Mutilare un cane non è una ragazzata. È un disturbo della personalità

A Ragusa dei bambini hanno tagliato le orecchie ad un cucciolo, a Breda è stato ucciso con un forcone il cane di un bambino orfano.

Irene Vella Giornalista televisiva Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

Il mio primo cucciolo di cane si chiamava Miriam, era una meticcia nera e marrone, abbandonata insieme ai suoi fratelli il giorno di ferragosto davanti a un canile, salvata da alcuni studenti di veterinaria. Non aveva nemmeno quindici giorni e aveva bisogno di una madre surrogata per sopravvivere, mi chiesero di tenerla qualche giorno per darle il biberon. È rimasta con me per tutta la sua vita, ha visto la mia pancia crescere, mi ha vista diventare moglie e poi madre, ben due volte, poi la mano di una donna, una vicina di casa, per vendetta nei miei confronti, la avvelenò, gettando una polpetta di carne alla stricnina nel mio giardino. Era agosto come la prima volta, quando delle mani la gettarono in un fosso, e altrettanti mani la salvarono. Questa volta invece, dopo 14 anni, altre mani la condannarono a morte. Quel giorno, era il 17 agosto del 2005, nella mia casa di Cesenatico, la sua prima con il giardino, ho pianto tutte le mie lacrime, pensando a come il destino fosse beffardo. Ci eravamo trasferiti da una settimana, era la nostra prima abitazione con l’ingresso indipendente, nessun condominio, con un piccolo caminetto nel salone. Già mi vedevo sul divano, durante l’inverno, con Miriam appoggiata sulle mie gambe, e i miei bambini ai lati.

Ed invece lei morì così, tra le mie braccia, nessun veterinario riuscì a salvarla, e io la riportai a casa, avvolta in un lenzuolo, distrutta dal dolore. Mia figlia, che aveva sei anni, smise di mangiare per qualche giorno, non ha mai capito perché le avessero portato via la sua tata, quella che lei amava così tanto, e che tanto la faceva ridere. È stato in quel momento che ho dovuto spiegarle che purtroppo nel mondo non tutte le persone sono buone, che ci sono uomini cattivi, che uccidono anche le persone per vendetta, e che non amano gli animali, perché li considerano inferiori. Fu Gabriele da grande a lasciarmi senza fiato, quando, abbracciato a Margherita, la nostra labradorina, puntò i suoi occhioni dentro i miei affermando “mamma io penso che chi dice che i cani non hanno un’anima, non li abbia mai guardati negli occhi“.

Mio figlio all’epoca aveva otto anni, solo due in meno rispetto all’età di quei bambini che qualche giorno fa a Arcate, nel Ragusano, armati di coltelli e forbici, hanno tagliato le orecchie a un cane randagio, per gioco, che associare la parola “divertimento” alla mutilazione fa rabbrividire, come fa riflettere il fatto che questi ragazzini tra i nove ed i dieci anni, siano usciti di casa armati di oggetti atti a ferire una cucciolata di randagi, e che, solo per un caso fortuito, il passaggio di un ragazzo che li ha visti, salvato il cane e denunciati, non sono riusciti a uccidere.

Quello che colpisce in tutta questa faccenda è la violenza disumana ai danni di altri esseri, colpevoli ai loro occhi di essere dei randagi, quindi bersaglio facile perché privi di una protezione. Ma com’è possibile che dei bambini possano ritenere una sevizia alla stregua di un gioco? Viene da chiedersi che tipo di famiglia abbiano alle spalle, perché onestamente a quell’età si tende a replicare quello che si vede in casa, questo ci dicono le basi della scienza dell’educazione, e difficilmente, chi a chi è abituato a rispettare l’essere umano in qualunque sua forma, può venire in mente di “giocare” così. Il bambino di oggi, 6-10 anni, che maltratta gli animali, e si diverte a seviziarli, potrebbe essere il serial killer di domani, o forse uno stalker, o un rapinatore o forse uno che maltratta una donna, una persona più facile alla devianza sociale. Perché il maltrattamento degli animali costituisce il primo gradino della scala della violenza e quell’azione può essere predittiva di quanto potrebbe avvenire in futuro. Lo dicono ricerche e studi condotti a livello mondiale. 

A Breda, in provincia di Treviso, sabato è stato ucciso Cioco, il cagnolino di un bambino di undici anni rimasto orfano di padre solo un mese fa, sul fianco aveva una ferita profonda e una vasta chiazza di sangue, forse di un un foro di proiettile o del dente di un forcone. Era andato a fare una passeggiata come tutte le mattine lungo il Piave, ma non è mai rientrato a casa, era un piccolo cane docile e abituato a fare quel giro, aveva la pettorina e il collare con la medaglietta, ma questa volta sulla sua strada ha trovato la morte. Sembra che in quella zona sia in atto una sparizione meticolosa e preoccupante di cani e gatti, ormai da diverso tempo, al punto che sul tavolo dei carabinieri ci sono diverse denunce contro ignoti. Da una parte dei bambini, dall’altra, pare, un adulto, per i primi un gioco, per il secondo una pulizia “etnica”, un danno collaterale o più banalmente, un avvertimento, ma l’oggetto è sempre lo stesso, un cane, o un gatto, impossibilitato a difendersi, perché gli animali si fidano, l’animale non teme l’uomo, cerca la sua compagnia, le sue carezze, le sue coccole, la sua voce. 

Uccidere un cane non potrà mai essere considerata una ragazzata, o un danno collaterale. Uccidere non potrà mai essere una scelta. La crudeltà fisica su animali è tra i sintomi del “disturbo della condotta”, considerato l’anticamera del disturbo antisociale in età adulta.

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