La storia di Fortuna Loffredo: quando gli adulti uccidono i bambini

Fortuna Loffredo è stata uccisa il 24 giugno 2014. Era cosciente quando fu scaraventata giù dall'ottavo piano, subiva violenze da almeno un anno. Questa è la sua storia

Irene Vella Giornalista televisiva

Di Fortuna Loffredo mi ricordo una foto a tutto schermo il giorno della sua morte, il 24 giugno del 2014, un sorriso accennato, i buchetti nelle guance e i codini alti tenuti su con due elastici di colore diverso, uno giallo e uno nero. Aveva compiuto sei anni da qualche mese, e li avrebbe avuti per sempre. Le notizie rimbalzavano di trasmissione in trasmissione, di telegiornale in telegiornale, una bambina era caduta dal terrazzo dell’ottavo piano del rione Parco Verde di Caivano, all’inizio sembra un incidente, poi viene fuori che solo qualche mese prima da quello stesso palazzo è caduto e morto un bambino di quattro anni, Antonio, troppo simile la dinamica per pensare a un terribile scherzo del destino. Sarà l’autopsia a squarciare l’orrore che la piccola Chicca (così era soprannominata Fortuna) ha subito nella sua breve vita, la bimba era cosciente quando venne scaraventata giù dall’ottavo piano, ma soprattutto “subiva violenze e abusi da almeno un anno e reiterati“, violenze che lasciavano “segni visibili a occhio nudo”.  “Mai visto tale scempio su una bimba in 46 anni di attività” questa la dichiarazione del medico che la visitò, Giuseppe Saggese. L’autopsia però non rileva abusi sessuali databili al giorno della morte.

Sin dall’inizio il sospetto della Procura è che Fortuna sia rimasta coinvolta in un giro di pedofili, un sospetto condiviso da Domenica Guardato, la mamma della piccola. La donna ha sempre puntato senza esitazione il dito contro le persone che abitano nell’edificio: «Il mostro è nel nostro palazzo, è impossibile che nessuno abbia visto. Chi sa parli». È una storia drammatica, con un finale tragico, perché entrano in gioco dinamiche che coinvolgono persone che si conoscono, una madre che si fida della vicina e del suo compagno, già noto come predatore sessuale dalle forze dell’ordine, un contesto di  vicini che sanno ma non parlano, anzi depistano e nascondono, anche se poi a farne le spese sono due anime innocenti di quattro e sei anni.

C’è Rachele Di Domenico, anziana signora dell’ottavo piano, che raccoglie e nasconde la scarpetta di Chicca, quella mattina mentre la bimba giace all’obitorio, per paura di essere implicata nell’indagine, o semplicemente per omertà. Ma a squarciare il velo di omissioni e a incastrare l’assassino è un’altra bambina D., la migliore amica di Fortuna, che di anni ne ha nove. «Titò le stava addosso mentre lei ‘tirava calci’, con le mutandine abbassate, e poi lui l’ha buttata giù». Questa la testimonianza che insieme alle ammissioni degli abusi subiti «mi violentava tutti i giorni io l’avevo detto a mamma (Marianna Sabozzi) che mi bruciava sotto ma lei mi rispondeva che poi passava», delineano un quadro da film dell’orrore.

I protagonisti di Fortuna, il film di Nicolangelo Gelormini

La cassazione condannerà all’ergastolo Raimondo Caputo per l’omicidio di Chicca e per gli abusi sessuali ai danni delle tre sorelline, mentre Marianna Fabozzi, madre di quest’ultime, è stata condannata a quattordici anni di reclusione per complicità in violenza sessuale sulle figlie ed è stata raggiunta da imputazione coatta per la morte di suo figlio Antonio Giglio, ciò significa che a breve, andrà a giudizio per l’omicidio del suo bambino. Ad accusarla il suo ex convivente e la sorella di quest’ultimo, che la accusano anche dell’omicidio della piccola: «Marianna Fabozzi ha buttato giù Fortuna, come ha fatto con suo figlio. L’ha presa e l’ha buttata, con l’unghia l’ha anche graffiata sulla gamba e sotto l’occhio e su questo non sono stati fatti gli esami».

A non credere alla colpevolezza di Raimondo Caputo il padre di Chicca, Pietro Loffredo, che mette in dubbio l’autenticità della testimonianza di A., instillando il dubbio che la sua dichiarazione fosse stata confezionata ad hoc per proteggere la madre e inchiodare l’orco che la violentava da anni. Ma questa non è l’unica domanda che si pone questo papà distrutto, di chi era quel capello non identificato trovato sul corpo di sua figlia, quel capello privo di bulbo, da cui mai è stato estratto il DNA perché senza bulbo non si può? E perché sul corpo di Fortuna non c’è il DNA di Caputo? Com’è possibile che nel tentativo di abusarla (come anche testimoniato da A. Titò le era sopra) non abbia rilasciato tracce organiche o segni di aggressione?

In questi giorni si è tornati a parlare di questa tragica vicenda perché proprio ieri è arrivato al cinema il film Fortuna l’opera prima di Nicolangelo Gelormini ispirata all’atroce storia della piccola bambina di Caivano, la cui uscita i genitori avevano cercato di bloccare, ma che se la sono sono vista rifiutare perché il film “non lede il diritto all’oblio” perché la vicenda narrata prende ispirazione da quegli accadimenti per poi svilupparli in maniera diversa.

Eppure fa male leggere “diritto all’oblio” per una situazione che ha ancora molti punti oscuri, fa male constatare come di questa bambina si parli sempre poco, come se il suo ricordo potesse ledere la vita di quelli che sono rimasti, lei che è morta per difendersi dagli stupri ripetuti, per fuggire dall’orrore di una vita che le avrebbe dovuto donare solo gioia ed amore. Fa male pensare che questo scricciolo con i codini sia stata lanciata nel vuoto come una bambola di pezza con cui non si vuole più giocare, è tremendo anche solo immaginare come un essere umano abbia cercato di cancellare l’orrore dei gesti compiuti uccidendo un innocente, perché non parlasse più, per metterla a tacere, come se quella vita non avesse un peso, come se i sogni di una bambina di sei anni non avessero un valore.

Fortuna Loffredo era nata l’8 gennaio del 2008, quest’anno avrebbe compiuto tredici anni, fa male anche solo pensare che gli anni vissuti siano gli stessi della sua assenza, eppure nessuno l’ha mai ricordata, come se i suoi 2.340 giorni di vita andassero cancellati. Il suo nome salta fuori solo nelle aule dei tribunali, o nelle celle delle prigioni, quelle stesse celle dove, quello che è stato condannato come il suo assassino, si vantava di giocare a carte le bambine con i vecchi del palazzo. Noi vogliamo ricordarti piccola Chicca, anche senza anniversari particolari, perché è anche grazie a te, che il piccolo Antonio forse avrà giustizia, perché senza la tua morte, sarebbe rimasto uno dei tanti incidenti che capitano nei rioni dove i bambini non hanno diritto ad essere solo bambini.

Riposa in pace Fortuna Loffredo.

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