Dj Mitch (Giovanni Mencarelli), voce storica di Radio 105 e volto televisivo (ex Iena) è su Food Network con Recensioni del terzo tipo.
In tutte le puntate, Dj Mitch è stato affiancato da uno chef o un esperto del settore; tra gli altri lo chef Daniele Rossi, per offrire un’analisi tecnica e immediata dei piatti e dell’esperienza complessiva, indagando sui locali più chiacchierati del web.
Nella puntata del 20 febbraio, dal titolo L’abito fa il ristorante?, nell’era dei social, un locale esteticamente curato garantisce anche qualità gastronomica? Mitch e Matteo Torretta confrontano ristoranti “instagrammabili” con locali dall’aspetto più essenziale per scoprire dove prevale la sostanza.
Partiamo subito dalla tua trasmissione Recensioni del terzo tipo. Com’è nata l’idea e cosa la rende diversa dagli altri programmi di cucina?
È nata da un’osservazione molto semplice: oggi tendiamo a giudicare la qualità di un piatto dal prezzo. Se un risotto costa 38 euro pensiamo automaticamente che sia eccellente, se ne costa 10 immaginiamo sia di qualità inferiore. Ma non funziona così. In Italia esistono tanti ristoranti che offrono prodotti straordinari senza far lievitare il conto. Il problema è che spesso non sappiamo davvero cosa stiamo mangiando. Quando entriamo in un locale ci affidiamo completamente al ristoratore, ma sul menu raramente trovi spiegato che tipo di carne o quale riso venga utilizzato. Da lì mi sono chiesto: perché non raccontarlo? Perché non valorizzare davvero le materie prime?
Da questa idea, insieme agli autori Salvatore Barbato e Pascal, abbiamo costruito il format. E poi c’era un altro tema: il peso delle recensioni online.
Oggi i ristoranti vivono spesso di recensioni e di social
Tantissimo. Foto perfette, like, influencer, profili curatissimi. Tutto è costruito per apparire impeccabile. Ma poi, quando ti siedi a tavola, ti chiedi: quello che sto mangiando è davvero all’altezza dell’immagine?Noi andiamo a verificare proprio questo. Non per smascherare, ma per capire se dietro i like c’è sostanza. E soprattutto per dare anche al ristoratore la possibilità di rispondere alle recensioni, positive o negative che siano.
C’è quindi una doppia prospettiva: cliente e ristoratore?
Sì, perché la realtà è più complessa di come appare online. Abbiamo notato una cosa: chi ha un’esperienza positiva spesso non scrive nulla. Chi vive un’esperienza negativa, invece, tende a scrivere subito, di impulso. E una recensione scritta con rabbia può fare molto male. Dietro un ristorante ci sono famiglie, sacrifici, investimenti di una vita. Una critica è legittima, soprattutto se paghi e qualcosa non funziona. Ma dovrebbe essere ponderata. D’altra parte, è vero anche il contrario: a volte i clienti hanno ragione. In un momento di forte affluenza può uscire un piatto non riuscito, e chi lo riceve ha tutto il diritto di rimanerci male. Il nostro programma non prende parti: prova a creare consapevolezza.
Quindi il vostro è quasi un lavoro di inchiesta, tipo le Iene, visto il tuo passato?
Sì, ma con uno spirito leggero. Non andiamo a “incastrare” nessuno. Parliamo con i ristoratori, capiamo le loro difficoltà. Vogliamo anche sensibilizzare chi scrive recensioni. Una recensione non è solo un’opinione su un piatto: dietro c’è una famiglia, un’attività, anni di sacrifici. È vero che alcune critiche sono giuste, perché quando paghi è corretto aspettarsi qualità. Però spesso le recensioni negative nascono dalla rabbia del momento, magari per un parcheggio mancato o un’attesa di qualche minuto in più. Il nostro obiettivo è dare voce a entrambe le parti.

Avete iniziato con episodi dedicati alla pausa pranzo. Come sta andando?
Molto bene. C’è grande partecipazione anche sui social, soprattutto su Instagram. Alcuni contenuti sono diventati virali perché tocchiamo aspetti che molti ignorano. Per esempio, il modo corretto di mangiare il sushi: andrebbe intinto nella soia dal lato del pesce, non del riso. Oppure l’uso delle bacchette e il fatto che nella cultura orientale si può avvicinare la ciotola alla bocca, cosa che da noi non è considerata elegante. Sono dettagli culturali che cambiano completamente la prospettiva.
Quindi si impara anche qualcosa di pratico?
Assolutamente. Un’altra scoperta sorprendente riguarda per esempio l’acqua. Non l’ho mai considerata un ingrediente, invece lo è a tutti gli effetti. Il tipo di acqua utilizzata può influenzare la consistenza del riso o il sapore della pasta. Sono aspetti che diamo per scontati, ma che fanno la differenza nel risultato finale.
Tu cucini?
Sì, anche se in casa cucina più mia moglie. Però mi piace molto stare ai fornelli, fin da piccolo. E pensa che mio figlio vuole fare lo chef. Non è affascinato dalla televisione, gli piace proprio cucinare, sperimentare, inventare. Questo mi rende felice, perché significa che c’è ancora passione autentica dietro questa professione.
Pensi già a una seconda stagione?
Nella nostra testa sì. Vorremmo renderla ancora più incisiva e coinvolgente, anche dal punto di vista digitale. Intanto ci godiamo questa prima serie, che già sta dando voce ai ristoratori e facendo scoprire al pubblico tante curiosità. Poi vedremo come evolverà il progetto.