L’incubo delle ginnaste della ritmica: dov’erano mamme e papà?

Lo ha scritto Aldo Grasso e lo sottoscrivo, da mamma: nello scandalo che ha coinvolto la ginnastica ritmica, la responsabilità dei genitori è pari a quella degli istruttori aguzzini

Foto di L’Amica Speciale

L’Amica Speciale

Semplicemente #unadivoi

Non ci sono se e non ci sono ma, e probabilmente queste parole daranno adito a dibattiti infiniti, ma sulla scia del vaso di Pandora scoperchiato sul mondo della ginnastica ritmica, sui presunti abusi psicologici e fisici alle piccole ginnaste, traumatizzate, violate, alcune segnate a vita, al netto delle voci non tutte concordi, la prima cosa che ho pensato, da mamma prima ancora che da giornalista, è stata: possibile che le famiglie, le mamme i papà non vedessero, non si accorgessero di nulla?

La risposta è: No, non è possibile.

La stessa cosa che si è chiesto e ha scritto Aldo Grasso sul Corsera: Dov’erano le famiglie di queste atlete? Il miraggio di una medaglia annebbiava la percezione del disagio delle piccole ginnaste? Se si abdica al ruolo di madre e di padre, la guida dei figli passa di mano e altri si prenderanno cura (o non cura) di loro. Non assumersi responsabilità, lo dico a me stesso, è il modo migliore per non sentirsi mai in colpa.

La prima cosa che ho fatto è stato chiamare un’amica da anni dentro questo mondo, seppur a livelli inferiori. La sua risposta è stata lapidaria e scioccante: “Conosco bene questo tipo di genitori, loro pensano di far del bene alle loro bambine. Entri in un meccanismo malato e tutto ciò diventa parte del tuo mondo, diventa la normalità. È così”.

“Non te ne accorgi perché i tuoi figli vogliono allenarsi e arrivare sempre più lontano e da genitore pensi che assecondarli sia la cosa giusta”.

Questa risposta è stata tanto agghiacciante quanto illuminante. Perché la violenza psicologica non può diventare normalità. Fare del bene assecondando torture e soprusi è inaccettabile. Da essere umano ma ancor più da genitore. Non credo a questa giustificazione e non la reputo possibile.

La verità forse è un’altra: mi chiedo infatti se questi genitori non stiano assecondando la loro ambizione piuttosto che quella delle figlie, non il loro desiderio di successo quanto la propria voglia di riscatto. Da una vita normale, che non a tutti piace. Come se le medaglie dei figli potessero dar luce al loro bisogno di rivalsa, sociale e personale.

Penso ai genitori che spingono con insistenza i figli fin da piccoli a entrare nel mondo dello spettacolo, che “buttano” le loro bambine nei concorsi di bellezza, ai casting. Lo raccontava meravigliosamente bene Luchino Visconti, nel lontano 1951, nel film Bellissima, dove la mamma Anna Magnani perdeva la testa e la dignità pur di far ottenere alla figlia la parte principale di un film. Indifferente al disagio crescente della bambina.

Solo che nel film alla fine Anna- Maddalena si risvegliava dal suo delirio di ambizione, un attimo prima di sprofondare nel baratro. Quello che avrebbero dovuto fare molti di questi genitori, anziché buttarsi tappandosi naso e occhi, seppur abbracciati alle loro figlie.