Vaccino per Covid-19, cosa sappiamo oggi in termini di efficacia e sicurezza

FAQ, domande e risposte sul vaccino per Covid-19: dagli effetti collaterali all'efficacia riguardo a protezione e trasmissibilità del virus

Federico Mereta Giornalista Scientifico Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.

Quando si pesa il rapporto rischio beneficio di un qualsiasi trattamento occorre sempre valutare da un lato quello che potrebbe accadere con la malattia da cui ci si difende, dall’altro ciò che si può verificare come vantaggio con l’assunzione della cura. Poi si pesa la situazione e il medico, caso per caso, sceglie la via più indicata. In generale, quanto più il rapporto è a favore del secondo, tanto più un trattamento è consigliato.

Lo stesso si fa anche con i vaccini, che peraltro vengono somministrati a persone sane con l’obiettivo di contrastare un’infezione che potrebbe insorgere o di renderne comunque gli effetti meno seri. In questo senso, quindi, la valutazione è ancora più stringente. Per quanto emerge dalle attuali ricerche, la vaccinazione per il virus Sars-CoV-2, dove è disponibile, ha davvero cambiato la situazione generale dell’infezione.

A cosa serve il vaccino per Covid-19?

Per Covid-19, si è visto come la circolazione del virus prima del periodo vaccinale abbia portato a numerosi decessi e a complicazioni molto gravi nelle persone colpite dall’infezione, in particolare se anziane o a rischio per patologie, con un impatto drammatico sulle strutture sanitarie. Adesso i numeri, la gravità dei quadri e l’impatto sui sistemi sanitari sono profondamente diversi da quelli dello scorso inverno.

Lo conferma il dato più recente della Fondazione Gimbe che riporta, attraverso le dichiarazioni dei suoi esperti, come “secondo gli ultimi dati dell’Istituto Superiore di Sanità, l’efficacia del ciclo completo di vaccinazione, rispetto ai non vaccinati, raggiunge l’82,5% sulle diagnosi, il 94,9% sulle ospedalizzazioni, il 97% sui ricoveri in terapia intensiva e il 97,1% sui decessi. Se guardando i numeri assoluti potrebbe paradossalmente sembrare che ospedalizzazioni e decessi siano più frequenti negli individui vaccinati, rapportando il dato alla popolazione e standardizzandolo per 100.000 abitanti, appare molto netta la minore incidenza di eventi gravi nei vaccinati con doppia dose.

Ospedalizzazioni, ricoveri in terapia intensiva e decessi sono ridotti rispettivamente dell’84,4%, 89,5% e 80% nei soggetti che hanno effettuato il ciclo completo rispetto a chi non ha ricevuto nemmeno una dose di vaccino. A prescindere dagli avanzamenti nelle terapie, il vaccino è quindi una variabile fondamentale in chiave positiva: i vaccinati, stando alle analisi, hanno un rischio molto inferiore rispetto ai non vaccinati di ricovero ospedaliero, di ricorrere alla terapia intensiva o di decesso.

Il vaccino rende immune dal Covid-19?

Insomma, cosa si sa oggi? Gli studi dicono che con il ciclo completo di vaccinazione per il virus Sars-CoV-2 si riducono drasticamente le possibilità di andare incontro ad infezione grave, al ricovero e ai trattamenti in terapia intensiva, oltre che i rischi di morte. In questo senso oggi i vaccini sono chiaramente risultati efficaci, sia per il soggetto che in termini di sanità pubblica. È importante infatti che il vaccino riesca a limitare, grazie allo stimolo sul sistema difensivo, le eventuali complicanze che purtroppo possono insorgere nei casi più gravi. Questo è un obiettivo fondamentale.

In questo senso, accade più o meno ciò che si osserva con la vaccinazione per l’influenza (i dati relativi al vaccino per Sars-CoV-2 sono ancora più validi in questo senso): a fronte di una protezione totale in una significativa percentuale di persone, che si aggira intorno al 60% il vaccino ha lo scopo soprattutto di limitare i rischi di manifestazioni gravi dell’infezione, che potrebbero risultare molto pericolose nei soggetti a particolare rischio, come anziani e persone con diverse malattie croniche. In caso di Covid-19 l’efficacia protettiva del vaccino appare superiore.

Come se non bastasse, se cresce il numero dei vaccinati tende a diminuire la circolazione del virus. Anche con la variante Delta, ormai dominante in Italia, la profilassi vaccinale quindi rappresenta una fondamentale arma di difesa: in prevenzione, la più importante che abbiamo. Per questo si discute sulla possibilità di rendere obbligatoria la vaccinazione.

Chi è vaccinato può trasmettere il virus?

Attenzione però: non bisogna pensare che essere vaccinati significhi un “liberi tutti”. Non si deve abbassare la guardia, anche se vaccinati, e bisogna sempre fare attenzione ai comportamenti e seguire le regole. La vaccinazione infatti, come detto, non può dare la certezza assoluta di non contrarre il virus, pur se ci sono studi che dimostrano come il vaccino possa essere utile anche in questo senso. I rischi ovviamente sono significativamente inferiori per chi è immunizzato rispetto a chi non è vaccinato.

Come riporta il sito “Dottore… ma è vero che?”: “Stando agli studi disponibili il rischio di contrarre e trasmettere l’infezione può dipendere dalle caratteristiche dell’individuo vaccinato, dalla carica virale con cui viene a contatto, ma anche dal tipo di vaccino e di variante virale in cui incappa”.  In questo senso, come fa notare una ricerca pubblicata su Lancet e relativa alla variante delta, pare che  questa oltre ad essere maggiormente contagiosa aumenterebbe il rischio di ricovero in chi non è protetto.

Cosa sappiamo degli effetti collaterali del vaccino?

Fatta questa necessaria precisazione, in attesa di studi che possano chiarire definitivamente le tante domande che ancora ci poniamo, vediamo allora cosa si sa degli effetti collaterali del vaccino, sulla scorta dell’ultimo rapporto dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), reso noto ad inizio agosto.

I dati raccolti dal Sistema di Farmacovigilanza riportano le le segnalazioni di sospetta reazione avversa registrate nella Rete Nazionale di Farmacovigilanza tra il 27 dicembre 2020 e il 26 luglio 2021 per i quattro vaccini in uso nella campagna vaccinale. Nel periodo considerato sono pervenute 84.322 segnalazioni su un totale di 65.926.591 dosi somministrate (tasso di segnalazione di 128 ogni 100.000 dosi), di cui l’87,1% riferite a eventi non gravi, come dolore in sede di iniezione, febbre, astenia/stanchezza, dolori muscolari.

Le segnalazioni gravi corrispondono al 12,8% del totale, con un tasso di 16 eventi gravi ogni 100.000 dosi somministrate. In genere, la reazione si è osservata nei primi due giorni dopo la somministrazione del vaccino.  In generale i fastidi più comunemente osservati sono stati molto generici, come febbre, debolezza, mal di testa, dolori muscolari, dolore nella sede dell’iniezione.

Quelli più seri, con un quadro che ricorda quello dell’influenza classica, si sono avuti in genere dopo la seconda dose di vaccino a RNA Messaggero e dopo la prima di vaccino a vettore virale. Il rapporto segnala anche i problemi legati alla cosiddetta vaccinazione eterologa, con vaccini diversi somministrati nella prima e nella seconda iniezione: sotto i 60 anni si sono avute segnalazione di effetti indesiderati in 29 casi ogni 100.000 dosi somministrate. Va anche detto, che, stando al rapporto, anche negli adolescenti tra i 12 e i 19 anni il tasso di segnalazione di effetti collaterali è rimasto simile: 27 eventi avversi ogni 100.000 dosi somministrate.

 

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