciatti, offensivi. Insomma, possiamo pubblicare subito ed essere notati con maggiore facilità che in passato. Ma occhio a quello che scriviamo!
Io ti conosco anche fuori dal lavoro. Sei una di quelle persone che ci sono davvero, non solo a parole. Secondo te oggi essere una persona affidabile è diventato quasi un atto rivoluzionario?
Questo devi dirmelo tu. Non conosco una persona più generosa e disponibile di te!
Hai scritto molti libri, ognuno legato a un momento diverso della tua vita e della tua crescita personale. Qual è quello che senti più tuo, quello che consideri — anche solo in parte — il tuo piccolo capolavoro? E qual è invece il libro a cui sei più affezionata, e perché?
Ho scritto, scrivo e continuerò a scrivere libri molto diversi tra di loro. Perciò è difficile fare paragoni. La saga dei Monteleone mi ha permesso di mettere al centro i rapporti familiari, che stanno a cuore più o meno a tutti. I miei lettori stanno apprezzando molto. Il mio libro forse più “importante” è il romanzo per ragazzi Il sogno di Anna. Mi ha permesso di parlare ai giovani della vita, del giornalismo e di un grande personaggio come Anna Politkovskaja. Un ragazzo mi ha detto “Non leggevo, poi ho letto il suo libro e adesso sono diventato un lettore”. Una ragazza mi ha assicurato: “Non andavo d’accordo con mia madre. Leggendo ‘Il sogno di Anna’ ho capito le ragioni degli adulti e ora i nostri rapporti sono molto migliorati”. Penso che avrei potuto scrivere quel libro, ma anche tutti i miei libri, anche solo per questi due ragazzi!
Come è nata l’idea del Soggetto di Monteleone? Da dove è partita l’intuizione iniziale e cosa ti ha spinto a raccontare proprio quella storia?
Volevo parlare di famiglia, il luogo da cui tutti proveniamo. La famiglia come riparo, ma anche come gabbia. Perché, come diceva mia nonna Grazia “Non c’è niente di più difficile dei rapporti familiari”. Poi mi sono inventata quattro fratelli molto diversi tra di loro e con grandi personalità. E li ho messi a centro di una saga milanese, che racconta anche l’Italia intera, dal 1930 a oggi. Una storia appassionante e piena di colpi di scena! Quella dell’Italia, intendo…