Femminicidi, l’ISP. Ornella Lusa: “Una donna non creduta è già vittima”

Dall’accoglienza alle denunce, dagli errori istituzionali alla prevenzione: la parola di chi lavora ogni giorno accanto alle vittime

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Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

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Non è entrata in Polizia “per vocazione”, non con un sogno da bambina e nemmeno con l’idea romantica della divisa. L’ispettrice Ornella Lusa ci è arrivata quasi per caso: era il 1993, aveva 27 anni, era già moglie e madre, e sognava un lavoro diverso, voleva diventare hostess, viaggiare, far fruttare gli studi di lingue.
Poi la vita l’ha portata altrove: il matrimonio con un poliziotto, il concorso superato, l’ingresso in Polizia.
Da quel momento, però, la casualità ha lasciato spazio alla scelta. E alla specializzazione.
Dal 2000 entra alla Squadra Mobile di Ravenna, dove inizia a seguire i reati contro le fasce più vulnerabili: abusi, maltrattamenti, violenza di genere, minori. Negli anni, lo studio diventa parte integrante del suo lavoro: laurea triennale in Scienze Politiche con indirizzo sociologico-criminologico e tesi sulla violenza domestica, laurea magistrale con tesi sulla violenza sessuale, master sugli abusi sui minori, e un nuovo percorso in partenza in criminologia forense e vittimologia clinica.

Nel 2017 vince il concorso da ispettore e viene trasferita a Milano, dove diventa responsabile dell’ufficio reati contro la persona. Oggi lavora alla Procura della Repubblica di Milano, nel dipartimento “fasce deboli”.

La sua cifra, più di tutto, è un concetto: accoglienza. Perché la differenza, spesso, la fa il primo istante in cui una donna entra in un ufficio e trova, o non trova, qualcuno capace di ascoltarla davvero.

Partiamo da te. Chi è Ornella Lusa e di cosa ti occupi oggi?
Io non sono entrata in Polizia perché lo sognavo da bambina. Ci sono arrivata quasi “per caso”: era il 1993, avevo 27 anni, ero già moglie e madre. In realtà il mio desiderio era un altro, mi sarebbe piaciuto diventare hostess, viaggiare, valorizzare il mio percorso di studi, soprattutto le lingue. Poi mi sono sposata con un poliziotto, ho fatto il concorso e l’ho superato e da lì è iniziata la mia vita in divisa.
La mia specializzazione è arrivata nel tempo, dal 2000 sono entrata alla Squadra Mobile di Ravenna, e ho iniziato a lavorare in modo sempre più focalizzato su abusi, maltrattamenti, violenza di genere e reati sui minori. Nel 2017 ho vinto il concorso da ispettore e sono stata trasferita a Milano: lì ho avuto la responsabilità dell’ufficio reati contro la persona. Oggi lavoro alla Procura della Repubblica di Milano, nel dipartimento “fasce deboli”, e continuo a occuparmi di questa materia che sento profondamente mia.

All’inizio della tua carriera, quanto è stato difficile essere una donna in un ambiente storicamente maschile come quello delle forze dell’ordine? Hai incontrato resistenze, ostacoli o momenti in cui ti sei sentita messa alla prova proprio perché donna?
Quando sono arrivata in Squadra Mobile, intorno al 2000, era un ambiente quasi completamente maschile. L’accoglienza, a dire la verità, è stata buona, però sentivo che, almeno all’inizio, non ero Ornella, ero “la moglie di un collega”. E poi c’era un modo di definire noi donne che non era cattivo, ma era paternalistico. Ci chiamavano con nomignoli tipo “benefattrici”, “assistenti sociali”. Come a dire: “Voi siete quelle che si occupano delle donne lagnose”, mentre noi ‘veri sbirri’ facciamo altro. Non era un’offesa diretta, ma creava una distanza, un confine professionale.
Ho avuto la sensazione costante di dover dimostrare sempre qualcosa in più, partivo da una fiducia svantaggiata. E in certe attività operative, per esempio quando si facevano servizi più rischiosi, mi sentivo proprio messa alla prova. È una pressione che, col tempo, porta a farti una corazza: a volte diventi anche più dura, più “antipatica”, perché non vuoi far vedere fragilità. Non è sempre un bene, ma succede.
Poi, però, quella stessa dinamica ha costruito rapporti fortissimi. La fiducia, in questo lavoro, è vitale: la vita dei colleghi dipende l’uno dall’altro, con il tempo la stima è diventata reciproca, e quelle alleanze, conquistate sul campo, sono tra i ricordi più belli della mia carriera.
Questo lavoro, però, ha avuto anche un costo enorme sulla vita personale: turni, notti, festivi. Ed io ho sempre vissuto un senso di colpa per il poco tempo dato ai miei figli, anche quando ero a casa, spesso con la testa non ci ero: porti tutto dentro, è difficile staccare davvero.

Ti è mai capitato di pensare di aver scelto il lavoro sbagliato? C’è stato un momento in cui hai pensato di mollare, oppure il senso di responsabilità ha sempre prevalso?
No, non ho mai pensato di mollare. Mai davvero. Questo lavoro mi è entrato dentro, ho avuto la fortuna di occuparmi di una materia che sento mia: ci metto passione, e anche quando costava, perché costava eccome, in fatica, in notti, in energia, era parte di me. Non avrei potuto fare altro.
Quando sono arrivata in Procura a Milano, la condizione era proprio quella: continuare a seguire questi casi. Perché io questo lo sento dentro, mi piace, e non lo mollerei mai fino in fondo.
Se devo dirti una cosa col senno di poi, forse mi sarebbe piaciuto studiare psicologia, sempre in funzione di quello che faccio, per entrare ancora meglio in certe dinamiche. Ma rimpianti no: non ho mai pensato di aver scelto il lavoro sbagliato.

C’è un ricordo, un intervento o una storia che ti ha segnata più di altri, al punto da farti stare male e dirti: “Mai più, questo non deve accadere ancora?”. Se ti va, raccontaci cosa ti ha lasciato dentro
Il primo femminicidio che ho seguito mi ha segnata per sempre. Era il 2006, la vittima si chiamava Khadra. Ricordo ancora il momento in cui ho visto il suo corpo: ho pianto. E un collega mi criticò, perché per lui “non era professionale” che un poliziotto piangesse.
Quella storia mi è rimasta addosso anche per un altro motivo: all’epoca non c’era il reato di stalking, non esisteva l’articolo 612-bis. Noi per proteggere le donne dovevamo letteralmente arrampicarci sugli specchi: ricorrevamo a reati come la molestia, l’articolo 660, oppure cercavamo altre strade. In quel caso si arrivò perfino a contestare una sorta di rapina per tentare di bloccare l’uomo, ma la verità è che la normativa di allora rendeva difficilissimo intervenire davvero.
E poi c’è un dettaglio che non dimentico: Khadra rifiutò di andare in una struttura protetta. Era una donna forte, intelligente, integrata. Disse che non aveva paura, che lo avrebbe affrontato. Poco dopo, lui la rapì e la uccise.
Dopo l’omicidio lavorammo senza fermarci. Quando sapemmo che l’assassino era stato fermato a Ventimiglia, nonostante la stanchezza ci sentimmo in dovere di andare personalmente ad arrestarlo, non era vendetta: era un debito morale verso di lei. Un modo per combattere quell’impotenza terribile: la sensazione di non essere riusciti a prevenire l’irreparabile.
E se penso invece all’ultimo femminicidio che mi è rimasto dentro, è quello di Giulia Ballestri. Perché mostra una cosa chiarissima: la violenza è trasversale. Non riguarda solo contesti fragili o degradati. Anche nella “Ravenna bene”, anche in famiglie che sembrano perfette.
In quel caso c’era stata soprattutto violenza psicologica: controllo, manipolazione, annientamento. E fuori, invece, sembravano una coppia ideale: eventi, mondanità, tre figli. Nessuno vedeva. Poi l’omicidio è stato di una brutalità indescrivibile, un overkilling: il volto completamente sfigurato. Io ho sempre pensato che fosse un ultimo gesto per cancellarne l’esistenza. La scintilla fu che lui scoprì che lei si era innamorata di un altro, e lo vissuto come un disonore personale, ma la violenza, in realtà, era iniziata molto prima, in modo invisibile.

Dal tuo punto di vista, cosa significa davvero aiutare una donna in pericolo? Qual è la prima cosa fondamentale da fare quando una donna chiede aiuto, o quando non riesce nemmeno a chiederlo?
Per me la parola è una sola: accoglienza. Aiutare davvero significa accogliere. Quando una donna arriva a chiedere aiuto, spesso lo fa dopo anni di sofferenza. E sa benissimo che quel gesto innesca un percorso lungo, doloroso, impegnativo. Proprio per questo il primo contatto è decisivo: devi riconoscere il suo coraggio e devi farle sentire che sei lì, senza giudizio.
Accogliere vuol dire ascoltare davvero. Non “sentire”. Ascoltare. E guardare anche la comunicazione non verbale: lo sguardo, i silenzi, le mani che tremano, le lacrime. Durante una verbalizzazione ci sono interruzioni, singhiozzi, nervosismi, gesti piccoli che raccontano tantissimo.
E soprattutto: niente domande colpevolizzanti. La donna è fragile, coglie ogni segnale, se percepisce giudizio, può chiudersi e non tornare più. Frasi come “Perché non se n’è andata prima?” sono devastanti.
E poi c’è un’altra regola: esserci sempre. Non esistono orari, non esistono festivi. Noi dobbiamo “aprire quel cancello” a qualsiasi ora. Io mi indigno quando sento di donne mandate via perché fuori orario. Perché quella porta chiusa può significare una donna persa: magari non troverà più il coraggio di tornare.
E quando una donna non riesce neanche a chiedere aiuto, bisogna diventare proattivi. Ci sono segnalazioni, interventi di volante, alert dei servizi sociali, dell’ASL, anche scritti anonimi. Lì devi intercettarla con discrezione, capire il contesto, entrare gradualmente nella sua vita e costruire fiducia passo dopo passo.»

Noi, come persone comuni, come vicini di casa, amici, colleghi, cosa possiamo fare concretamente? Cosa non dobbiamo sottovalutare e quali errori dobbiamo smettere di fare?
La prevenzione non può essere delegata solo alle istituzioni. Tutti dobbiamo imparare a riconoscere i campanelli d’allarme. E soprattutto dobbiamo smettere di minimizzare.
A volte i segnali arrivano dai bambini: un bambino sempre stanco, che a scuola racconta che “papà grida”, che “ha rotto il televisore”, che in casa succede qualcosa. Non dobbiamo essere adultocentrici e liquidare tutto come “capricci” o esagerazioni.
Questo ascolto deve esistere ovunque: in famiglia, a scuola, negli oratori, nelle associazioni sportive, nei gruppi di quartiere. E quando c’è un sospetto, quando c’è un campanello, bisogna segnalarlo: non voltarsi dall’altra parte.

Dal punto di vista dello Stato, secondo te, dove si inceppa ancora la catena di protezione? Denuncia, assistenti sociali, forze dell’ordine, magistratura: qual è l’anello più fragile oggi e perché?
Io non riesco a indicare un solo anello debole, perché è una catena: basta che ceda un punto e crolla tutto. Forze dell’ordine, magistrati, giudici, assistenti sociali, psicologi: ognuno di loro, con un comportamento o una valutazione sbagliata, può distruggere un percorso oppure camminare insieme alla vittima.
Il problema principale, secondo me, è la mancanza di specializzazione. Non basta essere un bravo professionista nel proprio settore: questa materia è complessa, richiede competenze specifiche sul trauma, sulla psicologia della vittima, sulle dinamiche di manipolazione e controllo.
E poi c’è un rischio enorme: interpretare. Quando una donna denuncia, tu devi trascrivere le sue parole, anche se sono dure, anche se sono “sporche”. Non devi aggiustarle, non devi edulcorarle, non devi tradurle secondo la tua visione. Perché l’interpretazione falsifica.

Un’altra falla grave è la tendenza a spostare il focus sulla donna: si finisce per giudicare lei come madre, come compagna, come persona, invece di guardare l’autore della violenza. E questo produce vittimizzazione secondaria, un ulteriore trauma.
Infine c’è un tema enorme nel civile: l’applicazione distorta della bigenitorialità. Mettere sullo stesso piano vittima e carnefice, chiamare “conflittualità di coppia” ciò che è maltrattamento, pretendere che una donna traumatizzata mantenga rapporti civili con l’uomo che l’ha annientata: è devastante. Se non ci riesce, la si definisce “inadeguata” o “alienante”, e questo è un disastro.

Le procedure del Codice Rosso possono essere davvero velocizzate? E soprattutto: secondo la tua esperienza, come si può fare vera prevenzione, prima che la violenza esploda?
Il Codice Rosso è una buona legge, contiene articoli validi. Però ha anche limiti e, soprattutto, sconta problemi applicativi enormi. Per esempio l’articolo 572 sui maltrattamenti prevede la convivenza: ma oggi esistono relazioni stabili senza convivenza in cui c’è comunque controllo, manipolazione, violenza.
C’è poi la questione dei tempi. Quando nel 2019 si disse che il Pubblico Ministero doveva ascoltare la vittima entro tre giorni, nella pratica era impossibile. In una realtà come Milano un magistrato riceve ogni giorno una quantità enorme di fascicoli: maltrattamenti, stalking, abusi sessuali. Allora cosa succede? Che spesso si delega l’audizione alla Polizia Giudiziaria, che deve comunque rispettare quei tempi.
Ma la vera criticità è un’altra: come raccogliamo le testimonianze. L’audio-video registrazione delle donne maggiorenni è rarissima, mentre per i minori si fa più spesso. Eppure la comunicazione non verbale è fondamentale: lo sguardo, i silenzi, il tremore, i gesti. Un verbale scritto non può restituire tutto questo. Serve formazione per saper leggere quella metacomunicazione.
Sul fronte prevenzione, gli strumenti esistono: ci sono schede, protocolli, scale di valutazione del rischio come il SARA. Però troppo spesso vengono usati in modo burocratico: si mettono crocette e basta, senza analisi vera. E allora la domanda è: se gli strumenti ci sono, perché continuiamo a leggere ogni giorno di donne uccise? La risposta è che manca la capacità di valorizzarli davvero, e manca una cultura diffusa del riconoscimento dei segnali prima dell’esplosione.

Qual è l’augurio che ti fai per le giovani donne di domani? E cosa ti auguri, invece, per chi oggi indossa una divisa e sceglie di stare dalla parte delle vittime?
Io mi auguro una cosa: che si smetta di parlare di “emergenza” e “urgenza”. Se un fenomeno dura da decenni, non è più un’emergenza: è una questione strutturale. E va affrontata come tale, con continuità, competenza e responsabilità.
Per le ragazze e i ragazzi di domani mi auguro educazione: indipendenza, anche economica, autostima, rispetto. Che si insegni a credere in sé, a dialogare, a riconoscere il proprio valore. Non importa cosa si voglia diventare, astronauta o giardiniere: importa avere basi solide.
E per chi indossa una divisa, mi e gli auguro di essere preparato. Perché empatia e sensibilità non bastano: servono studio, formazione continua, conoscenza del trauma. È un lavoro duro, che ti porti a casa, che ti assorbe, che ti mette davanti a domande impossibili, soprattutto quando ci sono bambini. E spesso ti troverai anche deriso: “stai sempre dalla parte delle donne”, “non sei obiettiva”. Ma bisogna andare avanti lo stesso.

Perché alla fine non è la divisa che fa il buon poliziotto, né la toga che fa il buon magistrato, né il ruolo che fa la buona assistente sociale. Conta la persona: essere persone preparate, integre, capaci di leggere il non detto e di accogliere senza giudicare. E continuare a crederci.