Un altro ergastolo, il terzo pronunciato in appello al sesto processo. La Corte d’Assise d’Appello di Milano ha condannato Davide Fontana per l’omicidio di Carol Maltesi, riconoscendo ancora la premeditazione. La sentenza del 16 settembre 2026 non prevede l’isolamento diurno e non è definitiva: la difesa ha già annunciato ricorso in Cassazione. Le motivazioni arriveranno entro sessanta giorni.
Carol aveva 26 anni ed era madre di un bambino. L’11 gennaio 2022 fu uccisa nella sua casa di Rescaldina dal vicino con cui aveva avuto una relazione. Secondo la ricostruzione accolta dai giudici, Fontana creò un falso profilo e le commissionò un video destinato a OnlyFans, nel quale avrebbe dovuto essere legata e incappucciata. La colpì tredici volte con un martello e poi le tagliò la gola. Smembrò il corpo in ventitré parti, lo conservò per oltre due mesi in un congelatore e tentò di bruciarlo e cancellarne i tatuaggi. Infine abbandonò i resti in sacchi neri in una scarpata a Paline di Borno, dove furono ritrovati nel marzo 2022.
Per settimane Fontana usò il telefono e i profili social di Carol, rispondendo al suo posto e costruendo l’illusione che fosse viva. Proprio i tatuaggi che aveva cercato di eliminare contribuirono a restituirle un nome: le immagini diffuse dagli investigatori furono riconosciute dal giornalista Andrea Tortelli, che contattò il suo numero e notò le contraddizioni di chi rispondeva. Gli accertamenti confermarono l’identità.
Nel giugno 2023, in primo grado, Fontana fu condannato a trent’anni senza il riconoscimento della premeditazione e della crudeltà.
Nel febbraio 2024 la Corte d’Assise d’Appello riformò la decisione: ergastolo ed entrambe le aggravanti. La Cassazione annullò con rinvio sul solo punto della premeditazione.
Nel maggio 2025 un nuovo collegio confermò il carcere a vita, ma nel febbraio 2026 la Suprema Corte annullò ancora il verdetto, rilevando carenze nella motivazione.
Nel processo d’appello ter, la sostituta procuratrice generale Simonetta Bellaviti ha sostenuto che l’omicidio fosse stato organizzato nei dettagli; la difesa ha parlato di un gesto d’impeto. In aula Fontana ha negato di avere pianificato il delitto e ha chiesto scusa. I giudici hanno riconosciuto la premeditazione e considerato le attenuanti subvalenti alle aggravanti.
All’uscita dall’aula Anna Maltesi, sorella di Carol, ha detto: «Speriamo che sia finita stavolta, ma non ci credo più». È la misura esatta di questa sentenza: un ergastolo pronunciato, una famiglia ancora in attesa che la giustizia diventi definitiva.
Sei processi. Scriviamolo per esteso. Significa tornare nella stessa aula, davanti alle stesse immagini, e sentire come Carol è stata legata, colpita, uccisa, fatta a pezzi per sei interminabili volte. Una madre, una sorella, un figlio hanno aspettato che qualcuno stabilisse non se Davide Fontana l’avesse uccisa, questo non è in discussione, ma quanto avesse pensato prima di farlo.
L’ergastolo pronunciato ieri non chiude la storia. La difesa ricorrerà in Cassazione e le motivazioni devono essere depositate. Va ricordato: le parole di un processo devono avere la precisione delle prove. Ma quasi cinque anni sono un tempo insopportabile. Le garanzie dell’imputato sono le fondamenta della giustizia; per la famiglia della vittima, però, non dovrebbero diventare una condanna da scontare ad ogni nuovo processo.
Quando ho raccolto per Era mia figlia la testimonianza del luogotenente Andrea Giannangeli, che fu il primo a recuperare le parti del corpo della povera ragazza a Borno, non mi ha mai parlato del lavoro che faceva: mi ha parlato di Carol. E si è commosso. In quelle lacrime c’era lo sguardo di chi, davanti all’orrore, vede solo una ragazza.
Carol era una figlia, una sorella, la madre di un bambino e voleva trasferirsi per vederlo crescere. Aveva ventisei anni, desideri, progetti e il diritto di cambiare strada. Troppo spesso il racconto pubblico l’ha ridotta al lavoro e al nome usato online. Come se la sua libertà fosse ancora sotto processo. Come se una donna, vittima di una furia omicida, dovesse giustificarsi perfino da morta per meritare rispetto.
Fontana ha tentato di cancellarla due volte: prima il corpo e i tatuaggi, poi la sua identità, rispondendo dal suo telefono per nasconderne la morte. Ma quei tatuaggi hanno parlato. Un giornalista li ha riconosciuti, gli investigatori le hanno restituito un nome, la famiglia ha continuato a pronunciarlo.
La sentenza dice che quel delitto fu premeditato. Non dice ancora la parola fine. Chi racconta non permetta che Carol torni a essere un corpo senza nome o un’etichetta utile a un titolo. Prima del processo, dell’orrore e di ogni giudizio, Carol era e rimarrà sempre una persona.