Casa Farnsworth si trova immersa in una foresta vicino a Plano, nell’Illinois, sospesa su esili pilastri bianchi a un metro e mezzo da terra. È una scatola di vetro, aperta e trasparente su tutti i lati. Meravigliosa da guardare, molto meno comoda da abitare. A firmarla è stato Ludwig Mies van der Rohe, tra i padri dell’architettura moderna, e ancora oggi resta una delle case più celebri – e più discusse – del secolo scorso.
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La storia di Casa Farnsworth
La committente era Edith Farnsworth, nefrologa di Chicago e donna molto vicina agli ambienti culturali della città. Non cercava una villa mondana, ma il suo contrario: una casa lontana dal caos urbano, essenziale, appartata, perfetta da vivere durante il tempo libero e per una vita più raccolta. Un luogo dove leggere e stare per conto proprio, senza fronzoli.

Per realizzarla si rivolse a Mies van der Rohe. Quando accettò l’incarico, l’architetto era già entrato nella sua stagione americana: Chicago era diventata il suo laboratorio principale. Alla guida della facoltà di architettura dell’istituto che oggi conosciamo come Illinois Institute of Technology, Mies avrebbe finito per ridisegnarne anche il campus.
La casa diventò famosa ancora prima di essere costruita. Già nel 1947 un suo modello venne mostrato al MoMA di New York, all’interno di una mostra che consacrava Mies come figura centrale del modernismo. La costruzione vera e propria arrivò tra il 1949 e il 1951. Il sito prescelto, vicino al Fox River, avrebbe presto rivelato una delle fragilità del progetto.
La collaborazione tra i due, però, si trasformò rapidamente in uno scontro. Il budget superò di gran lunga le previsioni, il rapporto personale e professionale si logorò, e la casa arrivò al traguardo dentro un clima di aperta disputa, al punto che gli ultimi passaggi vennero seguiti da altri collaboratori, sulla base dei disegni originali dell’architetto.
Lo stile e l’architettura
La casa è costruita su una riduzione estrema: pochi piani orizzontali, una struttura metallica sottilissima, un interno libero e il vetro come limite quasi immateriale. Più che una casa nel senso tradizionale, sembra un padiglione abitabile, sollevato dal suolo e ordinato da una precisione quasi matematica. I piani orizzontali in travertino paiono sospesi nel vuoto, appena staccati dal terreno, e proprio questo distacco dà all’edificio la sua leggerezza irreale. Le due superfici principali coprono ciascuna poco più di duecento metri quadrati.
Dentro, la distribuzione è radicale, con lo spazio che non viene diviso in stanze, ma lasciato quasi interamente continuo: centoquaranta metri quadrati di apertura totale. Le funzioni più private sono raccolte in un unico nucleo centrale, mentre tutto il resto dell’abitare resta esposto, modulato più dagli arredi e dalle tende che dalle pareti.
Anche la struttura stessa quasi “scompare” il più possibile; è la trasformazione del linguaggio di Mies dopo l’arrivo negli Stati Uniti, un adattamento alle tecniche, ai materiali e agli standard produttivi del nuovo modo di vivere la casa.
La filosofia del “less is more”
In Casa Farnsworth la teoria di Mies diventa quasi fisica. Il celebre “less is more” è un metodo: togliere tutto ciò che non è essenziale, fino a lasciare soltanto struttura, proporzione, luce e paesaggio. Non stupisce che la casa sia stata accostata alla Glass House di Philip Johnson, altra icona americana del vetro e della trasparenza, realizzata proprio in quegli anni.
Per Mies l’architettura era “la volontà di un’epoca tradotta nello spazio”, un principio che spiega anche la scelta di elementi costruttivi legati ai metodi del proprio tempo. A questa idea si affianca l’espressione “beinahe nichts”, il “quasi nulla“: ridurre l’edificio a un numero minimo di componenti.

In tutto questo, il vetro ha un ruolo speciale. La natura entra visivamente in ogni istante, cambia la percezione degli interni, rende la casa diversa a seconda dell’ora, del clima, della stagione. Il pavimento sollevato accentua il gioco, staccando l’edificio dalla terra ma mantenendolo in dialogo costante con ciò che lo circonda. “Dovremmo cercare di portare la natura, le case e l’essere umano a una superiore unità”, diceva Mies. Casa Farnsworth è il tentativo più radicale di dare forma a quella visione.
Edith Farnsworth e Mies van der Rohe: il rapporto e la disputa
Intorno al rapporto tra Edith e Mies si è costruita nel tempo una vera e propria leggenda sentimentale, spesso più romanzesca che documentata. In realtà le carte della committente, almeno per quanto emerso dagli studi successivi, raccontano soprattutto un legame intellettuale intenso e poi un conflitto durissimo sul progetto, sui costi, sull’abitabilità stessa della casa.
Mies aveva costruito un’idea purissima di casa; Edith, dentro quella casa, doveva viverci davvero, con tutte le necessità quotidiane che quella purezza rendeva complicate. In una celebre intervista a House Beautiful del 1953, la Farnsworth spiegò con parole taglienti che quella trasparenza tanto celebrata dagli architetti, nella vita di ogni giorno diventava esposizione continua. Arrivò a definire la sua casa “trasparente, come una radiografia”.
Le critiche, del resto, non arrivarono solo da lei. Alcune tra le figure più imponenti dell’architettura americana videro nella casa una messa in crisi radicale dell’idea stessa di casa come luogo protetto e riparato. Ne discussero riviste specializzate su entrambe le sponde dell’Atlantico. E le letture più recenti hanno spostato l’attenzione anche sulla figura di Edith: più che “la cliente difficile” della leggenda modernista, una protagonista decisiva del progetto e della sua ricezione.
Casa Farnsworth oggi: eredità e visite
Pochi elementi, nessun ornamento superfluo, eppure una tensione spaziale che continua a colpire chi la osserva: è un edificio essenziale che non risulta mai vuoto. Casa Farnsworth ha inciso sul modo di concepire le residenze moderne, ma anche sull’immaginario dell’abitare contemporaneo per gli spazi aperti e la continuità visiva. Tutt’oggi le sue proporzioni vengono studiate dalle giovani generazioni di architetti come un modello di disciplina spaziale.
Oggi la casa è tutelata dal National Trust for Historic Preservation ed è aperta alle visite, così da permettere al pubblico di vedere da vicino uno degli esperimenti domestici più radicali del Novecento. E di porsi, ancora una volta, la stessa domanda che l’ha accompagnata fin dall’inizio: cosa significa, davvero, abitare uno spazio.