Martina Scialdone, la madre: “Aveva la pistola, era deciso”

La Cassazione annulla la sentenza d’Appello: nuovo processo sulla premeditazione. Torna l’ipotesi dell’ergastolo

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Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

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Martina Scialdone aveva 34 anni, era un’avvocata esperta in diritto di famiglia e violenza di genere. È stata uccisa a colpi di pistola la sera del 13 gennaio 2023, davanti a un ristorante in via Amelia, nel quartiere Tuscolano a Roma.

Quella sera Martina aveva accettato di incontrare l’ex compagno, Costantino Bonaiuti, per un ultimo chiarimento. Un incontro che si trasforma in tragedia. L’uomo, un ingegnere di 63 anni, si presenta armato: una pistola Glock nascosta nel giubbotto. È un incontro a cui arriva preparato, per uccidere.

All’interno del ristorante i toni si alzano. Martina è agitata, impaurita, cerca riparo. Si rifugia anche nel bagno e chiede aiuto, ma viene fatta uscire. Pochi istanti dopo, fuori dal locale, Bonaiuti le spara al petto. Un colpo a bruciapelo. Martina si accascia a terra.
Il fratello, che si trovava poco distante dopo aver cenato con lei e la madre, accorre sul posto. Martina muore tra le sue braccia.

Le indagini ricostruiscono un rapporto segnato da controllo e ossessione. Secondo l’accusa, Bonaiuti monitorava anche gli spostamenti della donna tramite un GPS installato sulla sua auto. In primo grado viene condannato all’ergastolo, ma in Appello la pena viene ridotta a 24 anni e 8 mesi, con l’esclusione della premeditazione.

Ora la Corte di Cassazione ha annullato quella sentenza, accogliendo il ricorso della Procura generale. Il punto centrale è proprio la premeditazione: i giudici chiedono di rivalutare se quell’omicidio sia stato pianificato.
Si apre così un nuovo processo. E torna una domanda che pesa più di tutte: Martina si poteva salvare?
La giustizia può ancora cambiare il finale del caso di Martina Scialdone. E forse, per la prima volta dopo mesi, la famiglia intravede uno spiraglio.

Ora tutto torna in discussione. Un nuovo processo davanti a un’altra sezione della Corte d’Assise d’Appello di Roma dovrà stabilire se quel delitto sia stato pianificato. E con la premeditazione, l’ergastolo torna a essere un’ipotesi concreta.
La ricostruzione di quella sera resta drammatica e, per molti, parla già da sola.

Durante la requisitoria in Cassazione, la Procura generale ha smontato la tesi del gesto impulsivo, parlando di un’azione lucida e consapevole. A colpire è anche il racconto dei testimoni: quel “ghigno di compiacimento” sul volto dell’uomo subito dopo lo sparo.
Parole che pesano come pietre.
E che rendono ancora più difficile accettare che la premeditazione possa essere esclusa.
A dirlo, con dolore ma anche con lucidità, è la madre di Martina:

“Ieri abbiamo avuto una soddisfazione. È importante sapere che siamo nel giusto. Ma adesso si tornerà in Appello e si discuterà proprio questo. E io spero che venga riconosciuta la premeditazione. Perché com’è possibile non vederla? Una persona prende una pistola, se la mette nel giubbotto, esce di casa e va a incontrare la donna con cui ha avuto una relazione. Come si può dire che non è premeditato?”
Parole semplici, ma che arrivano dritte al punto.

Perché questa è una questione di verità, di restituire dignità a chi non può più parlare, ridere, scherzare, vivere.
“Solo l’idea che un giorno possa uscire prima mi fa male, male, male”, aggiunge.
E allora la domanda resta, sospesa tra diritto e coscienza:
quando un uomo si arma, esce di casa e va a incontrare una donna che vuole lasciarlo, possiamo davvero parlare di impulso?
Martina Scialdone difendeva le donne vittime di violenza.
È stata uccisa da chi non accettava la sua libertà.
Ora la giustizia è chiamata a dare una risposta.
E questa volta, senza sconti.