Alex Zanardi: la forza della vita

Il 15/09/2001 Alex Zanardi è rinato, quell'Alex che tutti conosciamo ed amiamo, quel viso con le fossette che ridono

Irene Vella Giornalista televisiva

Del primo incidente di Alex Zanardi mi ricordo poco, riesco a collocarlo temporalmente dopo l’attacco alle Torri Gemelle di NY. Era il 2001, le immagini alla tv mandavano in loop l’aereo che attraversa quel muro di vetri, cemento e persone, poi ad un certo punto arrivano le notizie di questo disastroso impatto avvenuto in Germania durante una gara di Indycar, le mandano a rallentatore.

Mi ricordo questa macchina che sbanda e che dopo aver passato uno spiazzo verde si ferma proprio in mezzo alla pista, la prima auto riesce ad evitarla, la seconda la prende in pieno e la spezza in due. L’impatto è devastante. Conoscevo poco l’uomo rimasto coinvolto, ma certo a livello umano potevi solo sperare che riuscisse a salvarsi, anche se il secondo pensiero andava subito alle condizioni di vita in cui si sarebbe trovato, un pilota senza gambe, che prospettive avrebbe avuto? È stato in quel momento che Alex Zanardi è nato, quell’Alex che tutti conosciamo e amiamo, quel viso con le fossette che ridono. Pensateci un attimo, chiudete gli occhi e visualizzate la sua faccia. Lo avete mai visto triste? Avete delle sue immagini con uno sguardo pensieroso, o sofferente? No. E non perché non ve lo ricordiate. Perché non esistono. Alex non è un uomo comune, ed è vero sì non è un uomo normale, e la sua diversità non proviene dall’essere senza gambe, ma dall’essere tutto cuore, adrenalina e sorrisi.

Il 15 settembre 2001 il pilota Alex Zanardi durante l’incidente subisce l’amputazione immediata delle gambe nello schianto, viene salvato dalla prontezza di un medico che capisce che per non farlo morire dissanguato bisogna fermare l’emorragia, tappando di fatto le arterie. In quell’esatto momento arriva il cappellano del circuito di gara che dà l’estrema unzione al pilota, un attimo prima di caricarlo sull’elicottero che lo porterà in ospedale. Conoscendo l’uomo e volendo sdrammatizzare la situazione è stato in quel momento che Alex ha pensato: il destino è contro di me? Peggio per lui.

Avrà pensato che i genitori Dino e Anna non sarebbero riusciti a sopportare un’altra morte, dopo quella della sorella maggiore, avvenuta sempre in un incidente stradale. Forse è stato quel pensiero o quello della moglie Daniela, o quella del figlio Niccolò, che non aveva ancora tre anni.

Alex Zanardi, foto Ansa

Alex rinasce quel giorno e quelli successivi, diventa l’uomo che tutti conosciamo e amiamo, quello che ai box a Toronto nel 2002 rivede Tagliani, il pilota che lo aveva travolto e gli dice: «Sai qual è il vantaggio delle mie nuove gambe? Sono tre centimetri più alto».

Questo è il più grande merito di quest’uomo pazzesco, quello di far sembrare normali cose straordinarie. E non si risparmia mai, va al capezzale di bambini, donne, uomini, ragazzi amputati per una trasfusione di energia, va dove il suo modo di essere diventa un modello, un aiuto per chi pensa di non farcela. Va al capezzale a raccogliere le macerie di vite distrutte, va a dimostrare fisicamente e visivamente che la vita non finisce quando perdi un pezzo di te, che può ricominciare perché siamo noi il motore di quello che ci circonda.

Non racconta cazzate, non dice che sarà facile, però fa quello di cui si ha bisogno in quel momento, ti offre una mano per rialzarti, ti dà l’esempio reale di quello che potrà venire dopo, ti insegna che davvero “se ci credi si può fare”, ti insegna a non mollare mai. Diventa l’uomo buono, quello dalle fossette con il sorriso per tutti, entra nelle case di ognuno di noi, che non te lo ricordi nemmeno più che è senza gambe, perché quando rimani in una stanza con lui te ne dimentichi.

Zanardi, Daniela e Niccolò devono dividere questo uomo con il resto del mondo, perché il resto del mondo ha bisogno di uomini come lui, di persone che con la sola presenza riempiano la stanza, di quelle parole dette al momento giusto, di quei sorrisi più caldi di tanti abbracci. E chissà in quella maledetta curva cosa avrà pensato Alex, se avrà visto il camion venirgli addosso, se avrà capito quello che stava per succedere, se avrà pensato di morire.

E poi c’è Daniela, lei e il suo amore che cura, lei e l’amore che non abbandona, quella che scende dall’auto e si lancia sopra di lui, a tenergli la mano, a nasconderlo da occhi indiscreti, ad urlare al mondo “nessuno ti porterà via un’altra volta”. No. Non un’altra volta. Lei che insegna a tutti che se ami non puoi fermare, che se ami devi lasciare andare, devi lasciare vivere, lei che insegna agli odiatori seriali che parlano di uno Zanardi incauto, uno Zanardi amante del rischio e dell’adrenalina, che se ami non puoi rinchiudere la libertà. Insegna che se ami un uomo nato con le ali non gliele puoi tarpare, perché lo uccideresti due volte. Quella di Alex non è pazzia, è solo una grande fottutissima immensa voglia di vivere.

Ieri suo figlio Niccolò ha postato una foto delle loro mani nel letto d’ospedale “Io questa mano non la lascio. Dai papà anche oggi un piccolo passo avanti.” Alex quella mano non la lasciamo nemmeno noi. Tu sei un sopravvissuto, tu ce l’hai fatta e ce la farai. Ed insegnerai ancora una volta a tutti la forza della vita. La tua.

Niccolò stringe la mano di suo padre Alex (foto Instagram)

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