Ci sono incontri che nascono per caso, da un algoritmo o da un amico che invia un link nel momento giusto. Con l’artista olandese Yvonne Mak è andata così. Stavo lavorando alla mia ricerca sul ruolo della luce naturale negli ambienti domestici del Nord Europa quando un amico mi inoltra un articolo con le immagini delle sue tende trompe-l’œil con finestre illusorie.

Quelle tende, con rettangoli di luce impressi sulla stoffa, sembravano tradurre in immagine ciò che io stavo cercando di spiegare con pagine di appunti, interviste e dati. Così ho scritto a Yvonne. Lei mi ha risposto da Yogyakarta, in Indonesia, dove si trova ora.
Il punto di partenza della mia ricerca nasce qualche anno fa, quando ho vissuto per sei mesi in Norvegia. Dal sud fino al profondo nord del Paese, ho intervistato persone molto diverse tra loro per capire quanto la luce naturale influenzi il benessere domestico. In inverno, quando le ore di sole si riducono drasticamente, la luce non è solo un fattore estetico: è una questione fisica, emotiva, quasi esistenziale. Molti mi raccontavano di come la qualità della luce incidesse sull’umore, sulla produttività, persino sulla percezione dello spazio.
È con questo bagaglio che ho guardato per la prima volta il lavoro di Yvonne: non solo come un’opera d’arte, ma come un dispositivo percettivo capace di attivare qualcosa di profondamente umano.
Indice
Il segno del sole
Le racconto come ho scoperto il suo lavoro e cosa vi ho visto: un’illusione ottica potentissima, quasi psicologica, capace di far percepire una fonte di luce naturale dove non esiste. Il progetto nasce da un gesto semplice: togliere una tenda dalla propria casa.
«Era una tenda di lino nera», racconta Yvonne. «Quando l’ho staccata dalla finestra, per la prima volta ho notato che il nero non era più nero. C’era un perfetto quadrato arancione. Ho pensato fosse bellissimo. Il sole aveva lasciato il suo segno».

Quel segno, dieci anni di esposizione solare, diventa l’origine della serie Imprint. Non è il sole reale a scolorire il tessuto: è un’illustrazione stampata, un trompe-l’œil tessile che imita la decolorazione. «Immaginavo che, se un giorno mi fossi trasferita, avrei portato con me una parte di quella casa. Come se avessi ancora quella finestra».
Io le restituisco la mia lettura:
«Mi sembra che tu voglia mostrare il lento passaggio del tempo sul tessuto, la radiazione del sole come forza potente che lascia un segno. Ma le persone lo percepiscono come qualcosa di luminoso, positivo».
Lei annuisce: l’ambiguità le interessa. Alla Milano Design Week, dove ha presentato l’installazione, lo spazio aveva una sola finestra reale. Tutte le altre pareti erano coperte dalle sue tende.
«Molti non si sono accorti che non c’erano finestre. Tornavano indietro per controllare. È stato molto bello, ma anche un po’ triste: avevano attraversato la stanza senza capire che era tutta un’illusione».
Metafora climatica
Dietro la poesia luminosa si nasconde un tema più denso.
«Vedevo una metafora nel fatto che le tende cambiano nel tempo», mi dice. «Con il cambiamento climatico è la stessa cosa: non sentiamo l’urgenza perché non percepiamo subito le conseguenze. Succede lentamente. Come la decolorazione delle tende. Te ne accorgi solo quando le lavi e dici: “Oh, cosa è successo?”».

La leggerezza visiva si carica di peso politico. Oggi Yvonne lavora su nuove opere legate all’estrazione, al potere, al privilegio.
«Se prendi più di quello che ti serve, questo porta a conflitto, disuguaglianza o cambiamento climatico».
Design, colonizzazione e crediti
Da designer, la conversazione mi porta altrove: al tema della “colonizzazione” del progetto. Le grandi multinazionali hanno imposto un’estetica globale, spesso omologante. Forse il modo europeo o americano di progettare non è l’unico? Dovremmo valorizzare di più i linguaggi locali?
Yvonne rilancia su un altro tipo di estrazione, più sottile: quella del talento.
«Spesso noi artisti concettuali usiamo le competenze di altri senza dar loro credito. Mi chiedo: sto facendo la stessa cosa?».
La sua risposta è nella trasparenza e nella collaborazione.
«Finché pago equamente e do credito, non è estrazione. Ma perché nei film c’è una lista lunghissima di nomi e nell’arte no?».
Mi riconosco in questo punto. Anche nel design, un oggetto sul mercato è il risultato di decine di persone invisibili. Per una lampada che arriva nei negozi, ci sono tantissime persone coinvolte. E spesso si parla solo del designer di punta.
Le racconto che avrei voluto inserire una pagina di ringraziamenti specifici per chi ha contribuito ai miei progetti, legati alle competenze e alle conversazioni che li hanno resi possibili. Perché anche un semplice incontro può cambiare completamente la direzione progettuale.
Illusioni che curano
Prima di salutarci, Yvonne torna su un tema che mi tocca da vicino: il benessere.

«Ci sono ricerche su come i fenomeni naturali illusori influenzino il benessere. Anche una carta da parati con una giungla fotografica può farti sentire meglio, perché sei ‘ingannato’ nel pensare di essere fuori».
L’illusione funziona. Anche le piante finte, dice, sono oggetto di studi.
«È la stessa cosa con queste tende. Se non hai molte finestre, puoi creare l’illusione di averle. E questo aiuta il benessere».
Da designer, la mia mente corre veloce: democratizzare quell’effetto, renderlo accessibile, portarlo nelle case come alternativa poetica ai costosi sistemi di simulazione luminosa. Lei ascolta, incuriosita.
Nuove direzioni
Per ora, però, Milano può aspettare. Dopo un anno “di turbine tra fiere ed esposizioni”, Yvonne ha deciso di fermarsi per creare. È attualmente rappresentata dalla Rademakers Gallery e sue opere verranno presentate alla fiera Art Rotterdam dal 27 al 29 marzo, ma il focus è la produzione.
La serie Imprint continua: «Sto ancora sviluppando diverse idee che seguono il filo logico delle tende, la luce, il tempo e la materia che lasciano il segno su oggetti di uso quotidiano».
Intanto, l’Indonesia sta cambiando la materia e la narrazione.
«Sta andando in una direzione molto diversa, per materiali e storia. E questo mi entusiasma».
La nostra conversazione si chiude con semplicità. E ciò che resta è un pensiero sospeso:
Quanto di ciò che vediamo è reale? E quanto, invece, è un’impronta — del sole, della storia, del potere — che continuiamo a portare con noi, come una finestra stampata su una tenda.