Carol Maltesi uccisa, ergastolo annullato: la voce di chi la trovò

La Cassazione annulla l’ergastolo per la seconda volta. La ricostruzione del delitto e l’intervista esclusiva al Luogotenente Giannangeli

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Irene Vella

Giornalista, Storyteller, Writer e Speaker

Scrive da sempre, raccogli emozioni e le trasforma in storie. Ha collaborato con ogni tipo di giornale. Ha fatto l'inviata per tutte le reti nazionali. È la giornalista che sussurra alle pasticcerie e alla primavera.

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L’11 gennaio 2022, in un appartamento di Rescaldina, alle porte di Milano, Carol Maltesi viene uccisa mentre è incappucciata, legata, con il nastro adesivo sulle labbra. Tredici martellate alla testa, poi una coltellata alla gola. Aveva 26 anni. Era madre di un bambino. Nel mondo dell’intrattenimento per adulti era conosciuta come Charlotte Angie.

A ucciderla è Davide Fontana ex bancario e food blogger che di lei si era invaghito e con cui aveva avuto una relazione. Dopo l’omicidio, il corpo viene fatto a pezzi, conservato in un congelatore acquistato online e, settimane dopo, abbandonato in montagna, alle Paline di Borno.

Il 21 marzo 2022 è il giorno del ritrovamento.
È il primo pomeriggio quando, nell’ufficio del Nucleo, irrompe il Capitano. Parla concitatamente al telefono. Poi copre la cornetta con la mano e dice: «È stato trovato un corpo tagliato a pezzi nella zona di Borno». A raccontarlo, in esclusiva per il libro Era mia figlia, è il Luogotenente dei Carabinieri Andrea Giannangeli, che conosce bene quella zona: per tredici anni ha comandato proprio quella Stazione. Partono immediatamente. Un uomo ha visto dei sacchetti neri in un dirupo. Per curiosità ne apre uno. Dentro c’è una mano.

«Presi la macchina fotografica e mi calai lungo il dirupo. Vi erano diversi sacchetti neri, di quelli dell’immondizia. Controllai quello aperto e vidi che al suo interno vi era una mano recisa. Era molto curata, aveva lo smalto sulle unghie e dalla pelle capii che la mano era giovane».

Il luogo è un balcone naturale affacciato sulle Prealpi orobiche. «Ho sempre amato quei boschi, ma quel giorno tutto aveva perso poesia», racconta. Nei sacchetti ci sono parti del corpo. La ricomposizione, all’Istituto di Medicina Legale di Brescia, avverrà in 18 sezioni. Il volto è stato distrutto per renderla irriconoscibile. «Dovevamo fare tutto il possibile per darle un nome, darle una storia», ricorda.

I tatuaggi diventano la chiave. Prima emerge il nome d’arte, Charlotte Angie. Poi quello vero: Carol Maltesi. Nel frattempo emerge un dettaglio agghiacciante: dopo averla uccisa, l’assassino per tre mesi utilizza il suo cellulare, risponde ai messaggi, racconta di lavori lontani, giustifica la sua assenza. La simula viva.

Carol Maltesi
IPA
Carol Maltesi

In primo grado, la Corte d’Assise di Busto Arsizio condanna Fontana a 30 anni. In appello arriva l’ergastolo, con il riconoscimento delle aggravanti della crudeltà, della minorata difesa e della relazione affettiva pregressa, oltre alla premeditazione.

Ma il 10 febbraio scorso la Cassazione è intervenuta nuovamente: per la seconda volta ha annullato l’ergastolo limitatamente all’aggravante della premeditazione, disponendo un nuovo giudizio davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Milano.

Le altre aggravanti restano definitive. Il punto da riesaminare è solo uno: stabilire se quell’omicidio sia stato frutto di un impulso improvviso o di una decisione maturata nel tempo. Non è una semplice questione tecnica. È la linea che separa l’ergastolo da una pena inferiore.

Proprio su questo abbiamo raggiunto telefonicamente il Luogotenente Andrea Giannangeli per chiedergli un parere sulla decisione della Cassazione.

«Indubbiamente siamo in presenza di un crimine efferato che ha scosso gli animi di chi lo ha appreso dai media e ancora di più di noi che abbiamo rinvenuto il corpo martoriato e smembrato della povera Carol.
Ci sono dei tecnicismi giuridici che possono apparire incomprensibili alla maggior parte delle persone… chi viene a conoscenza della vicenda presuppone che un crimine così drammatico possa avere solo una pena: l’ergastolo, ma nella giurisprudenza italiana si deve tenere conto di tante circostanze che possono aggravare o attenuare la pena. Nella fattispecie i Giudici dell’ultimo appello hanno ritenuto mancante la circostanza aggravante della premeditazione, ossia che il reo non abbia progettato l’omicidio, ma sia stato un delitto d’impeto o meglio che sia scaturito da un raptus.
Non voglio entrare nella decisione della Magistratura, ma fare una riflessione circa la sofferenza che da tale atroce delitto sia stata causata. Carol era una ragazza amata da suo figlio in primis, dai suoi genitori, dalle sue amicizie e di certo questa decisione non fa altro che acuire questa sofferenza.
Questa decisione dà un senso di ingiustizia, nel sentimento comune un omicidio come quello di Carol, soprattutto per la deturpazione del corpo e la messa in scena di ben tre mesi di falsi messaggi, merita un approfondimento. Dopo il “raptus” se Fontana avesse chiamato immediatamente le Forze dell’ordine se la sarebbe potuta cavare con un omicidio preterintenzionale ed è proprio questo pensiero che genera delle note stonate in questa vicenda e una diversa visione giuridica che ha portato i Giudici a questa decisione. Sicuramente chi è stato chiamato a decidere non lo ha fatto a cuore leggero, ma citando il giurista romano Ulpiano “dura Lex, sed Lex”.»

Carol Maltesi
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Carol Maltesi

Ci sono decisioni giudiziarie che, pur restando all’interno della legittima dialettica processuale, lasciano inevitabilmente un senso di inquietudine nell’opinione pubblica. La seconda pronuncia della Cassazione che annulla l’ergastolo limitatamente all’aggravante della premeditazione nel caso dell’omicidio di Carol Maltesi è una di queste.

È chiaro: la Corte non assolve, non ridimensiona la gravità del delitto, non mette in discussione le aggravanti della crudeltà, della minorata difesa e della relazione affettiva, ormai definitive. Chiede però ai giudici di merito di motivare nuovamente sulla premeditazione, su quel passaggio che distingue tra una pena già severa e la condanna massima prevista dal nostro ordinamento.

Eppure resta una domanda che è prima ancora morale che giuridica: come si colloca, nel racconto di un delitto come questo, l’idea che possa trattarsi di un impulso improvviso? Dopo un omicidio consumato con violenza estrema, seguito da uno smembramento, dall’acquisto di un congelatore, dalla conservazione del corpo per settimane e dalla costruzione di una messinscena durata mesi, è inevitabile che la parola “premeditazione” non sembri un dettaglio tecnico ma un nodo sostanziale.

La giustizia deve essere rigorosa, capace di distinguere con precisione ciò che è provato da ciò che non lo è. Ma allo stesso tempo non può ignorare il significato simbolico delle sue decisioni, soprattutto in un Paese che ogni anno conta decine di donne uccise da uomini che hanno avuto con loro una relazione.

Carol Maltesi non è “solo” un caso mediatico, era una donna di 26 anni, una madre, una figlia, che è stata uccisa e poi privata persino del volto. E se la pena definitiva sarà stabilita dai giudici, resta il dovere collettivo di non smarrire il senso delle proporzioni, di non ridurre tutto a una questione di formule giuridiche, di non perdere di vista che al centro di questa vicenda c’è stata, prima di qualsiasi sentenza, una persona.
E questa persona si chiamava Carol Maltesi.