Vino, birra e liquori senza alcol: tendenza in crescita. I rischi per la salute (e i benefici)

Aumentano le offerte, dunque anche il consumo, di cosiddette bevande “NoLo”, cioè analcoliche o a basso contenuto di alcol. Ma non sempre è un bene

Foto di Eleonora Lorusso

Eleonora Lorusso

Giornalista, esperta di salute e benessere

Milanese di nascita, ligure di adozione, ha vissuto negli USA. Scrive di salute, benessere e scienza. Nel tempo libero ama correre, nuotare, leggere e viaggiare

Pubblicato:

Mentre il dibattito sui quantitativi di vino “sicuri” per la salute continua a essere aperto, a crescere a vista d’occhio è il mercato dei cosiddetti NoLo, ossia no/low alcohol: sono le bevande analcoliche o a basso contenuto di alcol. Si tratta di birre, vini e cocktail (detti in questo caso mocktail) che si presentano come gli originali, ma con il vantaggio di una gradazione alcolica molto bassa o pari a zero. Conquistano soprattutto i giovani e le donne, hanno il vantaggio appunto di non contenere alcol, ma non sono prive di rischi per la salute.

Bevande analcoliche, dealcolizzate e a bassa gradazione: le differenze

Innanzitutto occorre specificare che nel mondo del NoLo esiste una vasta gamma di prodotti: si sono, infatti, gli analcolici veri e propri, ossia con l 0,0% di alcol. Sono detti anche alcohol free e possono essere mocktails (imitazioni negli ingredienti e nei nomi di noti cocktail, ma privi di alcol), birre o “vini”. Accanto a queste bevande ci sono però anche le dealcolizzate o dealcolate, che invece secondo la normativa UE hanno una percentuale alcolica inferiore allo 0,5% Vol. Molti “vini” rientrano in questa categoria. Nel mare magnum delle NoLo, però, si può arrivare anche a drink con un ABV (il titolo alcolometrico volumico) inferiore rispetto allo standard, ma che può essere del 2-3,5%, come per alcune birre, o del 5-10% per qualche vino. Livelli che, in caso di consumo prolungato nel tempo, possono comunque comportare problemi di salute.

Boom di alcohol free drink: è un bene?

A sollevare qualche dubbio è stato un recente studio pubblicato sul British Medical Journal (BMJ) da cui emerge che i cosiddetti Alcohol free drink possono non essere un “toccasana”. Se da un lato riducono i rischi individuali per la salute legati all’alcol e anche i pericoli pubblici connessi al consumo di alcolici, specie per chi si mette alla guida dopo una serata in compagnia di amici, dall’altro e bevande analcoliche e a basso contenuto di alcol possano comportare anche alcune criticità. Tra le principali preoccupazioni c’è il contenuto nutrizionale delle bevande analcoliche o dealcolizzate, spesso troppo ricche di zuccheri, edulcoranti, conservanti ed eccipienti. Ma non si tratta dell’unica criticità.

L’illusione di non bere alcol “allena” a berlo in futuro

Gli esperti, però, ritengono che ci siano altre fonti di preoccupazione. A partire dal fatto che i prodotti NoLo possono indurre negli under 18 comportamenti che emulano quelli del consumo di alcolici e che a questi possono aprire la strada. Ad agevolare questo tipo di propensione c’è anche il cosiddetto surrogate marketing, ossia la produzione di bevande NoLo da parte degli stessi marchi che mettono in commercio prodotti alcolici. Tra l’altro viene fatto anche notare che alcune aziende potrebbero ricorrere a un marketing aggressivo, a partire dalle bevande analcoliche, per aggirare le norme sui divieti di pubblicità di alcolici, proprio sfruttando il proprio brand in entrambe le gamme di prodotti. Come se non bastasse e come evidenzia anche la Fondazione Veronesi, “le bevande NoLo e le strategie promozionali a esse associate possono invadere spazi tradizionalmente liberi dall’alcol, come palestre ed eventi sportivi”. Infine, “il loro minor utilizzo tra i gruppi socioeconomici più svantaggiati potrebbe ampliare le disuguaglianze di salute, considerando che questi gruppi sono anche i più colpiti dai danni legati all’alcol”.

Non solo rischi: i possibili benefici

Alla luce di questi potenziali rischi, però, esistono anche alcuni benefici che, sottolinea ancora la Fondazione Veronesi, “derivano dalla loro capacità di sostituire le bevande alcoliche tradizionali. In particolare, questa sostituzione potrebbe giovare i consumatori abituali, i gruppi socioeconomici più svantaggiati e altri soggetti a maggiore rischio di danno da alcol (come le donne in gravidanza). Le evidenze provenienti da studi osservazionali e sperimentali suggeriscono che una certa sostituzione sia già in atto, sebbene l’entità dell’effetto possa essere ancora troppo limitata per tradursi in benefici significativi per la salute pubblica”.

Meno effetti negativi, quando le NoLo sono disponibili

Le ricerche in merito evidenziano come, quando le bevande NoLo sono maggiormente disponibili e visibili, come in locali pubblici o grande distribuzione, anche il loro acquisto e consumo risulta più semplice e spesso sostituisce quello di prodotti alcolici. In questi casi gli effetti negativi dell’alcol stesso possono risultare più contenuti e, nello specifico, possono concorrere alla limitazione delle conseguenze dell’alcol in termini di salute pubblica. Non stupisce, quindi, che sia in atto da qualche tempo una spinta alla sostituzione di bevande alcoliche con analoghi alcohol free anche da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Tra le strategie sollecitate dalla stessa Organizzazione c’è quella della promozione di una tassazione differenziata che tenga conto della differenza gradazione dei drink, di birre o vini.

Le norme che sostengono gli alcohol free

Anche a livello europeo, la Commissione UE ha revisionato le definizioni relative alle etichette NoLo: si è passati, infatti, dalla vecchia “alcohol light” a “reduced alcohol”, per stimolare una maggiore sensibilizzazione (e promozione) dei prodotti analcolici o a minor gradazione alcolica. Al momento il Regno Unito risulta uno dei Paesi nei quali sono stati maggiori studi in questo ambito ed emerge che il 20% degli adulti consuma già oggi prodotti NoLo almeno una volta al mese. La gamma dei no alcohol e low alcohol oggi costituisce l’1,4% delle vendite totali delle bevande e nella maggior parte dei casi si tratta di prodotti realizzati da marchi già presenti nel settore degli alcolici.

Dove crescono i NoLo

A livello globale si stima che le maggior crescite del comparto analcolico o dealcolizzato si registreranno in Brasile, Giappone, Sudafrica, Stati Uniti e appunto Regno Unito. Qualche resistenza maggiore, invece, sembra emergere in Paesi che rappresentano eccellenze nelle produzioni dei vini “tradizionali”, come Italia e Francia.